L’I.V.A. sulla musica stona – di Maurizio Celloni

Se ci fossero dubbi circa i diversi modi di considerare la cultura da parte del legislatore basterebbe verificare il trattamento fiscale a cui sono sottoposti i molteplici comparti che contribuiscono ad alimentare anime, cuori e sensi dei cittadini italiani: l’IVA (imposta sul valore aggiunto) grava del 4% sull’editoria e del 22% sulle opere grafiche, pittoriche e scultoree, con una variante cosiddetta “regime del margine” che applica l’IVA solo sulla differenza tra prezzo di vendita e costo d’acquisto maggiorato dei costi di riparazione ed accessori, e sui supporti musicali CD, DVD e ViniliIn Europa non va molto meglio: in Germania viene applicata l’IVA al 7 % per l’editoria e al 19% su CD/DVD/vinili; in Francia rispettivamente al 5,5% e al 20%; in Gran Bretagna e Irlanda allo 0% e al 20%; in Olanda al 9% e al 21%; in Spagna al 4% e al 21%; in Grecia al 6% e al 24%; in Austria al 10% e al 20%. In questa diversificata legislazione fiscale, si trovano spesso anche situazioni di quasi completa detassazione, come nel caso delle pubblicazioni di dischi e video allegate a giornali e riviste, che si trovano copiose nelle rastrelliere delle edicole.
Una così marcata distinzione del regime fiscale tra editoria e musica deriva, a mio giudizio, da una percezione del significato di cultura, ancora presente nelle società del nostro secolo, poco rispettosa, arcaica, paludata e supponente. Non vengono tenute in considerazione le modalità più articolate in cui si manifesta l’attività culturale, considerando edificante e degna di attenzione e sostegno solamente la lettura di un testo scritto e non l’ascolto di musica o la visione di opere cinematografiche che, al contrario, sono qualificate quale mero intrattenimento. Il paradosso, afferma Francesco Prisco sul Sole 24 Ore del 31 maggio 2017, “si spinge fino al punto che, mentre ciascuno di noi si rilassa ascoltando un’opera di Mozart, leggendone anche una sua biografia si ritrova a sostenere un differente onere fiscale”. E che differenza, ben 18 punti percentuali! In entrambi i casi l’utente culturale può immergersi con profondo piacere nella lettura di eruditi testi filosofici o saggi, ma anche divertirsi con l’ultimo libro di barzellette, contribuendo all’erario per il 4% del costo di acquisto, così come può ascoltare un’opera sinfonica, la musica dodecafonica, il jazz, il blues o ballare l’ultimo successo pop, dovendo sottostare a un’aliquota IVA al 22%, soffrendo di una enorme dicotomia tra riproduzione musicale e testi su carta stampata o su e-book
Nel nostro Paese, secondo il report annuale sul mercato musicale redatto dalla FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), il valore delle vendite di supporti musicali nel 2019 ammonta a 247 milioni di Euro, registrando un aumento dell’8% sul 2018, trainato soprattutto dalla musica riprodotta in streaming, corrispondente al 70% del totale. Riguardo ai supporti fisici gli italiani hanno penalizzato i CD, che registrano un calo del 20,9%, ma premiato il vinile che ottiene un aumento del 7,3%L’analisi dei numeri sopra riportati evidenzia che la comodità di ascolto della musica in digitale” e il costo contenuto, pur con una qualità di riproduzione del suono inferiore e compressa, penalizza i supporti fisici, che necessitano, inoltre, di apparecchiature Hi-Fi dedicate e alquanto costose. Aggiungiamoci anche l’alta aliquota IVA e la situazione non può che peggiorare, limitando il mercato ad una ristretta cerchia di appassionati collezionisti di nicchia. Ancora una volta le scelte politiche determinano una selezione nell’accesso alla conoscenza e alla cultura, favorendo una cesura netta tra i giovani, spesso sottoposti a lavori precari e malpagati, se non disoccupati, e il ceto di persone di una certa età che possono permettersi registrazioni di qualità a tassazione elevata.
Altra categoria penalizzata è rappresentata dai negozi specializzati in musica, che spesso sono gli unici a garantire un’offerta di qualità al prezzo di grandi sacrifici, compensati, almeno in parte, dal piacere degli eroici gestori nel soddisfare una domanda sempre curiosa nella costante ricerca di autori geniali o, almeno, onesti e coerenti nel proporre i loro lavori. Certamente la riduzione dell’aliquota IVA porterebbe a una riduzione del prezzo di vendita, con benefici sia per l’offerta che per la domanda. Sull’argomento credo che anche gli artisti musicali, i promoter e le associazioni che si occupano della diffusione della buona musica abbiano qualche riflessione da proporre a beneficio del legislatore sensibileIl periodo di pandemia che stiamo vivendo si dice debba portare a una diversa concezione dello sviluppo e della partecipazione. Anche il composito mondo della scienza e della cultura è chiamato a fare la sua parte, nella ricerca di fonti di energia pulite e rinnovabili, nella riorganizzazione delle strutture economiche e sociali, nella conciliazione dei tempi e della parità di genere.
Il Governo sta pensando ad una seria riforma fiscale che porti maggiore equità contributiva e, conseguentemente, alla riduzione della tassazione. È quindi il momento favorevole per dare un segnale anche al mondo della musica e dei suoi addetti, tra i più colpiti dalla crisi economica prodotta dal maledetto covid-19. Parifichiamo l’aliquota IVA al 4% (o meno) tra editoria e musica, incentivando così la produzione, la distribuzione e la vendita dei tanto desiderati CD / DVD / Vinili. Naturalmente non basta questo per rilanciare il comparto musicale: la programmazione delle radio e delle emittenti televisive, la politica delle case discografiche, la scuola con l’educazione all’ascolto, gli sponsor che preferirei chiamare mecenati, devono fare la loro parte, ma questo è un tema tanto vasto che merita un serio e specifico approfondimento.

Si ringrazia Gabbia Dischivia Dante 8 Padova per la preziosa collaborazione

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