“life from Rude Boys” – di AldOne Santarelli

Nella vita di un Rude Boy” ci sono tante giornate memorabili. Alcune un po’ di più. Lo stile ti premia anche nel quotidiano, solo tu sai quanto siano importanti i dettagli: uscire di casa la mattina presto per andare al lavoro con in testa il ritornello di Staring At The Rude Boys dei Ruts, specchiarti nel vetro dell’ascensore per assicurarti che l’ultimo bottone della tua camicia sia chiuso, uno sguardo ai boots”, uno schiaffo al petto dove hai tatuati due serpenti e una rosa. Sali in macchina e lo stereo è già pronto, spingi il pulsante e parte dalle casse un rullo di tamburi, seguito da quei fiati marziali: è Present Arms degli UB40, uno degli intro più belli di sempre (lo alterni a Burn It Down dei Dexy’s Midnight Runners): sono il tuo caffè (macchiato al Varnelli), e quei chilometri non li senti. 3 minuti, 32 secondi, e ti metti a ridere da solo. È lo stesso identico tempo che serve per ascoltare altre due meraviglie: il momento esatto in cui partono i fiati di Roots & Culture di Mikey Dread (ascoltava Sketches Of Spain di Miles Davis, sono sicuro) e il giro di basso più bello e potente che si potesse suonare, quello di Jah War dei Ruts (ma sì, Paul, anche il tuo in Guns Of Brixton). È quello che stai pensando con un sorriso ebete, mentre ti giri e incroci lo sguardo della donna al volante nella macchina di fianco. Sei solo un Rude Boy”, pensi: chi altro ha questo nella testa alle otto del mattino? La mia “Giornata Memorabile” è stata il 5 luglio del millenovecentottantasei, ovvero il giorno che i Redskins hanno tenuto un loro concerto a Umbertide in provincia di Perugia, al centro dell’Italia. Sono partito dal mio paese in provincia di Roma in una carovana di auto con almeno venti persone. Un “evento epocale” per quelli della mia generazione del mio stesso paese, quelli che occupavano tutti i pomeriggi e le sere i viali della “passeggiata” (ancora oggi mi chiedo come sia stato possibile, quando penso che a conoscere musicalmente i Redskins tra quei venti eravamo solo quattro o cinque). Un “viaggio indimenticabile”, una fermata ogni trenta chilometri e l’assalto ad ogni bar della SS.Flaminia, almeno tre ai furgoncini dei porchettari, birra, panini e una foto da antologia di tutti noi sopra i cofani e i tettucci delle automobili. Arriviamo a Umbertide per l’ora di pranzo, e dopo mangiato ci dirigiamo verso la piazza dove si terrà il concerto. Nel tragitto ci rendiamo conto subito di essere partecipi di un “evento epocale”: in ogni via, piazza e giardino pubblico ci sono punks, skinheads, rockabillies, soulboys e irregolari” provenienti da tutta Italia. Riconosco tanti di loro (sono sulle foto di copertina dei “quarantacinque giri” che suonano sul mio giradischi), e addirittura nell’unico negozio di dischi di Umbertide fa mostra in vetrina l’album dei Redskins, “Neither Washington Nor Moscow”, insieme ad altri album di jazz, fusion, soul  e blues. D’altra parte Umbertide è uno dei paesi che ospitano lo storico festival Umbria Jazz, che deve molto a questi magici borghi. Finalmente entriamo nella piazza dov’è posizionato il palco: siamo già in tanti, e con stupore e disappunto (nostro e degli altri intervenuti) vediamo che c’è anche un gran numero di “carabineros”, disposti in fila sotto il palco e tutt’intorno, per niente abituati a creste e teste rasate. Girano tante bottiglie, un famoso skinhead mi ferma per complimentarsi per la mia t-shirt, fatta a mano da me medesimo, che riporta il ritornello di una song in testa alla mia classifica personale di quei giorni (ma anche di adesso, ora che ci penso), Hangover dei Serious Drinking, aggiungendo: “Non immaginavo – ingenuo – che qualcuno conoscesse questa band”. Io sì: il singolo l’ho preso per corrispondenza da Contempo di Firenze, e la maglietta riporta I Must Stop Drinking sopra e Serious Drinkingsotto. Con la mia birra in mano me ne vado in giro così, tutto fiero e contento, lanciando ghigni di scherno ai “pulotti”. I Redskins si formano nel 1982, provenienti da York, North Yorkshire, dopo aver militato in una band punk di nome No Swastikas che produrrà due brani destinati a un singolo mai distribuito (No Strike e Stickies), più un terzo (non) chiamato Unamed (scritto con una sola enne). Dei tre brani si trova testimonianza in un recente compact disc (non mi risulta su vinile) del 2010 ad opera della canadese Insurgence Records, documento bello e prezioso che contiene