“Lilith: la cattiva coscienza dell’uomo” – di Ginevra Ianni

Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò (Genesi 1:27). E fatta, il grosso della fatica è compiuto. Dopo aver creato il mondo, la luce, gli oceani, le stelle e le cipolle (perché se si crede nella genesi del mondo si deve anche credere che pure la cipolla è stata un pensiero di Dio, come i broccoli e le orchidee), Dio concepisce chi potrà goderne, immagina e crea due esseri simili a lui, un uomo e una donna. Quanto di più vicino all’idea, all’immagine del divino. Passo dopo passo la storia della creazione si dipana dal buio alla luce sino all’Eden e, solo in un passo successivo, la stessa Bibbia recita: Il Signore Dio plasmò con la costola che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse “questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta” (Genesi 2:22). 
”Questa volta” dice Adamo, come se con queste parole stesse sottolineando che vi era stato già un precedente tentativo. Sembra una ripetizione: dopo aver creato un maschio ed una femmina perché in questo passo biblico successivo si parla ancora della creazione di un’altra femmina? Perché questo essere è uscito non dalle mani di Dio ma dalla costola di Adamo? Perché Adamo la riconoscerà come sua stessa carne e le darà persino il nome di donna come ha già fatto con l’elefante e tutti gli animali? Ma soprattutto… perché pronuncia le parole sibilline “questa volta”? e l’altra femmina dov’è finita, non aveva già una compagna creata insieme a lui dalla fertile mente di Dio? Tante domande e poche risposte, anzi nessuna. Il fantasma di questo essere uscito dalla fantasia del Creatore sembra svanito nel nulla
Di sicuro l’Onnipotente generò Adamo e, contemporaneamente, generò dalla stessa sostanza una donna, una femmina anzi, perché la parola donna non viene da Dio, fu Adamo successivamente a chiamare così il frutto della sua costola. Ma non esiste un nome per la prima femmina che vide la luce insieme a lui, forse non ci fu il tempo o forse per damnatio memoriae, per cancellarla presto come la polvere sotto il tappeto. Chi era quell’essere che venne impastato insieme al primo uomo, pari e uguale a lui? Le notizie sono scarne e velate. Ha radici antiche la sua storia, pare risalga a fonti mesopotamiche che le conferiscono ali e lunghi capelli neri. Le fonti giudaiche più lontane accennano a lei solo brevemente e fanno riferimento sempre ad una creatura separata, diversa, non omologata al resto del creato ma ne forniscono almeno il nome, si chiama Lilith. Recita infatti un passo del Talmud: non si può dormire soli in casa e chiunque dorma in casa da solo è preso da Lilith, (Shabbath 151b). Nei testi successivi viene ancora richiamata la sua figura: nello Zohar o libro dello splendore, una raccolta di discorsi del XIII secolo, si parla di lei come di un’entità seducente e pericolosa: ella vaga a notte fonda, vessando i figli degli uomini e spingendoli a rendersi impuri (19b). In un altro testo più antico rinvenuto a Qumran, torna ancora l’immagine della stessa donna, pericolosa per l’uomo, una seduttrice da cui stare in guardia I suoi cancelli sono cancelli di morte e dall’entrata della casa se ne va verso lo Sheol. Nessuno che entri tornerà mai e coloro che la possiedono scenderanno nell’abisso. (4Q184). Queste le scarne notizie ma da tutte e da ogni singola si delinea sempre la stessa figura. Lilith la prima femmina, Lilith, lo spirito indipendente che si allontana da Adamo di sua volontà, Lilith immortale, fuggita prima della caducità dell’uomo, che sembra appartenere a quelle creature misteriose e dannose che vennero alla vita nei primi sei giorni della creazione e che vennero etichettate come demoni (forse proprio nel senso greco della parola). Pare che tra essi vi fosse una creatura favolosa, dalla pelle blu o dai folti capelli rossi o coperta di peluria anche dove i mediorientali non consentivano. Pare che fosse insofferente alla volontà dominatrice dell’uomo. Pare che si sia rifiutata di giacere sotto di lui come segno di sottomissione. Pare che abbia abbandonato l’Eden di sua volontà insofferente alla subordinazione cui la costringeva il compagno. Pare lo abbia fatto prima che Dio privasse l’umanità dell’immortalità e quindi la sua fuga l’ha costretta a restare una creatura immortale, eterna, frutto di un tentativo sbagliato di ordinare il mondo secondo lo schema degli uomini. Ribelle, libera e sola. Pare, pare, pare, ma la storia non si scrive con i se e con i ma. Resta il fatto inconfutabile e documentale che prima di Eva c’era Lilith. Prima della sottomissione di Eva, c’era lei. Lilith, il cui rifiuto l’ha fatta etichettare dalla stirpe degli uomini come demone, la ribelle che si allontanò spontaneamente dal disegno del creato e che torna a sfiorare la coscienza degli uomini attraverso i testi antichi, i quali la menzionano sempre con diffidenza e timore ma anche con malcelato desiderio. In assenza di fonti più dettagliate e basata solo su notizie incomplete in realtà, la figura di questa creatura, ha finito per diventare un riflesso negativo dell’uomo, l’immagine capovolta allo specchio della sua coscienza e quindi ha assunto connotazioni e caratteristiche che non le sono mai appartenute in origine ma che erano già dentro l’essere umano sin dal primo momento e che egli, per vigliacco timore di confrontarsi con le proprie paure, ha finito per riversare su un’altra entità, l’alter ego malvagio, quello scomodo che allontana da se ogni male. Lilith è la cattiva coscienza dell’uomo, il riflesso di un mondo diverso, Lilith è il fantasma scomodo, la strega da bruciare al rogo, la ribelle che viene perciò posta all’inferno accanto a satana. Una fonte inaffidabile ed incerta ha voluto vedere in lei lo stesso serpente che offrì ad Eva il frutto dell’albero del bene e del male: per una volta Lilith non sarebbe stata la pericolosa seduttrice ma la sorella maggiore che cerca di mettere in guardia Eva che esisteva anche altro oltre i confini dell’Eden.

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