Leopoldo Marechal: “il poeta deposto” – di Hermione Jardin

Esattamente settanta anni fa, nel 1948, veniva pubblicata quella che oggi è considerata una delle opere di maggior rilievo della letteratura Argentina, paragonabile per ampiezza di respiro e audacia sperimentalistica all’”Ulisse” di Joyce. Titolo dell’opera (un romanzo allegorico), “Adán Buenosayres” ed il suo autore è Leopoldo Marechal, narratore, poeta, drammaturgo e saggista, inizialmente legato all’avanguardismo, anche se in seguito si orienterà verso posizioni filosofiche neoplatoniche e di carattere nazionalista. Contemporaneo di Roberto Arlt e Jorge Luis Borges è a loro assimilabile per prestigio artistico; diversamente da loro però, Leopoldo Marechal è stato a lungo ignorato dalla critica, che non gli ha riconosciuto la sua giusta dimensione di co-fondatore della moderna narrativa Argentina, per ragioni sia ideologiche che estetiche, ritardandone anche la diffusione all’estero. Leopoldo Marechal nasce a Buenos Aires nel 1900 da madre argentina di ascendenza basca e padre uruguaiano di ascendenza francese. Sebbene essenzialmente porteño, mantiene stretto contatto con la vita rurale di Maipú, cittadina di provincia dove va a trovare uno zio accompagnandolo nei suoi viaggi all’interno del Paese. Lì lo chiamano “Buenos Aires”, nome che adotterà per il protagonista del suo romanzo chiave. A diciotto anni resta orfano di padre, pertanto la sua condizione di primogenito lo obbliga a farsi carico della famiglia ma, nonostante le ristrettezze economiche, riesce a terminare gli studi e ad impiegarsi come insegnante e bibliotecario. Nel frattempo inizia le prime collaborazioni con giornali e riviste, avvicinandosi al gruppo di intellettuali riuniti intorno alla rivista “Martín Fierro”. All’inizio la sua attività letteraria si concentra essenzialmente sulla poesia: è un poeta precoce, scrive i primi versi a soli dodici anni e pubblica le prime raccolte poetiche“Los aguiluchos” e “Días como flechas” – poco più che ventenne. Alla fine degli anni Venti, assecondando l’antico desiderio di visitare l’Europa, soggiorna prima in Spagna, a Madrid, poi a più riprese in Francia, a Parigi, dove frequenta il gruppo degli artisti argentini espatriati e stringe amicizia con Pablo Picasso. Questi viaggi e la frequentazione dei vitali circoli intellettuali e artistici del tempo costituiscono per lui l’occasione di maturare uno stile e una poetica del tutto personali che, nel 1929, in patria gli valgono il Premio Literario Municipal de Poesía per le sue “Odas para el hombre y la mujer”. Proprio a Parigi, a Montparnasse nel 1930, inizia il suo capolavoro, il romanzo “Adán Buenosayres”, la cui genesi durerà ben diciotto anni. In questo periodo Marechal si avvicina al cattolicesimo e al gruppo Convivio, centro di approfondimento della filosofia e cultura cattolica di alto livello accademico e, nel 1934, sposa María Zoraida Barreiro, che gli darà due figlie: a lei il Poeta dedica la raccolta “Laberinto de amor”, con il quale in patria vince il Premio Nacional de Poesía, riconoscimento che guadagnerà ancora nel 1940 con “Sonetos a Sophia”. Negli anni Quaranta, Marechal aderisce al peronismo, collaborando attivamente con il governo di Juan Perón e dirigendo la Secretaría Nacional de Cultura. Nel 1947, dopo una lunga malattia, muore la moglie e lo scrittore, fortemente provato, si getta nel lavoro, riprendendo il suo romanzo, completandolo e dandolo alle stampe l’anno seguente. L’opera, ambientata negli anni Venti, si divide in sette libri: i primi cinque sono narrati in terza persona e descrivono le peripezie di Adán Buenosayres nel lasso di tempo tra il Venerdì Santo e la Domenica di Resurrezione; questa collocazione temporale è molto significativa perché la trama ruota intorno al processo interiore del personaggio alla ricerca dell’Assoluto, dopo l’incontro con il Cristo de la mano rota nella chiesa di San Bernardo in Villa Crespo. Il sesto e il settimo libro – rispettivamente “Quaderno vestito di blu” e “Viaggio all’oscura Città di Cacodelphia” – svolgono la funzione di appendici e sono narrati in prima persona dal personaggio centrale, il poeta Adán Buenosayres, chiaro alter ego dell’autore, come se fossero opera sua. Il racconto inizia con il funerale di Adán e descrive il suo viaggio simbolico di tre giorni attraverso la geografia urbana e suburbana di una Buenos Aires metafisica. Nel suo cammino il poeta incontra una folla di personaggi, tra i quali sono riconoscibili, pur sotto nomi di fantasia, tutti i grandi intellettuali argentini (Pereda è Jorge Luis Borges, Samuel Tesler è Jacobo Fijman, Schultze è Xul Solar e così via). L’opera tocca i registri più diversi e imprevedibili: dall’umorismo all’epos, dalla tragedia al grottesco, con un linguaggio prezioso e a tratti abbagliante. Ne scaturisce un affresco semanticamente affollato, che raffigura un continente insospettabile di struggente bellezza, dove la vita è sogno e fiaba. La narrazione tratta tutti i temi che attraversano la vita umana e tocca le più diverse branchie dello scibile: storia, filosofia, letteratura, mitologia, religione, scienza, psicologia… Un