Leprous: “Malina” (2017) – di Warden

Quinto disco per i norvegesi Leprous questo “Malina”, uscito nel 2017 per la Inside Out Music, un’opera all’insegna del cambiamento e dell’evoluzione. Evoluzione è la parola chiave con cui approcciarsi alla quinta fatica della band perché, se da un lato è vero che la qualità delle composizioni e degli arrangiamenti resta superlativa, questo disco segna un importante cambio di sound. Siamo lontani dalle reminiscenze “alla Opeth” dell’esordio “Tall Poppy Syndrome” (Sensory 2009) e dal sound pestato di Bilateral (Inside Out 2011) ancora più incattivito in Coal (Inside Out 2013). Per molti versi siamo lontani anche dalle follie di The Congregation (Inside Out 2015), considerato da molti il magnum opus della band. I Leprous arrivano da un importante cambio di formazione avvenuto poco prima della produzione di “The Congregation”, sono infatti subentrati Simen Børven al basso e Baard Kolstad alla batteria; “Malina” segna un altro cambiamento, forse responsabile più dei precedenti del nuovo corso stilistico. Il chitarrista Øystein Landsverk viene sostituito da Robin Ognedal e il sound muta quasi radicalmente, almeno in apparenza: niente più metal, meno distorsione, meno aggressività e brani più improntati a conquistare l’ascoltatore con atmosfere in cui echeggia qui e là qualche tratto psichedelico, il tutto nascondendo con mestiere arrangiamenti intribcati e ritmiche elaboratissime che all’ascolto appaiono semplici ma che, una volta districate, si rivelano in tutta la loro complessità.
Tutto diventa più discreto, è come se i musicisti giocassero a nascondere il talento evitando di mettersi in mostra e puntando su una raffinatezza che non tutto il pubblico è capace di cogliere. Difatti il pezzo d’apertura, l’eccezionale Bonneville, dimostra esattamente questo: uno sperimentale brano di 5 minuti costruito come un eterno crescendo su synth eterei che solo a partire dalla metà del brano si aprono lasciando entrare la chitarra a 8 corde del chitarrista Tor Oddmund Suhrke. Certo, fra i brani più riusciti, anche se è difficile eleggere pezzi che primeggiano sugli altri, la tracklist non perde un colpo e Stuck, seconda canzone, va a segno conquistando un altro centro. Meno eclettica e più diretta del brano precedente, Stuck azzecca un ritornello impossibile da dimenticare e, guidati dal talentuoso vocalist Einar Solberg, i 6 minuti scorrono via come acqua.
From the Flame, primo singolo, si presenta in apparenza come un pezzo semplice, almeno finché non si prova a imparare a suonarlo: una linea vocale in cui Solberg cambia impostazione tra una nota e l’altra come se fosse la cosa più facile del mondo e strofe in apparenza semplici ma che nascondono insidie ritmiche notevoli. Captive alterna follie a parti tutto sommato fluide ed è un perfetto esempio di come un ritornello in apparenza semplice sia in verità ben più complesso di come appare. Tocca alle terzine e agli accenti spostati di Illuminate, brano che non avrebbe sfigurato su “The Congregation”, e subito dopo Leashes, pezzo lento che per certi versi pesca dalle melodie di “Bilateral” e tuttavia presenta molti elementi che ritroveremo nel successivo disco, “Pitfalls” (Inside Out 2019), specie nell’atmosfera desolata delle strofe. La splendida Mirage fa il paio con Bonneville e forse è l’esempio migliore del sound di “Malina”: arpeggiatore e ritmiche strampalate e un uso molto particolare della chitarra a 8 corde, proponendo la “giusta dose” di note gravi nei punti più azzeccati.
La title-track Malina placa l’atmosfera, archi e synth aprono forse il brano più sperimentale del disco, l’arrangiamento è una perla da scoprire strato dopo strato. Coma, forse fra i pezzi meno riusciti, risente del paragone con il brano precedente e con il successivo, la splendida The Weight of Disaster, anche questa da segnalare fra gli episodi migliori, equilibrio fra momenti spinti e lenti da manuale, saliscendi strutturati con il mestiere di chi ormai ha alle spalle quattro signori dischi e con questo ha sfornato il quinto capolavoro. Per chiudere in bellezza si ritorna in grande stile alle atmosfere di Malina con l’ultimo pezzo, The Last Milestone, ancora più minimale, solo voce e archi per 7 minuti e mezzo, un episodio intimista che chiude in bellezza l’ennesimo album spettacolare. L’abbiamo detto in molti altri articoli e lo ribadiamo: i Leprous sono una delle migliori novità progressive (metal o rock importa poco) degli anni 2000, anche se ormai, dopo tutti questi anni, si potrebbero ormai chiamare veterani. Tanto di cappello per una band che riesce a ripetersi in qualità senza mai scadere nell’auto-citazionismo o nel becero commerciale.

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