Linda Lovelace: fra porno e antiporno – di Maurizio Fierro

7 aprile 1969. A seguito della sentenza Stanley vs. Georgia, la Corte Suprema degli Stati Uniti statuisce che la fruizione del porno nelle abitazioni private è protetta dalla privacy. È una data fondamentale per l’industria hard-core, perché la decisione della Corte godrà di un’interpretazione estensiva permettendo, di fatto, anche la distribuzione e il commercio di materiale pornografico. Siamo alle soglie degli anni Settanta e, mentre l’intellighenzia si interroga sulle conseguenze della rivoluzione dei costumi in atto, aspirando a un ambiente sociale non repressivo che, sulla spinta del freudo-marxismo di Herbert Marcuse e Willhelm Reich, si occupi della liberazione effettiva della donna, più prosaicamente a San Francisco il mondo dell’hard-core declina a proprio modo lo slancio verso una vagheggiata società erotica, producendo i primi espliciti filmini di sesso spinto, i cosiddetti beavers e split beavers, a cui segue a un dipresso “Redball”, la prima pellicola dichiaratamente porno realizzata negli Stati Uniti. Già, perché sotto i vessilli della Rivoluzione Sessuale, con le sue facili promesse di liberazione e felicità, un gruppo di improvvisati mercenari senza scrupoli si appresta a sdoganare il sesso come oggetto di mero consumo di massa, rivendicando la legittimità delle luci rosse. Sono queste le acque torbide in cui sguazza e trova nutrimento un ex fotografo improvvisatosi regista e produttore cinematografico, Chuck Traynor, personaggio equivoco con trascorsi penitenziari per traffico di droga e sfruttamento della prostituzione. In una di quelle svolte al crocevia di un duplice destino, Traynor conosce la ventiduenne Linda Boreman, una ragazza cresciuta nel Bronx, in una famiglia di rigida impronta cattolica, che è stata obbligata dalla madre a dare in adozione un figlio frutto di una gravidanza indesiderata, e che si trova costretta, a causa di un incidente automobilistico a trascorrere una lunga convalescenza a casa dei genitori, da poco trasferitesi in Florida. Fra i due nasce una relazione. Siamo nella primavera del 1971. Traynor, che gestisce il Vegas Inn, un locale equivoco famoso per le sue ballerine topless, irretisce Linda, convincendola con la violenza a prostituirsi dopo averle insegnato una pratica di sesso orale conosciuta come deep throat. Nel giro di pochi mesi Linda Boreman diventa una delle più apprezzate performer di loops (i filmini proiettati a ciclo continuo nelle sexy cabine e distribuiti nei peep shows), viene diretta da due vecchie volpi dell’ambiente come Bob Wolfe e Gerard Damiano, e diventa nota nel circuito per “Dog” e “Dogorama”, due pellicole estreme in cui viene ripresa a far sesso con cani da Pastore Tedesco. Damiano la ribattezza Lovelace, e col supporto di Traynor progetta il lungometraggio “Deep Throat” (Gola profonda), che viene girato a Miami e montato a New York in poche settimane. Proiettato per la prima volta a Manhattan nel giugno del 1972, il film incassa 15.000 dollari nelle prime due settimane, diventando il paradigma di quel genere in seguito definito “porno chic”, e consentendo a Linda Lovelace di arrivare al top della celebrità. Per la giovane attrice newyorchese arrivano le prime fortune economiche, seguite da interviste abilmente redatte da ghost writers, da servizi fotografici e da anticipi per contratti editoriali. Linda Lovelace è di casa alla Playboy Mansion West di Hugh Hefner, a Los Angeles, mentre escono altre pellicole che raccolgono le esibizioni dei suoi precedenti loops. Raggiunta l’indipendenza economica, Linda riesce a staccarsi da Traynor e, in coppia con il suo nuovo compagno, David Winters, realizza il libro autobiografico “The Intimate Diary of Linda Lovelace”. Arrestata per possesso di cocaina nel 1974, si separa da Winters e si sposa con Larry Marchiano, un operaio da cui avrà tre figli. Sempre più emarginata dal mondo che le ha dato notorietà, nel 1980 Linda Lovelace scrive con l’aiuto del giornalista Mike McGrady “Ordeal”, una seconda biografia in cui racconta il rapporto con Traynor e il suo coinvolgimento nel mondo a luci rosse. Questo il momento in cui nella vicenda umana di Linda sembra attuarsi uno di quei turning point che fanno