Leonardo Sciascia: “La scomparsa di Majorana” (1975) – di Gabriele Peritore

Da siciliano a siciliano. Quando Leonardo Sciascia decide di dedicare un lavoro al suo conterraneo Ettore Majorana è il 1975 e sono passati trentasette anni dalla scomparsa improvvisa e misteriosa del fisico. La pubblicazione del libro “La scomparsa di Majorana”, non a caso, avviene in quegli anni turbolenti, nel pieno della Guerra Fredda, tra due potenze mondiali come gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica che si minacciano a suon di armi di distruzione di massa. Sciascia prova a riaccendere l’attenzione su un caso mai del tutto chiarito, di cui l’evoluzione è tuttora avvolta nel mistero più fitto. Come accaduto in altre occasioni, nella vasta produzione dello scrittore siciliano, la struttura del libello è quella dell’inchiesta che, nel crescendo delle ipotesi formulate nel corso dell’indagine, assume la forma del romanzo. Una prosa calda, umana, dalla potente capacità d’immedesimazione, nel tentativo di comprendere al meglio le dinamiche mentali del genio catanese. Sciascia, infatti, non crede nell’ipotesi del suicidio, con cui la polizia nel marzo del 1938 aveva frettolosamente chiuso il caso. Certo, tutto faceva pensare che lo potesse essere, anche e soprattutto, le ultime lettere scritte dallo stesso Ettore Majorana. Prima di far perdere le tracce definitivamente, infatti, il fisico aveva scritto delle missive d’addio inviate all’amico Antonio Carrelli e altre in cui manifestava l’intenzione di rinunciare alla cattedra appena vinta all’università di Napoli, chiedendo umilmente scusa per la decisione presa. Nei giorni successivi invece scrive altre missive per smentire quelle precedenti. Fa in tempo a consegnare un plico di documenti ad una sua allieva (plico scomparso anch’esso misteriosamente), a ritirare il passaporto e gli stipendi arretrati non incassati e poi prendere quel fatidico traghetto da Napoli a Palermo. Le ultime testimonianze certificano la sua presenza a Palermo, nel Grande Albergo Sole, per due giorni di riposo; quindi la traccia fondamentale e definitiva: il biglietto di ritorno a Napoli, datato 27 marzo 1938. Il biglietto risulta timbrato ma nessuno lo ha mai visto su quel traghetto. Anche se le testimonianze raccolte negli anni a seguire lo vogliono vagante per Napoli e altre città. Il vero fatto è che di Ettore Majorana da quel giorno non si è saputo più nulla. Volatilizzato. Il suo corpo non è mai stato trovato. Attraverso una meticolosa ricerca tra documenti editi e quelli non conosciuti, spulciando in biblioteche, in archivi pubblici e privati, Sciascia prova a ricostruire la personalità del suo corregionale. Ne viene fuori un carattere schivo, solitario, dedito al lavoro, allo studio, alla scienza. Una mente illuminata, in grado di svolgere complesse operazioni matematiche anche in pochissimo tempo, con il pensiero sempre rivolto alle sue formule, scribacchiate un po’ ovunque, sui tovaglioli al bar, sui pacchetti di sigarette. In grado di sostenere teorie di altissimo livello tecnico con i più grandi scienziati d’Europa. Ettore, infatti, appartiene al gruppo di fervide menti che hanno reinventato la fisica moderna, noto sotto il nome di Ragazzi di via Panisperna, capitanati da Enrico Fermi. Proprio Fermi lo accoglie come un genio nel gruppo. Nel periodo romano, in pieno regime fascista, nella ultra avanzata facoltà di Fisica, Ettore e i suoi colleghi lavorano alle più importanti scoperte scientifiche dell’epoca. A loro si devono la scoperta dei neutrini, della loro massa e dell’antimateria, la scissione nucleare e, soprattutto, l’equazione che porta il nome del genio catanese sui sistemi quantistici aperti. Nel 1933 viene invitato in Germania dal fisico Werner Heisenberg per argomentare sulla teoria nucleare e, successivamente, si reca in Danimarca per confrontarsi con un altro fisico di fama mondiale come Niels Bohr e i suoi adepti. Al rientro dal viaggio Majorana si chiude in casa e interrompe i rapporti con chiunque, anche con i suoi colleghi romani, accentuando la sua solitudine e misantropia, e dedicandosi esclusivamente allo studio forsennato. Forse qualcosa l’ha sconvolto, di certo in quel periodo si succedono svariati eventi significativi e toccanti per la sua esistenza. Qualche mese dopo muore il padre, infatti, e più tardi un suo nipotino in circostanze misteriose, con il conseguente processo a carico di un suo familiare. Il suo stato di salute si aggrava, con quei problemi all’apparato gastrointestinale sempre più sfibranti. Con il peso dei complessi di una sessualità mai risolta. Di questo fattore intimo Sciascia non  ha mai fatto menzione. Secondo lo scrittore di Racalmuto a sconvolgere maggiormente la sensibilità di Majorana è stato il rendersi conto della direzione che i suoi studi potevano prendere, e cioè quelli che poi, in realtà, hanno preso sulla scissione atomica (come si è verificato in seguito a Hiroshima e Nagasaki), e il rendersi conto del pericolo che l’umanità stava correndo. Dopo il suo soggiorno tedesco, e con l’esplosione della tirannia nazista che si riflette su quella fascista italiana, non fa fatica a comprendere che le nazioni si lanciano in una rincorsa affannata verso l’armamento atomico. Anche se il pensiero fisso di Ettore Majorana è la fisica: un’altra ossessione ancora più straziante si fa strada nella sua interiorità e cioè che la fisica va nella direzione sbagliata e che anche l’umanità va nella stessa direzione sbagliata. A confermare le sue visioni sono le evoluzioni delle carriere dei suoi colleghi. Vede Heisenberg (che considera un maestro e che dopo l’incontro con Ettore ottiene il Nobel) costretto a collaborare con la milizia tedesca, e il suo gruppo di colleghi del periodo romano autoesiliarsi in America, dove viene completata la messa a punto della bomba atomica. Molto presumibilmente si sarà fatta strada nel suo intimo l’idea che era arrivato il momento di scomparire anche per lui (I suoi studi sui neutrini erano talmente avanzati da consentirgli anche di guardare oltre l’atomica, a misteri che tutt’oggi permangono, nonostante gli studi sotto al Gran Sasso e a Ginevra). Sono varie e fantasiose le ipotesi attorno alla scomparsa di Majorana. Una vuole che sia stato arruolato dal regime nazista per collaborare al fianco di Heisenberg. Un’altra che si si sia rifatto una vita in Argentina e poi Venezuela. Un’altra ancora che abbia vagato come un barbone farneticando formule per le città siciliane. Secondo Sciascia, il peso delle responsabilità di fisico geniale che ha previsto la fine del Pianeta, lo hanno portato a creare una serie di tracce false per depistare dalla sua vera intenzione, cioè quella di rinchiudersi in un convento presso la Certosa di Serra San Bruno in Calabria, tornando con la mente al periodo dei suoi studi dai gesuiti, quando stava bene e non conosceva ancora la bruttezza del mondo. Ha tradito la sua passione, che era la sua vita, per non tradire la Vita. 

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