Liam Gallagher: “As You Were” (2017) – di Nicola Chiello

In seguito alla fine del più importante gruppo degli anni 90 dopo i Nirvana e agli sfortunati anni con i Beady Eye, salvagente per non sprofondare dopo lo scioglimento dell’iceberg che sono stati gli Oasis, Liam Gallagher risorge con “As You Were”, album che inaugura una carriera da solista quasi forzata, perché ultima scelta rimasta, a parte ritirarsi e basta come nel verso dell’importante traccia I’ve All I Need I hibernate and sing / While gathering my wings” (Vado in letargo e canto/ mentre chiudo le mie ali). Quest’ultima però non sembra l’intenzione del cantautore. L’album è stato pubblicato il 6 ottobre e ha subito avuto un riscontro sorprendentemente positivo: quasi 80.000 copie vendute in UK. Che questo sia dovuto esclusivamente all’attesa dei fan? Noi non siamo fan, ma possiamo affermare con certezza che il debutto dell’ex-Oasis, pur non essendo un capolavoro, non sarà nemmeno un flop… e se non l’avevamo già capito all’uscita del primo singolo, Wall Of Glass (che apre il disco) troveremo a rassicurarci duri rock’n’roll acustici e non, e ballate a tratti psichedeliche, a tratti beatlesiane, a tratti un mix di entrambe le cose. La già citata prima traccia è il frutto di un’alchimia perfetta fra rock’n’roll, l’eco dell’elettricità degli Oasis, e l’energia di Liam, il tutto farcito da un’armonica molto blues e una linea di basso in levare altrettanto funky. Sono quattro minuti che, soprattutto ai fan degli Oasis, lasceranno un retrogusto amaro e nostalgico in bocca, e che ben ci dispongono a continuare nell’ascolto. Gli altri tre singoli rilasciati sui social prima dell’uscita dell’album sono, in ordine di traccia, Greedy Soul, For What It’s Worth e China Town. La prima è stata resa pubblica per la prima volta su YouTube in una versione live, elettrica e decisamente migliore, che avrebbe lasciato entrare il punk nell’album e di sicuro male non avrebbe fatto. L’ultima, sorretta da una melodia di chitarra suonata con la tecnica del fingerpicking, richiama per i primi quindici secondi il fantasma di Nick Drake, per poi lasciare il posto alla voce più nasale e monotona di Gallagher e un seguito senza infamia e senza lode. Bold ci abitua alle sonorità acustiche che prevalgono nell’album e che spesso e volentieri flirtano con chitarre sature e distorte, assoli che ironicamente richiamano quelli del fratello maggiore… ma più di ogni altra cosa, il brano ci introduce allo spirito del disco, che cogliamo fra le righe del testo: “Gonna sing my soul, shake off these blues / ‘Cause it’s allright, it’s allright now… There’s no love worth chasing yesterday… Yes I know I,ve been bold” (Canterò la mia anima, mi toglierò di dosso la tristezza / perché è tutto a posto ora… non c’è amore che è valso la pena inseguire in passato… Lo so, sono stato coraggioso). L’album prosegue col suo fulcro più melodico, composto dal trio: Paper Crown, la già accennata For What It’s Worth, “Un brano scritto per chiedere scusa a tanta (tantissima) gente” in cui le frequenze vocali di Liam sembrano sfiorare quelle di John Lennon che con i suoi Fab Four suggerisce le melodie della seguente When I’m In Need, ballata d’amore per eccellenza del disco. Sullo stesso stile di Greedy Soul un crescendo rock, che inizia con la temeraria You Better Run, si elettrifica con I Get By e torna sullo standard del britpop con Come Back To Me. A separarci dalla fine Universal Gleam emana il suo magico bagliore, I’ve All I Need fa la sua bella figura e Doesn’t Have To Be That Way mostra il lato sperimentale del disco, seppur limitato e non eccessivamente coraggioso. La conclusione è dolce e malinconica, come ogni finale dovrebbe essere, i due brani che la compongono, All My People/ All Mankind e I Never Wanna Be Like You di certo non brillano ma svolgono il loro compito con coerenza. “Speak now, or forever hold your peace/ I just want you to know/ It’s my time” “Parla ora o taci per sempre/ voglio solo che tu sappia/ che è il mio momento”.

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