Leprous: “The Congregation” (2015) – di Warden

Anni 2000, siamo in Norvegia, la terra della neve, dei fiordi e degli inverni bui. Un quintetto di musicisti di Notodden fonda ciò che poi diventeranno i Leprous e ,con il demo “Aeolia” (2006), gettano le basi di ciò che verrà poi portato ad altissimi livelli in “Bilateral” (2011), “Coal” (2013) e, soprattutto, in “The Congregation” (2015). Un Progressive Metal elaborato e stratificato, di impatto non semplice, che spesso sfida le capacità di decifrazione dell’ascoltatore. Capaci non solo di raccogliere a piene mani le influenze dei grandi del Progressive, ma di modellarle per raggiungere una propria identità, i Leprous dimostrano un’eccellente capacità auto-espressiva. La loro forte personalità musicale disegna nuovi confini e trova nuove strade in un genere già molto esplorato come il Progressive, dove il confronto con i grandi del passato è sempre inevitabile; e i Leprous non sfigurano in questo accostamento, anzi.
Tutto si apre con le note di The Price, primo brano e primo singolo scelto per l’album. Capace di raggiungere due milioni di visualizzazioni sul canale YouTube dell’etichetta della band, la tedesca Inside Out Music, The Price si conquista – meritatamente – il titolo di hit della band norvegese. Aperta da una serie di dissonanze, condotta da un memorabile ritmo terzinato dagli accenti spostati, coronata da un ritornello di grandissimo impatto, ad un primo ascolto la canzone può risultare sconclusionata e confusionaria, ma chi è abituato alle follie del Progressive troverà pane per i propri denti. Ottima prova vocale del cantante Einar Solberg, la prima di una lunga serie. Il frontman della band norvegese, di gran lunga una delle voci più interessanti nel Metal moderno per capacità tecnica ed espressività, ha raggiunto vette ancora più elevate nei dischi successivi, “Malina” (2017) e, soprattutto, in “Pitfalls” (2019), disco, quest’ultimo, in cui Einar si ritaglia il ruolo di grande protagonista.
The Price, eccellente biglietto da visita, lascia poi il posto a Third Law, la cui introduzione è una follia di tempi dispari al limite dell’insensato, conditi da dissonanze chitarristiche, al punto che la strofa, così lineare in confronto a ciò che è avvenuto prima, quasi sorprende. Particolarmente espressiva, la chiara voce tenorile di Solberg guida un ritornello molto catchy su note vertiginose, accompagnato da seconde e terze voci, sopra un denso tappeto di synth, chitarre e basso. Questo brano, come il pezzo d’apertura, mostra uno dei grandi talenti dei Leprous, cioè creare ritornelli memorabili e di grande impatto, elemento che continua a manifestarsi nella successiva Rewind. Brano lungo, fortemente caratterizzato e ben distinto dai due precedenti, a partire dall’introduzione di synth, a cui si aggiunge una bella linea di basso, sostenuta da un semplice ritmo di batteria.
La voce introduce il tema principale del pezzo, e qui Einar Solberg è da applausi, non solo per la buona prova vocale, ma per la scelta delle note. Conclusa una prima parte, il brano esplode in una sezione terzinata ed affronta vari saliscendi, con la sola costante del tema presentato in apertura, fino alla delirante conclusione, con il cantato di Solberg che si fa sporco e urlato. Un synth inquietante introduce The Flood, pezzo più lento degli altri, quasi ossessivo nel suo incedere strumentale, elemento d’atmosfera che contrasta con le eteree linee vocali. Brano che pecca forse di un’eccessiva lentezza nello svilupparsi, e che soffre il confronto con le tre gemme iniziali, resta comunque un ascolto più che piacevole, impreziosito dai vocalizzi onnipresenti di Solberg. Il brano si conclude com’era iniziato e si passa a Triumphant. Pezzo dalla struttura relativamente semplice, costruita su poche ma efficaci idee, Triumphant funziona e coinvolge, anche grazie ad un ritornello notevole e alle piacevoli scelte armoniche in fase di composizione. Simile ad una marcia, caratteristica calzante, visto il testo, il brano è costruito come un unico, grande crescendo che non arriva ad un picco vero e proprio, e il suo miglior pregio è gestire questo equilibrio precario.
Within My Fence, pezzo più immediato nelle strutture, soffre dell’accento norvegese di Solberg, ma sfodera un ritornello molto d’impatto. Arricchito da cori e synth, il pezzo scorre via quasi troppo in fretta, complici i soliti tre minuti di durata. Più triste, ma anche più riposante, Red, almeno per i primi due minuti, fino all’esplosione di un ritornello che trova rime tra le parole a modo suo, con la sezione strumentale che fa ciò che vuole, accompagnando la voce di Solberg senza lasciarsi sovrastare e, allo stesso tempo, senza penalizzare il cantante. Il brano ci lascia con la voglia di riascoltarlo e si passa a Slave. Aperta da un synth che segue di pari passo la voce, la canzone sceglie note semplici ed efficaci. Brano dalle atmosfere quasi mistiche, si trasforma bruscamente a metà, con tanto di ritorno del cantato sporco di Solberg, per poi tornare ai temi principali nella sezione finale. Moon, aperta da batteria, basso e synth, mette ancora una volta in risalto le qualità vocali del cantante; pezzo più riflessivo di altri, con un ritornello che splende di luce propria. Un po’ di gloria personale per basso e batteria verso i tre quarti del brano, accompagnati da una chitarra che compie scelte ritmiche e armoniche originali.
Ci si avvia verso la fine con Down, e ancora una volta i Leprous centrano un ottimo ritornello. Tra i deliri strumentali, a metà del brano spicca il titolo dell’album, nominato nel testo. Un brano di grande significato per la band, dunque, che si posiziona tra i memorabili. Si conclude tutto con Lower Solberg esplora anche i bassi del proprio registro vocale centrantrando un altro ritornello eccezionale. Sempre in primo piano, inevitabilmente potremmo dire, in quanto compositore principale, il cantante sfodera la sua migliore prova tecnica e interpretativa, nella piacevolissima nota finale di un disco impressionante. Una menzione speciale 
va al lavoro mostruoso del giovanissimo batterista Baard Kolstad, sempre in equilibrio, capace di realizzare poliritmie semplici o sfuggenti all’ascolto ma complicate all’inverosimile se decifrate. Applausi anche al bassista Simen Børven e ai chitarristi Tor Oddmund Suhrke e Øystein Landsverk, tutti meno protagonisti di Solberg, ma egualmente validi, capacissimi di costruire impalcature poco appariscenti ma solide, su cui lasciare splendere di luce propria la fenomenale voce del loro frontman. Stupefacenti, consapevoli delle proprie capacità e dei propri obiettivi, i Leprous sfoderano un’opera intricata e appassionante. Capaci di un citazionismo dei classici mai troppo manifesto e sempre aggiornato al presente, armati di chitarre dalle accordature gravi, poliritmie calibrate al millimetro e un livello tecnico generale che ha raggiunto vette impensabili negli anni 70, i Leprous raggiungono a modo loro i confini del Progressive e li valicano come vogliono.

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