Libertà è una t-shirt dei Clash – di Massimiliano Manocchia

Se non vogliamo essere cooptati, derubati della libertà e privati – nel silenzio – della nostra identità, c’è un solo spazio all’interno del quale possiamo agire e dal quale possiamo muoverci, ed è lo spazio “politico”. Non quello fossilizzato e mediocre dei mestieranti delle istituzioni, non quello nostalgico e retrivo dell’antagonismo, non quello à la page degli slogan e delle supercazzole. Lo spazio politico di cui – e da cui – possiamo difendere la nostra unicità e la nostra identità è lo spazio culturale: dalla cultura della politica alla politica della cultura. Dobbiamo vincere la nostra innata pigrizia, uscire dalla trance mediatica dell’informazione pulita e ripulita. Dobbiamo imparare a disertare i luoghi comuni, gettare nell’indifferenziata i pacchetti preconfezionati di idee e opinioni pronte all’uso. La “cultura” sta diventando il centro di comando dell’economia globale: è in questo spazio che si sta già combattendo la guerra del futuro.
Le cosiddette “politiche culturali” sono sempre più centrali nelle nostre vite, spesso a nostra insaputa.
Non dobbiamo sottovalutare o prendere alla leggera nemmeno un banale spot pubblicitario. Col supporto del sistema neocapitalista europeo, l’attuale partito di governo sta mettendo in atto l’oscenità definitiva: il più arrogante e manipolatorio tentativo di rielaborazione della vita, pubblica e privata. Sta tentando di dirci – e di imporci – come dobbiamo vivere, perché dobbiamo vivere, ovvero per che cosa e per chi dobbiamo vivere. Pretende di dirci chi dobbiamo essere. Si spinge fino ai confini (e talvolta ben oltre) del moralmente – in senso filosofico – lecito, imponendo subdolamente le pratiche del dominio in nome di una ridicolmente ingannevole giustizia sociale. La mediocrità sta prendendo il controllo e lo stupido tenta di imporsi con la forza perché non ha altri mezzi. Stiamo vivendo un momento storico cruciale nella più totale e colpevole apatia, nella più totale e colpevole ignoranza. Il disinteresse verso la politica e la “sfiducia nelle istituzioni”, aspetti tanto convenientemente denunciati dal Sistema stesso, sono il risultato di una campagna di comunicazione volutamente oscura, astratta, complessa e nebulosa. I governi vogliono, perché necessario alla loro sopravvivenza, che i cittadini perdano interesse nella politica. Si sono creati un nemico fittizio (“l’antipolitica”) per incanalare il gregge, esattamente come fece la Chiesa Cattolica creando “Satana”. Noi italiani, da sempre affetti dal vizio della superficialità, dell’ignoranza, della presunzione e, soprattutto, della mancanza di identità nazionale (ciò che si trova oltre il nostro ormai proverbiale orticello personale non ci riguarda), non vedevamo l’ora di delegare democraticamente la nostra rovina a un sistema partitico che continuiamo c(on il solito masochismo italico) ad alimentare col nostro menefreghismo. Vogliamo suicidarci ma per mano altrui. Non abbiamo nemmeno il coraggio di noi stessi. Ci siamo dimenticati – o ci hanno fatto dimenticare – che questo Paese è stato messo insieme con la forza da una manciata di persone che hanno deciso per tutti contro il volere di (quasi) tutti, e non da un anelito comune di un popolo che si auto-elegge Nazione. Ci siamo dimenticati – o ci hanno fatto dimenticare – che in questo Paese si è combattuta una vera e propria guerra civile “travestita” da altro. Abbiamo dimenticato – o ci hanno fatto dimenticare –  che nonostante tutto abbiamo sempre la possibilità e i mezzi per dissentire. È comodo, facile e italiano essere “tifosi” in cabina elettorale e al bar. Molto meno comodo, molto meno