Leonard Cohen: “You Want It Darker” (2016) – di Capitan Delirio

“You Want It Darker” è il titolo dell’attesissimo album di Leonard Cohen, uscito in anteprima mondiale proprio in questi giorni. Dall’ottantaduenne artista canadase ci si poteva aspettare di tutto, la sua carriera è costellata di capolavori e clamorose fughe verso il basso. Questa volta si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte all’ennesimo capolavoro. Forse perché la potenza vocale e comunicativa è arrivata alla consapevolezza più assoluta, forse perché gli arrangiamenti dei brani sono curati in ogni minimo dettaglio, grazie alla maestria del figlio Adam, forse perché tratta tematiche esistenziali con la sensibilità desolata degli inizi della carriera. Fin dal titolo dell’album è evidente che è arrivato il momento della sua vita (di uomo e di artista) di confrontarsi con la Morte. Non posso fare a meno di pensare che nell’anno in corso sono già usciti due dischi che trattano la stessa tematica: “Black Star” di David Bowie e “Skeleton Tree” di Nick Cave, che per una strana coincidenza erano entrambi estimatori dell’istrionico Leonard, tanto da considerarlo un Maestro artistico. Ho trovato un parallelismo ancora maggiore con la canzone Not Dark Yet (in “Time Out of Mind” del 1992) di Bob Dylan, anche lui sfegatato discepolo e, per un’altra strana coincidenza, in questo stesso mese, Dylan ha vinto il Nobel per la Letteratura.
Se si ascolta la tracklist nella sequenza indicata si ha la sensazione di una lenta (s)calata verso la profonda oscurità del Mistero. La sensazione è confermata dal brano  che viene proposto in due versioni: è la seconda traccia, che seppur contraddistinta da un andamento tristemente indolente, pulsa di vitalità grazie all’incursione degli archi nell’arrangiamento, ed è anche l’ultima traccia, quasi esclusivamente strumentale, tranne che nel finale, che suona come un requiem in cui prevale la presenza dell’organo. Un estremo saluto con cui l’autore ci vuole lasciare.
Non ci sono sorprese negli arrangiamenti, con i classici arpeggi di chitarra acustica che hanno reso celebre il suo stile come in Traveling Light, i cori a enfatizzare i momenti di elevazione spirituale quasi Gospel, gli archi a sottolineare il contrappunto con la voce roca e baritonale come in On The Level e le scivolate nelle atmosfere vagamente Blues riscaldate dalle carezze di una splendida chitarra elettrica come in Leaving The Table.
Non ci sono sorprese neanche nei testi. Torna a rispolverare i suoi standard, con citazione dei Libri Sacri, la desolazione ricca di paradossi tra tristezza e humor nero, tipici ebraici. I riferimenti ai suoi poeti preferiti, Robert Frost e Thomas Stearns Eliot. La vicinanza maggiore si avverte con il poemetto Ode ad un Usignolo di John Keats, in cui un uomo, ritratto nei giorni della sua maturità, sente la nostalgia per le bellezze terrene che sta perdendo e inizia a percepire l’arrivo dell’Amante Fatale.

Darkling I listen; and, for many a time / I have been half in love with easeful Death /Call’d him soft names in many a musèd rhyme – (Da Ode ad un Usignolo, John Keats)

There’s a lover in the story / But the story’s still the same / There’s a lullaby for suffering / And a paradox to blame / But it’s written in the scriptures /And it’s not some idle claim / You want it darker / We kill the flame (You Want It Darker, 2016)

Anche se in alcuni momenti sembra rassegnato all’idea invocando, come in una preghiera, “Hineni Hineni I’m Ready, My Lord” (“Eccomi, Eccomi, Sono pronto, mio Signore”) in altri brani sembra farsi vincere dalla malinconia intrisa di visioni metafisiche, come in Treaty, o si abbandona alla rabbia frustrante in It Seemed the Better Way e in Seer Your Way, fino al commiato della ripresa di Treaty che ci lascia davanti al Mistero assoluto con il dubbio lancinante su cosa ci possa riservare il Dopo. Non ci sono sorprese quindi, l’unica sorpresa è che un’artista che ha superato gli ottant’anni, abbia ancora questa energia, questa forza creativa, tanto da tirare fuori nove tracce di assoluto valore musicale e in linea con il suo stile autoriale. Un esempio che mi auguro seguano alcuni ventenni senza ispirazione.

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