Lettera a un musicista mai nato – di Domenico Tiburzi

Era il 1968. Dopo una delle loro prime audizioni, un diversamente illuminato discografico disse ai membri di una band i cui componenti all’epoca avevano tutti 17/18 anni e che da lì a poco avrebbe assunto il nome Genesis: “Non so se fate i muratori o che altro per guadagnarvi da vivere ma vi conviene tornare al vostro lavoro perché in campo musicale non avete futuro”. Per Peter Gabriel e compagni quello che inizialmente fu vissuto come uno smacco mortificante divenne ragione di rivalsa. Tra penurie economiche e ingaggi avvilenti (uno dei loro primi concerti registrò un solo pagante: a quell’unico spettatore Gabriel chiese “il pubblico ha qualche richiesta particolare?”) i ragazzi non si diedero per vinti e proseguirono con ostinato impegno, anche per dimostrare che quel discografico non aveva capito nulla. Come andò poi a finire è noto ai più. Probabilmente anche a te, cara giovane promessa di X Factor.
Se ti ho annoiato con questo polveroso aneddoto è per ricordarti che un successo che non sia figlio dell’applicazione e del sacrificio non potrà che rivelarsi effimero. Oggi chi osa affermare che un po’ di sana gavetta è precondizione necessaria alla formazione di un vero talento spesso viene guardato con sufficienza, come un individuo incapace di comprendere il proprio tempo. Eppure quello della gavetta resta un tratto di percorso ineludibile per chi ambisce a qualcosa che vada al di là della semplice notorietà; è un’esperienza fatta di speranze, disincanto, gioie effimere e fallimenti che forgia i giovani artisti spronandoli a dare il loro meglio. Oppure a mollare. Mentre la gavetta resta la migliore selezione naturale in grado di separare il grano dalla zizzania, i talent musicali non sono altro che una facile scorciatoia che consente al music business di fabbricare in serie fenomeni stagionali di pronto consumo.
In una manciata di mesi la giovane ed entusiasta promessa si ritrova catapultata sotto ai riflettori, offerta in pasto ad un pubblico bulimico che assorbe e rigurgita senza pausa quei presunti fenomeni che fino a qualche giorno prima cantavano davanti ad un pubblico costituito dalla specchio della loro camera.
A dispetto delle “nobili” motivazioni propugnate da chi imbastisce questi baracconi questi giovani non sono parte di un progetto virtuoso ma soltanto polpa giovane e tenera, perfetta per il tritacarne di un’industria che mira all’incasso immediato e di manager che non nutrono alcun interesse per i progetti a lungo termine. Questa gente i soldi li vuole vedere oggi, non tra qualche anno. Domani è già troppo lontano. Fare cassa è la parola d’ordine.
E’ il commercio, bellezza. In fondo il destino di questi ragazzi non è dissimile da quello dei polli da allevamento intensivo: stipati nelle batterie sognano la gloria, abbagliati dallo splendore del sole del successo. Ma quella che guardano non è una stella, è soltanto la lampada alogena di quel riflettore che li illuminerà giusto per lo spazio di un paio di canzoni; e domani – non fra vent’anni, dopo una carriera costellata di successi – saranno soltanto bolo sminuzzato dagli incisivi di uno dei tanti consumatori avidi di nulla. Il destino di questi giovani è il grigiore dell’oblio, per loro non ci sarà nemmeno una “Meteora” a testimoniare il loro passaggio nel mondo della musica: sono troppi e sono durati troppo poco, anche meno di una Tracy Spencer. Per un Mengoni che la spunta – e che probabilmente ce l’avrebbe fatta anche senza i talent show – il futuro di decine di questi Carneade è segnato e non prevede nemmeno il celebre quarto d’ora di celebrità: cinque minuti sono pure troppi.

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