Leprous: “Coal” (2013) – di Warden

I norvegesi Leprous, tra le migliori novità progressive metal / progressive rock del decennio, con “Coal” (Inside Out e Century Media, 2013) per molti versi hanno dato alla luce un fratello più cattivo, più concentrato e più maturo di Bilateral (Inside Out 2011), secondo album prodotto dopo l’esordio del 2009Tall Poppy Syndrome”. “Bilateral” ha segnato il passaggio all’etichetta tedesca Inside Out Music oltre a consegnare i Leprous al “grande pubblico” (se di grande pubblico si può parlare in questo genere musicale) e, se le premesse erano altissime, “Coal” le realizza tutte alla grande, accrescendo ambizione e maturità compositiva e realizzando forse l’album più cattivo e pesante della band. Qui siamo ancora ben lontani dai brani soft e tristi che fanno dell’atmosfera l’arma principale, come negli ultimi due dischi “Malina” (Inside Out 2017) e “Pitfalls” (Inside Out 2019), anche se il denominatore che accomuna tutti i dischi dei Leprous è presente e ben riconoscibile: un sound triste, infelice, oscuro, tormentato, disperato. Buio, sporco come il carbone (coal) del titolo, “Coal” è anche l’ultimo disco che vede presenti il batterista Tobias Ørnes Andersen e il bassista Rein Blomquist, sostituiti rispettivamente nel successivo The Congregation (Inside Out, 2015) da Baard Kolstad, fenomeno dietro alle pelli che merita tutta la fama che sta guadagnando ultimamente, e Simen Børven, anche lui musicista di altissimo livello.
A completare la formazione di “Coal” vi sono il cantante Einar Solberg, fenomeno vocale dal riconoscibile timbro capace di sfoggiare un’impressionante tecnica senza perdere un filo di espressività, e i chitarristi Tor Oddmund Suhrke e Øystein Landsverk. L’album si apre senza preamboli con la diretta Foe, brano in 7/8 dall’inizio alla fine il cui miglior pregio è quello di non far percepire all’ascoltatore che c’è “qualcosa di strano” nella metrica dispari, oltre a centrare un ottimo ritornello e una generale atmosfera opprimente che culmina nel finale, due minuti interi in cui vocalizzi e strumentale si intrecciano ripetendo come un mantra la stessa ossessionante melodia intersecandosi con seconde e terze voci, fino al finale completamente a cappella. Il pianoforte (suonato da Einar Solberg, voce e tastiere) introduce Chronic, brano che si mantiene in bilico su un inizio soft ma che si percepisce essere a un passo dal precipitare, cosa che accade poco dopo aggredendo il registro più basso di una chitarra a 8 corde spesso nascosta ma sempre pronta a mordere. È la volta della title-track, in cui si spinge ancora sull’acceleratore senza riguardi dopo l’impatto di Chronic, sempre su registri di note bassissimi creando un netto e riuscito contrasto con la voce tenorile di Solberg fino alla cupa conclusione: “See how the formula turns into coal”.
Si respira un po’ con The Cloak, cupa e spenta, a tratti ripetitiva ma fa parte dell’ossessività del brano e del disco in generale, buio e mefitico come l’aria che si respira in una miniera di carbone. Sinistri synth aprono The Valley, lungo brano le cui parti soft anticipano in parte la direzione che i Leprous prenderanno in futuro, con un ritornello (e non solo, in verità) in cui la band si diverte a giocare sugli accenti spostati. Brano bilanciato alla perfezione tra momenti tirati e intermezzi più soft impregnati di lunghi vocalizzi, The Valley si conferma tra gli episodi più interessanti. Nel disco ogni pezzo spicca per una forte identità che lo differenzia dagli altri e non tradisce le aspettative la desolata Salt, il cui incedere solo in apparenza regolare crea un effetto di zoppia apparente all’orecchio, breve stacco dall’arrangiamento leggero che prepara il terreno al pezzo successivo con un’ultima nota in falsetto. Batteria, basso e suoni inquietanti aprono la sperimentale intro di Echo, un mattone straziante di 9 minuti, interminabile come un viaggio in un deserto congelato (e non è una critica ma un pregio), anche questa piena di vocalizzi, onnipresenti in tutto il disco. Sfumata Echo si arriva alla conclusiva Contaminate Me, che merita un capitolo a parte. Il brano parte fortissimo dopo il silenzio al termine del pezzo precedente, si picchia a tutta forza sulle corde più basse.
Tempo un minuto e appare ancora Ihsahn, ex vocalist della band black metal Emperor, produttore dei primi dischi dei Leprous e già presente come guest-vocalist in Thorn (da “Bilateral”). L’arrangiamento di Contaminate Me basterebbe da solo ma le grida demoniache di Ihsahn, qui non solo ospite ma colonna portante almeno quanto Solberg, danno al pezzo una profondità e un impatto spaventoso che non avrebbe avuto altrimenti, rendendolo il brano più violento mai scritto dai Leprous e tuttora uno dei più riusciti, un mostro di conclusione che vede negli ultimi minuti strumentazione ridotta al minimo e le grida di Ihsahn a spazzare via tutto. Non poteva esserci miglior chiusura per il disco che è “Coal”, oscuro, malvagio e disperato. I Leprous sono questo e molto di più, ascoltando le ultime produzioni ci si rende conto di quanto la band sia cambiata evolvendosi nel tempo senza mai più toccare queste sonorità. Una discografia di altissimo livello, senza mai ripetere o imitare sé stessi. Tuttavia, per quanto siano belli gli ultimi dischi, è sempre uno spettacolo tornare al buon vecchioCoal” e ascoltare Ihsahn sgolarsi come un demonio.

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