Leonard Cohen: “I’m Your Man” (1988) – di Marco Fanciulli

Ricordo che quando ascoltai per la prima volta “I’m Your Man” (Columbia 1988) di Leonard Cohen rimasi deluso a causa delle sue sonorità a mio avviso troppo sintetiche, talmente ero abituato al Cohen di “Song From a Room” (1969) e “Song of Love and Hate” (1971). Avevo apprezzato “Death of a Ladies’ Man” (1977) perché avevo trovato molto azzeccato l’accostamento del cantautorato coheniano con il “Wall of Sound” della produzione di Phil Spector. anche “Various Position” (1984) è un gran bel disco (l’album che contiene la celeberrima Hallelujah) ma “I’m Your Man” niente, non mi entrava proprio dentro e restituì dopo due giorni il cd noleggiato (era l’epoca ove si potevano noleggiare audiovisivi e affini, prima che una sciagurata sentenza del Tar del Lazio rompesse l’incantesimo). Negli anni 80 tanti grandi artisti avevano provato ad attualizzare il loro stile introducendo arrangiamenti sintetici ma i risultati furono quasi tutti fallimentari: il Neil Young di “Trans” (1982) e dell’ancora peggiore “Landing on the Water” (1986), il Bob Dylan di “Empire Burlesque” (1985), il David Bowie di “Tonight e Never Let Me Down” (1987), i Rolling Stones di “Dirty Work” (1986), la Joni Mitchell di “Dog Eat Dog” (1985)…
D’altra parte l’intento era più che comprensibile: questi artisti che nei 60 e 70 avevano raccolto glorie ed onori stavano lottando per non finire dimenticati dalle generazioni 80 che furoreggiavano dietro a Madonna e ai Duran Duran (poteva un Dylan incidere un album sullo stile di “Blonde on Blonde” (1966) nell’America reaganiana becera e dozzinale del tempo?). Inclusi “I’m Your Man” di Cohen nel mazzo degli album summenzionati e mi dimenticai di quel disco. Commisi un errore. Dopo molti anni, con l’orecchio di ascoltatore più attrezzato dell’adolescente che ero quando uscì l’album, ripresi l’ascolto del disco, prima su prestito di un mio amico e poi con un paio di sedute in cuffia nella straordinaria biblioteca multimediale della mia città di residenza dei tempi. Mi accorsi dell’errore madornale e corsi a comprare il vinile dal leggendario Rasputin, negozio di dischi milanese. Riascoltando attentamente ho avuto l’ennesima conferma della mia sottovalutazione dell’album in quegli anni.
I’m Your Man” non è certo un flop conseguenza del rinnovamento sintetico ma un capolavoro dove a dominare è sempre la vena cantautorale di Leonard Cohen con la sua classe divina, tale che le tastiere passano in secondo piano. Come sempre i testi eccezionali di un poeta vero e la musica non va intesa come una rottura col passato per inseguire la modernità ma una nuova fase artistica che è una prosecuzione del passato. Del resto ogni grande artista non rimane fedele allo stesso canovaccio ma mostra le sue grandi doti rinnovandosi nel tempo. A volte il prodotto finale non funziona, altre volte invece è una carta vincente… Come “I’m Your Man” di Leonard Cohen.

1. First We Take Manhattan 6:01. 2. Ain’t No Cure for Love 4:50.
3. Everybody Knows (Cohen, Sharon Robinson) 5:36.
4. I’m Your Man 4:28. 5. Take This Waltz (Cohen, Federico García Lorca) 5:59.
6. Jazz Police (Cohen, Jeff Fisher) 3:53. 7. I Can’t Forget 4:31.
8. Tower of Song 5:37 (Cohen, Jennifer Warnes).

Leonard Cohen: tastiere, voce. Jude Johnson: voce. Anjani Thomas: voce.
Jennifer Warnes: voce. Mayel Assouly: coro. Evelyine Hebey: coro.
Elisabeth Valletti: coro. Jeff Fisher: tastiere. Bob Stanley: chitarra.
Sneaky Pete Kleinow: pedal steel guitar. Peter Kisilenko: basso.
Tom Brechtlein: batteria. Vinnie Colaiuta: batteria.
Lenny Castro: percussioni. Michel Robidoux: batteria, tastiere.
John Bilezikjian: oud. Richard Beaudet: sassofono.
Raffi Hakopian: violino.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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