anche tre brani demo e quattro brani dei due primi singoli, con l’aggiunta di un brano  live. La band è composta da Chris Dean (chitarra), Martin Hewes (basso) e Nick King (batteria). Compiuta una breve gavetta, i tre si trasferiscono a Londra e cambiano denominazione in The Redskins e, pur mantenendo uno spirito punk iconoclasta, inseriscono nel loro sound soul e rhythm&blues che, insieme ai testi fortemente politicizzati, conferisce al power trio” un impatto originale, con un look skinhead e uno slogan travolgente: Walk like The Clash, sing like The Supremes”. La formazione a tre ricorda fortemente i Jam di Weller, Foxton & Buckler, sicuramente altra grande loro influenza musicale. Dean e Hewes sono membri del Socialist Workers Party, attivi con la band nell’opposizione al governo Thatcher e al razzismo emergente, fiancheggiando fin dagli inizi le lotte dei minatori inglesi in sciopero e dividendo i palchi con musicisti quali Billy Bragg, Jerry Dammers degli Specials e i Jam, riaccendendo nei kids” lo spirito di rivolta che i Clash – primi ispiratori – sembravano aver smarrito. Gli echi delle loro gesta arrivano sino a noi in Italia, Rockerilla recensisce il loro secondo singolo Lean On Me di devastante potenza e bellezza pop (ricordo ai tempi insieme a Sixty Eight Guns degli Alarm), catturando la mia attenzione. Rimasi ammirato dal loro look, essenziale ma elegante, e dalle scarpe da pugile del cantante, che già mi avevano affascinato ai piedi di Rick Buckler dei Jam. Mi procurai prima il 12 pollici (con sul retro l’esplosiva Unionize) che conquistó il mio piatto risolutamente, inducendomi a trovare subito il primo singolo (ancora da ContempoLev Bronstein / Peasant Army, due gioielli di punk-soul vicino ai Jam. La loro storia si consumerà in un pugno di anni con altri quattro singoli e un album seminale, potente e unico, il già citato Neither Washington Nor Moscow del 1986, dove trovano posto quasi tutti i brani dei singoli in nuove versioni affiancati da brani nuovi altrettanto micidiali, affermando un quinquennio per me segnante, con nomi quali Pogues, Dexy’s Midnight Runners, Alarm, Billy Bragg, Newtown Neurotics, Red London e il poeta Attila The Stockbroker, unito al reggae militante di Linton Kwesi Johnson, UB40, Matumbi, Steel Pulse e Aswad. Chris Dean porterà avanti un’attività di giornalista con il periodico musicale NME con lo pseudonimo di X-Moore. Il gruppo si scioglierà – come le istanze socialiste anti-governative – a fine 1986, dopo due cambi alla batteria con Steve White e Paul Hookam, giusto in tempo per quattro memorabili live sul nostro territorio. In fondo un altro loro slogan (mutuato da Emiliano Zapata Salazar, eroe della rivoluzione messicana) recitava: Meglio morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio”. Subito dopo lo scioglimento di Chris Dean si persero le tracce e, ancora oggi, non sappiamo che fine abbia fatto. I protagonisti di quella indimenticabile trasferta umbra fecero i conti anch’essi con la fine di una stagione della vita, lasciando al solo serio bevitore” il compito di uscire illeso da droghe, alcol, gravidanze inaspettate, lavori usuranti e trasferte forzate, umile testimone al pari di Ismaele in “Moby Dick”, unico superstite della tragedia del Pequod.

The RutsStaring at the Rude BoysIt’s a very small world in the middle of a crowd /
The room gets dark when the music gets loud / Treble cuts through’ when the rhythm takes the bite
But there’s no room to move ‘cause the floor is packed tight
A voice shouts loud / “We’ll never surrender” / A voice in the crowd / “Never surrender”
A hand in the crowds flying propaganda, / “Never surrender, we’ll never surrender”
The skins in the corner are staring at the bar / The rude boys are dancing to some heavy heavy ska
It’s getting so hot people are dripping with sweat / The punks in the corner are speeding like a jet
Staring at the rude boys / Staring at the rude boys / Dancing with the rude boys
Dancing with the rude boys / Staring at the rude boys / Staring at the rude boys
A bunch of peers march in on the DM’s / With some…

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Un pensiero riguardo ““life from Rude Boys” – di AldOne Santarelli

  • Febbraio 10, 2019 in 3:48 pm
    Permalink

    grande Aldone, una lucida e potente visione di quegli anni, con una colonaan sonora importante. Grazie JR LaBrace (Attilio)

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.