facile, molto meno italiano impegnarsi personalmente nel dissenso. Si fa prima a girarsi dall’altra parte per non vedere lo scempio, si fa prima a farsi i cazzi propri, si fa prima a prendere per buoni (“tanto so’ tutti ladroni, checcevoifà!”) gli slogan marchettari. Dissentire significa impegnarsi consapevolmente e responsabilmente; e questo, noi italiani, non sappiamo e non vogliamo farlo. Il cambiamento inizia dalla guerra all’ignoranza. I governi adottano occulte politiche culturali di orientamento comportamentale dei cittadini. Nessuno ne è immune.
Il cambiamento sociale è studiato a tavolino e guidato nei modi e nei tempi. Nessun cambiamento concreto, reale, potrà mai provenire dalle istituzioni. Le istituzioni cooptano la ribellione e il dissenso, mercificandole. Potete tranquillamente acquistare una bellissima e costosissima maglietta dei Clash, di Che Guevara e di qualunque altra icona “ribelle” nell’ipermercato più vicino a voi, assieme al nuovo modello di i-Phone, all’insalata e al latte. Potete fare finta di essere ribelli, eversivi o rivoluzionari senza infastidire nessuno: il Sistema ve lo permette (anzi, vi invita a farlo) e permettendovelo vi disinnesca. Avete pagato l’acquisto di un’icona che rappresenta esclusivamente e implicitamente il vostro consenso alla società egemone. Tutto ciò che si può comprare è politicamente innocuo. Perché assegnare un valore economico (prezzo) a un presunto nemico, significa annientarlo.
Per questo la corruzione è la linfa vitale del Sistema; e le istituzioni che ipocritamente dichiarano guerra alla corruzione, nei fatti la sostengono e la alimentano. La corruzione è l’humus che permette al ciclo vitale neocapitalista di autoperpetuarsi. Allo stesso modo, la criminalità, piccola o grande che sia, organizzata o di strada, è parte fondamentale (e fondante) del paesaggio culturale. Serve, da un lato, per alimentare nella mente dei cittadini l’atavico bisogno psicologico di poter distinguere tra “bene” e “male”; dall’altro, serve ai governi e ai partiti per tessere una rete di connivenze necessarie alla sopravvivenza del Sistema stesso. Il Sistema coopta, dunque, e rielabora qualsiasi istanza di dissenso sociale, e il dissenso “muore” nel momento in cui diventa oggetto di ispezione sociologica e quindi suscettibile di mercificazione; quando cioè diventa un espediente per vendere. 
Se vedete tanti proclami ribelli e slogan di dissenso in ogni forma possibile (film, musica, arte, TV, ecc.) che richiamano personaggi rivoluzionari e sovversivi del passato, non è perché la società ha preso coscienza di un nuovo modo di essere e ha eletto costoro a modelli di una nuova politica. Semplicemente, il “recupero” uccide il dissenso, e il carceriere che vi concede di protestare perché c’è uno scarafaggio nella sbobba, sa che la vostra protesta non è che l’ennesimo contributo alla derubricazione della libertà: lo scarafaggio lo hanno messo lì apposta. Il dissenso vero, agente del cambiamento, non attende permessi o concessioni. Nasce naturalmente e si esprime di conseguenza. Fin da un attimo prima della nostra nascita, tutto è studiato e predisposto per reprimere in noi questo dissenso naturale e orientare il nostro comportamento verso direzioni prefissate. Tutto questo è noto, talmente noto da essere diventato abitudine, talmente abituale da essere ormai banale, talmente banale (e comodo) da essere diventato il luogo comune in cui tutti viviamo. Tuttavia, di tanto in tanto è bene ricordarlo, perché il futuro che abbiamo davanti è puramente distopico, e non saranno le guerre o le epidemie a sterminarci.
Sarà l’abitudine all’ignoranza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA 

