Leonardo Sciascia: “Il cavaliere e la morte” (1988) – di Gabriele Peritore

Seduto alla sua scrivania, il commissario Vice, guarda l’incisione che si porta dietro, in ogni ufficio, di ogni città in cui ha lavorato. Una stampa raffigurante un cavaliere sul suo bel cavallo, la Morte e il Diavolo. Conosce a memoria quel disegno in ogni minimo dettaglio: la precisione del tratto, la prospettiva, la ricchezza degli elementi. In quello scenario allegorico ambientato nel tardo medioevo ci vede i simboli della vita, della sua vita, della vita in generale. Questa stessa incisione forse è quella preferita di Leonardo Sciascia, collezionista appassionato di questo tipo di arte. In particolare modo predilige l’opera di Albrecht Dürer, tanto da inserirla nel suo romanzo, aprendo una serie di parallelismi sorprendenti. “Il cavaliere e la morte”, viene pubblicato nel 1988, quasi alla fine (avvenuta nel 1989) di una vita vissuta all’insegna della lotta al sonno della ragione. Come uomo e insegnante prima, e come scrittore e politico poi, è sempre stato impegnato in prima linea per fare emergere la Verità. Anche se, con il passare degli anni, si accorge che la vera Verità è sempre più sfuggente e sempre più difficile da afferrare. Questa visione pessimista è perfettamente riportata tra le pagine del libro e affidata allo sguardo amaro e realista del protagonista senza un nome, segnalato semplicemente con l’appellativo Vice. Forse perché un nome non serve, essendo la proiezione più intima e fantasiosa dello stesso scrittore di Racalmuto. Leonardo Sciascia, sempre attento alle dinamiche contraddittorie della sua terra (espressa egregiamente nella sua opera saggistica), ha spesso mostrato di prediligere la tecnica narrativa del giallo nei suoi scritti, basti ricordare le pagine esemplari del romanzo “Il giorno della civetta” (1961) che avvia la stagione della letteratura sulla mafia, facendone emergere elementi fino ad allora ignorati. Altrettanto significative sono le pubblicazioni di “A ciascuno il suo” (1966), del “Contesto” (1971) o del bellissimo “Todo Modo”(1976), inviso agli alti gradi delle gerarchie ecclesiastiche. Nel periodo di operato politico, oltre a battersi per diritti ritenuti fondamentali, civili e sociali, prima tra le fila del Partito Comunista (lasciato in maniera polemica) e poi tra quelle dei Radicali dal 1979, si è speso in progetti artistici in forma di inchiesta. Si è prodigato per fare luce su faccende immerse  nel mistero assoluto come “Atti relativi alla morte di Raymond Russell”(1971) o “La scomparsa di Majorana” (1975). Ha suscitato parecchio scalpore la pubblicazione sulla carta stampata nel 1978 de “L’affaire Moro”, che indaga tra le connivenze tra Stato e Antistato, in questo caso le Brigate Rosse. Non ha mai amato le posizioni comode, anche a costo di risultare impopolare. L’indagine che più l’affascina e avvince è quella sul Potere: su cosa sia in realtà, quali siano le sue dinamiche. Nei regimi dittatoriali era facile trovare il nemico. Nel sistema sociale democratico è difficile, molto difficile, quasi impossibile. Il potere costituito è caratterizzato da una fitta trama di segreti inconfessabili. Le relazioni sottaciute, gli insabbiamenti, la corruzione, gli incartamenti che scompaiono. I prestanome, i messaggi cifrati, l’arte di non sporcarsi le mani. I flussi economici hanno la necessità di essere orientati nella giusta direzione, cioè nelle tasche di chi comanda, e serve un apparato che riesca a ripulire tale massa di denaro in modo da aggirare il fisco, sistema messo in piedi dallo stesso potere. Si innescano una serie di connivenze necessarie a mantenere inalterato tale riciclaggio quotidiano, il voto, il voto di scambio, la compravendita dei voti. Con leggi, controleggi e postille, corrieri incappucciati, sportelli bancari volanti, di piccoli stati dentro lo Stato. Il flusso di denaro più grosso arriva dal traffico di stupefacenti, altri minori dal gioco d’azzardo e dalla prostituzione. Tutto questo apparato sotterraneo di relazioni con esponenti delle varie cosche mafiose sparse su tutto il territorio nazionale, e quello alla luce del sole, di politici e industriali, con l’informazione debitamente pilotata, serve a consolidare il potere stesso e il sollazzo dei protagonisti principali di tale famelica pantomima. Era così allora ed è così anche adesso, soltanto che adesso il Popolo non conta più niente. Di tutto questo si è sempre occupato lo scrittore siciliano, innalzando la sua critica dalle pagine dei giornali con cui collaborava. Degli intrighi di potere indaga anche il commissario Vice. Un avvocato ucciso in maniera singolare e i sospetti che indirizzano verso uno dei suoi amici più intimi, l’industriale Aurispa. Non è un giallo d’azione, è la risoluzione di un rompicapo che si consuma sul territorio della psicologia e dell’intuizione pura. Mentre dai piani alti della questura provano a depistare le indagini con false prove che portano a neonati gruppi terroristici. Un po’ come succede nella realtà attuale a livello mondiale. Prima della stesura del romanzo a Leonardo Sciascia viene diagnosticato un cancro, e il peso e il senso della malattia si avvertono nel romanzo. Utilizza un linguaggio più ricercato ed elegante, vicino allo stile barocco, mai sperimentato nei precedenti lavori, come a voler dare prova a se stesso, prima di morire, delle sue qualità espressive. Anche Vice è malato e le riflessioni sul cancro sembrano condizionare le sue decisioni. Una società malata, soltanto un soggetto malato la può comprendere, e forse immunizzare come un anticorpo. Cosi l’incisione di Dürer assume nuovi significati, perché la Morte è raffigurata come se sembrasse una mendicante, quindi stanca e quasi impotente. Lo stesso vale per il Diavolo, una maschera grottesca che fa sempre meno paura, perché gli esseri umani sanno fare di peggio. Rimane il cavaliere, nella sua armatura sfavillante che rappresenta la Vita, forse l’ultimo travestimento della Morte. Nel suo capolavoro, Sciascia, non riesce a far trionfare la Verità o la Giustizia, c’è soltanto la volontà di far trionfare la Ragione, alla maniera illuminista, come ha sempre fatto in tutta la sua opera, fino all’ultimo giorno della sua vita.

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