caleidoscopio di tipi umani, gauchos, tangueros e cuchilleros; vicoli brulicanti e sensuali che risuonano di musica, dove vive una umanità dolente e passionale: questo è il grande romanzo di Buenos Aires e del Popolo argentino, accarezzati da una prosa cristallina che si fonde magicamente col linguaggio poetico. Lo stesso Marechal dichiara che componendo questo romanzo non ha voluto allontanarsi dalla poesia, ritenendo che tutti i generi letterari debbano essere generi della poesia. Come per l’“Ulisse” di Joyce i richiami culturali possono ricondursi all’“Odissea” di Omero e alla mistica giudaico-cristiana, mentre il settimo libro dal titolo “Viaggio all’oscura città di Cacodelphia”– l’ultimo e il più brillante del romanzo – è una manifesta parodia dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri con i suoi gironi e il suo Virgilio personale (ossia Schultze). Marechal pubblica le sue “Claves de Adán Buenosayres” in cui dichiara che il suo obiettivo primario è stato scrivere un romanzo contemporaneo secondo le leggi dell’epica classica enunciate nella “Poetica” di Aristotele. Il libro riceve una lusinghiera recensione da parte di Julio Cortázar, – «La aparición de este libro me parece un acontecimiento extraordinario en las letras argentinas» – ma per il resto viene letteralmente snobbato. Molti si indignano di fronte a uno sperimentalismo che sembra non avere radici nella tradizione, compresi gli ex compagni martinfierristi che si defilano in massa forse perché semplicemente non lo capiscono. Di certo le scelte politiche del suo autore sono determinanti in questo che è propriamente un ostracismo culturale, ma sussistono anche ragioni stilistiche, perché la complessità dell’argomento è ulteriormente complicata dal frequente utilizzo di una lingua ispida, gergale e di difficile trasposizione in altri idiomi. Questa lingua è il lunfardo, un argot castigliano composto di vocaboli provenienti da diverse lingue e dialetti europei, molto diffuso a Buenos Aires e adottato nei testi del tango; in origine era usato dai prigionieri nelle carceri per non farsi comprendere dalle guardie, ricorrendo all’espediente – chiamato vesre, ossia l’inverso di revés, rovescio – di invertire l’ordine delle sillabe di una parola. Per decifrare correttamente i riferimenti culturali, il lettore è pertanto obbligato a ricorrere alla consultazione delle note in calce o del glossario dei termini lunfardi in appendice. Quindi per anni Marechal è emarginato dalla vita culturale del Paese e visitato da pochi amici: egli stesso, riferendosi a quegli episodi, si definisce “il poeta deposto”. Vive come in clausura, continuando a scrivere sia poesie che romanzi, nell’appartamento che divide con la seconda moglie Juana Elvia Rosbaco, alla quale dedicherà molti versi chiamandola Elbia, Elbiamor y Elbiamante. La situazione subirà una svolta soltanto nel 1965, quando Marechal pubblica il suo secondo romanzo, “El banquete de Severo Arcangelo”: il riconoscimento ottenuto da questa seconda opera in prosa spinge infatti alla riedizione del primo e alla elevazione dell’autore allo stato di romanziere di forte significato per la letteratura sudamericana, precursore della grande letteratura dell’America Latina nei tratti fondanti che conosciamo… onirica, visionaria, delirante ma anche iperrealista. Marechal muore improvvisamente nel 1970 – poco prima della pubblicazione del suo terzo romanzo, “Megafón o La guerra” – ma la sua opera ha dimostrato di possedere una forza ben più potente delle fragili critiche che gli sono state rivolte dai detrattori e gli ha garantito l’eternità. Attualmente il suo “Adán Buenosayres” è considerato dai critici come uno dei più importanti romanzi mai scritti nella letteratura argentina e di tutta la letteratura sudamericana. Da Carlos Fuentes a Jorge Amado, da Osvaldo Soriano a Octavio Paz, passando per Scorza, Roa Bastos, Galeano, RojasGarcìa-Màrquez e il Nobel 2010 Vargas-Llosa, sono tutti in credito con questo meraviglioso immenso Scrittore. Recentemente la TV Nazionale argentina ha mandato in onda il film-documentario “Adán Buenosayres – La película”, del regista Juan Villegas, un omaggio a Marechal incentrato sulla sua opera principe e sulla trasposizione cinematografica del romanzo progettata dal regista Manuel Antín negli anni Settanta e rimasta incompiuta per mancanza di sostegno finanziario, sia da parte dei peronisti allora al potere, sia da parte della dittatura successivamente instauratasi. Dalle interviste sviluppate nel film, compresa quella alla figlia María de los Ángeles, emerge un ritratto dello scrittore come troppo popolare per essere bene accetto nei circoli avanguardisti del suo tempo e troppo avanguardista per essere considerato popolare. In ogni caso il suo genio ha dovuto attendere quasi cinquanta anni per essere veramente compreso e celebrato come merita e come spesso succede agli artisti troppo innovativi rispetto al tempo in cui vivono. In Italia “Adán Buenosayres” è stato pubblicato per la prima volta nel 2010 dalla casa editrice Vallecchi che ringraziamo per la meritoria scelta editoriale.

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