4 pensieri riguardo “Libertà è una t-shirt dei Clash – di Massimiliano Manocchia

  • marzo 28, 2017 in 6:23 pm
    Permalink

    Hai proprio ragione! La Cultura, la Curiosità e la Critica sono gli strumenti che dovremmo apprendere da tutti quelli che ci dovrebbero insegnare la vita. Le materie sono erudizione. La cultura è ben altra cosa. È come ami. Come empatizzi. Sono le relazioni e le reazioni. E lo strumento per capire e vivere la vita. A parte il sempre più basso livello di istruzione attuale. La cultura è lo strumento per realizzare quello che siamo: essere unici e irripetibili. L’affermazione di questo essere unico porta alla felicità. Invece in giro circolano brutte copie di esseri umani. Persone che pensano più all’avere che all’essere. Schiavi del denaro per acquistare cose inutili. Ho sempre avuto il culto per molti oggetti. Poi, per forza di cose anche , ho cominciato a circondarmi di sempre meno oggetti. Per me il possesso era diventato malessere e schiavitu’. Ho preferito fare da me, piuttosto che acquistare. Quando ho potuto. Viaggiando leggera, le privazioni non sono più tali. E tutti quegli spot, tutte quelle esigenze indotte e quei falsi ideali chi se li caga più. La vita è un’altra cosa. E’ anche più semplice di quello che vogliono farci credere.

    Risposta
  • marzo 28, 2017 in 7:27 pm
    Permalink

    La “cultura” è da sempre merce in mano a quei borghesi radical chic che dirigono il mondo. E’ questo per quanto mi riguarda il problema. L’hanno chiusa in un recinto e fatta diventare merce rara, costosa, elitaria, in modo da potere continuare a comandare indisturbati il popolo “bue”. La tengono segregata perché chi ignora subisce passivamente qualsiasi cosa. La cultura è un arma potentissima che dovrebbe essere legalizzata per legge.

    Risposta
    • marzo 28, 2017 in 8:54 pm
      Permalink

      Già. Hanno blindato la cultura. Ho studiato con professori che pretendevano il massimo. I cosiddetti baroni. Autoritari e autorevoli. Li abbiamo combattuti, ma è stata una grande sconfitta. I docenti bravi insegnano in scuole elitarie per ricchi. Ai più spettano diplomi e lauree che valgono niente. Io che ho avuto l’accesso alla cultura ancora di stato a costo zero ho potuto formarmi una mentalità e, forse, la capacità di scrivere abbastanza bene quello che penso. Il resto è vero vuoto.

      Risposta
  • marzo 29, 2017 in 5:53 am
    Permalink

    Ci si arricchisce interiormente con la cultura, ci si eleva, dona sapere e per questo fortifica, ci rende migliori, teste pensanti,un qualcosa che da sempre fa paura…
    Il mio sgangherato sapere nasce dalla mia innata curiosità, parte da alcuni libri letti da ragazzino,e poi dritto immerso fino al collo nella musica rock, che è piena zeppa di cultura “diversa”, alternativa, fuori dalla quel pantano radical chic che mi fa solo orrore, e che trova il suo ego in giornali come il corriere, la repubblica, le tivù, ecc..
    Luoghi dove trovano spazio quei soloni degli atenei, gente che ti guarda dal basso verso l’alto, che è il loro modo per dirti quanto gli fai schifo. Ma ci si può costruire una cultura anche da soli, è questo il messaggio della musica punk, bisogna solo far capire che la cultura ti è indispensabile per la tua stessa sopravvivenza. Certo costa qualche sacrificio, ma la forza che ti regala è impagabile, puoi camminare a testa alta e guardare chiunque dritto negli occhi, senza avere paura di affrontare un mondo che tende ad oscurare l’individualità, le coscienze, la diversità di pensiero. Il tuo stesso essere.
    La mia cultura è povera, nasce dalla strada, dall’uomo comune, con i suoi affanni, le sue paure ,le sue speranze, l’uomo che lotta ogni giorno per far valere i propri diritti. Perché un uomo privo di conoscenza, è debole e facile da sconfiggere, da manipolare, e da questo che nascono politiche come gli 80 euro, il jobs act, i voucher, ecc.. tese a disintegrare i sogni di milioni di anime. Ci metto in prima fila anche quest’Europa dei popoli, una vera e propria presa per i fondelli. Promulgare finalmente una cultura che va dal basso verso l’alto, e non viceversa, è questa la vera rivoluzione. Quello a cui mirava uno come Joe Strummer dei Clash, che non finirò mai di ringraziare.

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *