Lillian Roxon: “Mother of Rock” – di Maurizio Fierro

“Essere una donna ha sempre avuto una componente di scherzo. Nemmeno tra di loro le donne si prendono sul serio. Se l’idea del cambiamento vi mette a disagio, non vi preoccupate. Non siete le sole. Tutte noi signore concordiamo sul fatto che stavolta il cammino per arrivare al traguardo non sarà metà del divertimento. Ma partecipare contribuirà alla costruzione di un mondo migliore”. No, non è un proclama emerso dal G7 delle Pari Opportunità che esorta a una mobilitazione improvvisata in qualche piazza cittadina e nemmeno una dichiarazione dell’”attivista per caso” Margaret Atwood, o un invito all’autodeterminazione di genere dell’antropologa statunitense di origini italiane Camille Paglia arrivato fuori tempo massimo. Il virgolettato è tratto da un’intervista alla giornalista Lillian Roxon, apparsa sul quotidiano Sunday Morning Herald il 28 agosto 1970
L’occasione è il cinquantesimo anniversario della vittoria delle donne per ottenere il diritto al voto: dal movimento delle Suffragette inglesi, ad Alice Paul e Lucy Burns, le leader statunitensi che condussero la campagna per il diritto al voto delle donne e, se il Diciannovesimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti istituzionalizza quella che ai tempi veniva considerata da molti solo una moda passeggera, cinquant’anni dopo è un’altra la moda che rappresenta la scintilla di una più ampia rivoluzione sociale: il rock’n’roll, di cui Lillian Roxon è considerata una madrina se non proprio la madre, stante a Lillian Roxon: Mother of Rock (2002), il titolo della biografia che le dedica Robert Milliken per celebrarne le doti. Un altro punto di vista, il suo, un ingresso laterale in un mondo, quello del rock, un po’ troppo sdraiato sulle proprie abitudini. Dopo l’infanzia trascorsa ad Alassio, (il governo fascista ordina alla sua famiglia, di ebrei polacchi, di lasciare l’Italia), c’è l’Australia nel destino della piccola Lillian. Vi approda nel 1940, all’età di otto anni. Poi i successivi anni a Brisbane, il cambio del cognome da Ropschit a Roxon, la frequentazione della scena culturale di giovani artisti sovversivi che si ritrovano al Pink Elephant Coffee Lounge; quindi, il trasferimento a Sydney, per frequentare i corsi d’arte all’università con la precisa idea di diventare giornalista, e l’ingresso in un gruppo radicale, il Sydney Push, in sintonia col suo sentire, in costante attrito con i costumi conservatori del periodo. L’ingresso nella redazione di un giornale scandalistico, il “Weekend”, sulle cui pagine Lillian Roxon inizia a interessarsi del fenomeno rock’n’roll
Poi, nel 1959, l’approdo a New York.
In quel momento Lillian ha ventisette anni. Trova una collocazione nella redazione newyorkese del “Daily Mirroir” di Sydney, di proprietà di Rupert Murdoch. Passa quindi al “Sydney Morning Herald”, e più avanti affianca il lavoro nella redazione a quello di freelance
Diventa la prima giornalista donna ad avere una rubrica settimanale di musica rock sul “Sunday News” di New York, scrivendo contemporaneamente su “Crawdaddy”, “Fusion” e “Cream”. Siamo negli anni Settanta, e con l’esplosione del movimento femminista le viene commissionata una rubrica mensile sulla rivista “Mademoiselle” dal titolo inequivocabile: “Guida al sesso per la donna intelligente”Ma è la scena della musica rock ad attrarla come un magnete. Lillian ci vede “la forza travolgente che sarà”, come scrive in uno dei suoi tanti articoli. La musica, e il cambiamento che si porta appresso: nella cultura giovanile, nello stile di vita, nella società. Conosce persone influenti, che diventano amici e confidenti: da Danny Fields, prima capo ufficio stampa dei Doors e dei Cream, poi manager degli Mc5, di Iggy Pop e dei Ramones; a Linda Eastman, la fotografa che sposerà Paul McCartney, e con la quale forma un’inseparabile coppia sulla scena rock newyorkese fino al 1969, quando il matrimonio con McCartney eclissa Linda, che decide di tagliare fuori l’amica dalla sua ristrettissima cerchia. O come Germaine Greer, la giornalista australiana che scriverà “L’eunuco femmina” (1970), destinato a diventare una sorta di bibbia del movimento femminista
C’è però un sogno nella mente di Lillian, alla cui realizzazione dedica ogni stilla di energia, e che la impegna da mattina a sera: un’Enciclopedia del Rock. Ha iniziato a metterci mano nel maggio del 1968, e per nove mesi non si prende una pausa, rispettando nello stesso tempo i ritmi imposti dalla redazione del “Sydney Morning Herald”. Ma ha preso un impegno con l’editore Grosset&Dunlap, e vuole rispettare la scadenza pattuita. Un esercizio condotto con lo sguardo lucido e il rigore dell’occasione propizia e, nel febbraio del 1969, l’opera è pronta: 611 pagine, con più di 500 voci e 22.000 titoli di canzoni. È appena iniziato l’incredibile 1969: l’anno che cambia la musica. L’anno in cui i semi dei Sixties cominciano a germogliare facendo nascere nuovi percorsi che si dirameranno nel decennio successivo. L’anno in cui prima Woodstock, poi Altamont, certificano il “canto del cigno” della stagione hippie. L’anno in cui si è soliti far terminare l’èra della British Invasion, ma che celebra ancora gli inglesi, con l’inno alla psichedelica di “Ummagumma”, dei Pink Floyd, l’inizio del glam rock con “Space Oddity”, di David Bowie, i bagliori dell’hard rock di “Led Zeppelin I”, e i primi vagiti del progressive con “In the Court of the Crimson King”, dei King Crimson. Ma anche l’anno degli albori della fusion con “In a silent way”, di Miles Davis, e del proto punk di “Kick out the jams”, degli MC5
Lillian Roxon riassume in un volume un decennio di musica e innovazioni, di nuove mode e profonde trasformazioni dei costumi, avvalendosi di uno stile di scrittura brillante e innovativo, attraversato da una sottile vena ironica e capace di anticipare lo standard del nuovo giornalismo musicale che esploderà da lì a poco. Non c’erano stati fino a quel momento libri di genere. La New York Times Book Review presenta l’Enciclopedia come “concisa nella critica, estremamente aggiornata, meravigliosamente appassionante e probabilmente definitiva”. Comincia a diffondersi l’idea che ora siano i giornalisti della scena del rock, capaci di stabilire un contatto fra le star e il loro pubblico, quelli in grado di far emergere le star, ancor più dei produttori e degli impresari. L’”Enciclopedia del rock” è un successo, ottenuto contro ogni probabilità, con la tenacia e la spensieratezza degli outsider. Cercando di condividere una pulsazione, con la “joie de vivre” di coloro che corrono in fretta, Lillian Roxon ha posto il suo sguardo acuto e indipendente al servizio di un giornalismo che con lei inizia a modificare il modo di raccontare la musica e la cultura pop, nella speranza che il “non ancora” sia pure il “già”. Ma l’impegno profuso le chiede il conto, un po’ come se l’ansia di portare a termine la sua opera contenesse già in sé i germi e i rischi di nefaste conseguenze… e il conto è salato.
Lillian Roxon si ammala di asma, ed è costretta a curarsi col cortisone. Aumenta di peso, e tutto le diventa più faticoso. Continua a scrivere, utilizzando il suo acume giornalistico sia per divulgare le ultime novità musicali, sia per descrivere gli eventi politici, i fenomeni giovanili e le vicende dello “star system” a stelle e strisce. Solo le uscite pubbliche diventano meno frequenti, come le sue apparizioni al Max’s Kansas City, il locale di New York dove si radunano le rockstar, i manager, i giornalisti e i fotografi di musica a cavallo fra i Sessanta e i Settanta. Poi, all’improvviso la tragedia. Nell’agosto del 1973 Lillian Roxon muore per un attacco d’asma nel suo appartamento di New York. Ha 41 anni. È un trauma terribile per tutti coloro che le vogliono bene e per l’intero mondo del rock. La “Grande Mela” perde una delle sue leggende, e il giornalismo tout court perde una voce capace di portare su pagina quella sorta di riff interiore che anticipa gli eventi, e che è prerogativa solo dei grandi. 
“Riuscire a tenere fermo il mondo del rock quanto bastava da permettermi di fotografarlo è stata una delle missioni più difficili nel fare questo libro. Troppa gente ha chiuso gli occhi nell’attimo esatto in cui scattavo la foto. Anche se poi, non è proprio questo il rock? Questa irrequietezza? Questa follia e disperazione e intermittenza elettrica? Volevo registrare i fatti senza perdere le emozioni. E però alla fine è stata la stessa musica a raccontare la storia”  (Lillian Roxon).

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