Lili Fini Zanuck: “Eric Clapton: Life in 12 Bars” (2017) – di Claudio Trezzani

Coraggio. Ecco la prima cosa che ho pensato dopo aver visto il docu-film sulla vita di Eric Clapton, uno dei più grandi musicisti della storia della musica. Ci vuole immenso coraggio per permettere alla regista Lili Fini Zanuck di entrare così a fondo nella tua vita, nelle tue immense sofferenze, nei tuoi errori e nel tuo toccare il fondo più e più volte. Un ritratto sincero, senza filtri, che motiva in parte scelte e comportamenti che visti da fuori erano parsi incomprensibili o figli di una vita sregolata come si usava a quei tempi. Certo, gli eccessi che vedrete nel bellissimo film, erano la moda di quegli anni e in quel mondo… ma i motivi per cui Clapton ci si buttò a capofitto fino quasi a morirne erano sempre legati al non sentirsi accettato, al non sentirsi adeguato. Vedrete come la sua vita venne sconvolta a nove anni, nello scoprire che quelli che credeva essere i suoi genitori erano in realtà i suoi nonni e quella che credeva una sorella maggiore partita per il Canada era in realtà la madre che non lo voleva fra i piedi. Una della tante vicissitudini che portarono Eric a sentirsi diverso dagli altri e a rifugiarsi nella musica… nella chitarra che troveranno naturale sbocco nel genere legato alla tristezza per antonomasia… e cioè il Blues. Un genere fino ad allora legato solo alla cultura “nera”, che il chitarrista inglese contribuirà, come disse poi B.B. King, a sdoganare anche per l’America e il mondo “bianco”. Un ruolo fondamentale che ispirerà artisti e fan di tutto il globo. Un fama che arrivò e lo divinizzò agli occhi del mondo, ma che sarà sempre accompagnata da un’insicurezza e una tristezza di fondo che la vita sregolata certamente non aiutò… anzi. Lo vedrete struggersi per la stupenda moglie dell’amico George Harrison, Pattie Boyd, musa che gli ispirò due delle sue più belle canzoni (Layla e Wonderful Tonight)… fino ad arrivare al 1991, quando fu colpito da una tragedia immane… la morte del figlio Conor di appena quattro anni e mezzo. Il tutto narrato con una sincerità e un coraggio davvero rari, con filmati e fotografie molto personali e comportamenti certo non edificanti… con l’intento di dimostrare che le rockstar erano e sono entità umane con insicurezze e debolezze che a volte il pubblico ignora, pretendendo sempre di più. Essendo la Sua fama e il suo successo legati agli anni a cavallo tra 60 e 70, il documentario è anche una splendida finestra sugli anni della Swinging London… degli eccessi ma anche di artisti inarrivabili: l’amicizia con Jimi Hendrix, Duane Allman, Beatles, Stones e i bluesmen che lo hanno ispirato. Un documento imprescindibile per tutti gli amanti di “Slow Hand” ma anche solo della musica di qualità… vero e crudo. Consigliato. Buona visione.

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