cambiare direzione allo scorrere della vita ordinaria, mutandone le simmetrie e facendola scivolare in un altro piano di esistenza. Come spinta da una sorta di forza redentrice, Linda ripudia la porno diva Lovelace per riprendere i panni dell’ormai emancipata Boreman, e in queste ritrovate e rinnovate vesti incontra Gloria Steinhem, una femminista attiva nel Women Against Pornography, il movimento antiporno che ha unito lo spontaneismo di piccoli gruppi femminili, noti per azioni sovversive contro i sexy shop e contro i clienti delle prostitute di strada. Nato nei primi anni Settanta, il W.A.P. ha guadagnato consensi negli ambienti conservatori e nelle Chiese, oltre a una certa popolarità grazie ai mass media, che non si sono fatti scappare l’occasione di esibire un tipo di folklore femminista gradito al pubblico dei talk show. In questo scenario Linda Boreman intraprende la sua personale crociata contro il mondo che le ha dato un’effimera celebrità, partecipando ai tour di conferenze delle professioniste antiporno, guidate da Andrea Dworkin e, soprattutto, dall’avvocato Catherine MacKinnon. Rimane celebre una sua drammatica testimonianza rilasciata nel corso di un’udienza pubblica tenuta nel consiglio municipale di Minneapolis, in occasione del tentativo di proporre una legge che permetta alle donne vittime di stupro sul set di denunciare registi e produttori, seguita da un’altra testimonianza davanti alla Commissione Meese. Sulla scia di questa posizione polemica, Linda pubblica “Out of bondage” nel 1986, ennesima biografia in linea con “Ordeal”, in cui denuncia tutte le brutture di un ambiente coercitivo come quello del porno, di cui è stata vittima, costretta a prostituirsi e a girare scene di sesso sotto la costante minaccia di violenza da parte di un marito predatore sessuale. Questa volta le vendite tradiscono le aspettative, e Linda si ritrova ad attraversare un periodo di difficoltà economiche. Si trasferisce a Denver, continuando a partecipare, seppur sempre più sporadicamente, alle attività delle femministe antiporno. Divorzia dal terzo marito, trova un nuovo compagno e inizia un lento processo di riavvicinamento al mondo dell’hard-core, contribuendo con il direttore di ScrewEric Danville alla stesura di “The complete Linda Lovelace”, un libro pubblicato nel 2001 che celebra il mondo a luci rosse. L’oscena Lovelace è tornata, e sembra intenzionata a riprendersi la scena, spingendo Linda Boreman dietro le quinte. Linda trova il modo di polemizzare con le sue ex amiche del movimento Women Against Pornography, e posa per la rivista hard Leg Show. Poi, il 3 aprile del 2002, l’appuntamento col destino. Linda rimane coinvolta in un pauroso incidente automobilistico e riporta gravissime emorragie interne che non le lasciano scampo. Muore a Denver, il 22 aprile. Dopo la sua scomparsa non mancheranno i tentativi di revisione critica, sempre oscillanti fra posizioni negazioniste, prevalenti nel mondo del porno, che descrivono Linda Boreman come una sorta di assatanata del sesso, disposta a tutto pur di far soldi, e che una volta vistasi superata e oscurata in notorietà da altre attrici del circuito non ha esitato a manipolare il movimento anti porno per recuperare visibilità, salvo poi tornare a flirtare con l’ambiente hard negli ultimi anni di vita; e posizioni vittimistiche che, dando credito alle due biografie “Ordail” e “Out of bondage”, vedono solo una giovane donna sempre a un passo dallo smarrirsi, una persona segnata da una vita stretta fra il dolore e la sventura, costretta con la brutalità, le sevizie e le torture a prostituirsi e diventare una pornostar. Nessuno riuscirà mai a fare definitiva chiarezza sulla vicenda umana di Linda Boreman, riflesso ed epifenomeno di quello che è stato il triste e torbido mondo del porno durante gli anni Settanta e Ottanta. Un tragico incidente ha interrotto troppo presto la filiera della sua esistenza, impedendole di far emergere la trama invisibile della sua vita. Le è mancato il tempo dilatato della prospettiva. Non c’è stata sintesi, ma solo somma al lordo, in uno di quei giochi del destino in cui persona e personaggio si confondono scambiandosi i ruoli sul set della vita.

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