Legend: “Legend (a.k.a. the ‘Red Boot’ album)” (1970) – di Pietro Previti

Se esiste una etichetta discografica che sta particolarmente a cuore ai proggers, questa è la Vertigo Swirl. Nata sul finire del 1969 in Inghilterra come label sussidiaria della Philips/Phonogram, la Vertigo venne concepita alla stregua di altre etichette nate appositamente per venire incontro al mercato giovanile in costante aumento e che aveva nel progressive, inteso in tutte le sue accezioni – dal jazz-rock al proto hard-rock – la sua massima espressione. Curatissima a partire dal logo, la spirale creata dalla grafica Linda Nicol, la Vertigo ha potuto contare su due dei più innovativi artisti dell’epoca. Il formidabile disegnatore Roger Dean, il cui tratto unico finirà con l’identificarsi con le musiche contenute negli album di cui curerà le copertine, ed il visionario fotografo Marcus Keef, autore di alcune cover tra le più riuscite dell’epoca. Da rimarcare, inoltre, l’inedita soluzione per alcuni LP inseriti in spettacolari copertine apribili, talvolta sagomate, le cosiddette gimmix cover, solitamente proposte solo con le prime stampe e che, con il passare del tempo, diverranno costosi oggetti del desiderio per appassionati e  collezionisti. Van der Graaf Generator, Gentle Giant, Black Sabbath e Colosseum sono i nomi di punta della label, quelli che solitamente non possono mancare in una basic collection di amanti del prog o, tout court, della musica rock. L’approccio innovativo dei manager della Vertigo, impegnati peraltro a “strappare” ad altre case discografiche potenziali promesse del rock, fece sì che in catalogo venissero ricompresi alcuni nomi “minori” che, a ben vedere, poco avevano a che fare con il genere per cui era stata fondata l’etichetta. E’ il caso dei Legend, la band di Mickey Jupp. Ai tempi della firma con la casa della spirale,  Michael Jupp, Mickey per gli amici ed i musicisti con cui incrocia le corde della sua chitarra, ha già venticinque anni e sufficiente esperienza alle spalle, essendo considerato tra gli artisti di punta della vivace scena musicale di Southend. Il Southend, già. Southend-on-Sea è una cittadina sul mare, dista appena 70 miglia da Londra e non è esente dalle scorribande di mods e rockers della prima metà dei Sessanta. Malgrado un buon numero di band e dancing per ballare in riva al mare, fino a quel momento è conosciuta dal punto di vista musicale solo per avere prodotto un unico gruppo di successo, The Paramounts, che spaccò sul serio soltanto dopo essersi trasferito a Londra ed aver mutuato il nome in Procol Harum. L’apprendistato musicale di Jupp è comune a quello di tanti ragazzi nell’Inghilterra dei primi Sessanta. Appena terminato il liceo artistico, per farsi le ossa, entrò in un complesso di R&B, The Orioles (19631965), dove fece amicizia con Mo Witham (chitarra e voce) e Bob Clouter (batteria). Questa band non lascerà tracce discografiche, a differenza della prima line up dei Legend, la band che Jupp creerà nel 1968, complice anche un contratto siglato con la  Bell Records. Il gruppo originale era formato da Nigel Dunbar (batteria), Chris East (chitarra, voce e armonica) e Steve Geere (contrabasso e voce), oltre allo stesso Jupp  (chitarra, piano e voce). L’album, intitolato semplicemente Legend, passò pressoché inosservato; le composizioni della coppia East-Jupp eseguite in acustico non graffiavano ed alla band non restò alternativa che sciogliersi. Testa dura, Jupp entrò in contatto con la neonata Vertigo e firmò per due album, utilizzando sempre la sigla Legend. Una seconda opportunità, in fondo, non si nega a nessuno e Mickey, indiscutibilmente, si presentava come musicista e compositore in gamba. Rifondata per intero la formazione con l’amico di vecchia data Mo Witham (chitarra elettrica), John Bobin (basso elettrico) e Bill Fifield (batteria), i Legend pubblicarono nel 1970 il loro primo album per l’etichetta della spirale. Giusto per evitare confusione con il precedente lavoro, prendendo spunto dalla curiosa immagine che appare in copertina e che immortala uno stivaletto in pelle rossa fiammeggiante, l’album sarà rinominato “Red Boot”. L’album è ancora oggi delizioso, scorre magnificamente e si ascolta che è una meraviglia. A ben pensarci, una boccata d’aria fresca nel serioso panorama del progressive. I Legend, questa volta in chiave elettrica, ripropongono un mix di pop music, rockabilly e blues rock. Country’n’Western e doo-wop, Chuck Berry-tre-accordi ed armonie fifties. Chi ascoltò all’uscita questo LP dovette rimanere piuttosto sorpreso, se non anche scioccato. I Legend apparivano completamente dissociati da qualsiasi cosa stesse producendo la Vertigo o avvenisse sul piano musicale in quel 1970. In tal senso, a poco o nulla servì che avessero arruolato Tony Visconti come loro produttore. L’album successivo, “Moonshine” (1971), non fece altro che acuire la delusione di band ed etichetta per gli insufficienti riscontri in termini di pubblico e vendite. Fifield aveva già lasciato, chiamato alla corte dei T.Rex di Marc Bolan (che gli affibbiò il soprannome di Bill Legend), sostituito alla batteria proprio da quel Bob Clouter che aveva suonato con Jupp nella sua band giovanile, The Orioles, a questo punto  ricostituitasi quasi per intero. La proposta dei Legend non era capita o apprezzata; probabilmente anche loro erano in anticipo sui tempi. A quel punto lo split fu inevitabile, ma per Jupp cominciò immediatamente un’altra storia anche se per alcuni anni di basso profilo. Una vicenda legata a doppio filo al pub-rock e a gruppi quali i Dr. Feelgood (per i quali scrisse Down at the Doctors) ed i Rockpile. Solo sul finire degli anni Settanta, grazie alla neonata etichetta Stiff, label di riferimento del pub-rock e della nascente scena punk-rock, Mickey ebbe un nuovo contratto che lo portò ad incidere due album a suo nome, “Juppanese” (1978) e “Long Distance Romancer” (1979), quest’ultimo con la produzione della premiata ditta Godley & Creme dei 10cc. Si tratta di buoni lavori, sinceri ed onesti prodotti di artigianato musicale, in cui si ritrovano i vecchi impulsi musicali rivisitati in ottica rock stradaiola e grezza. Ai collezionisti va ricordato che la stessa Stiff contribuì a creare confusione nella discografia dei Legend. Prima di pubblicare “Juppanese”, l’etichetta pensò bene di immettere nel mercato una compilation dei primi tre dischi del gruppo che chiamò, ovviamente, con il solo nome della band. Negli anni successivi Jupp ha arricchito la sua discografia, pubblicando una decina di  album, tra titoli originali, raccolte e live, per etichette svedesi e  tedesche. Sue canzoni sono state registrate da Rick Nelson, Elkie Brooks, The Judds and Chris Farlowe, Delbert McClinton, Nick Lowe, Gary Brooker, The Hamsters, Dr. Feelgood and The Searchers.

Legend (a.k.a. the ‘Red Boot’ album) Vertigo 6360019
1. Cross Country (3:25). 2. Cheque Book (3:21). 3. Lorraine Part 1 (2:57).
4. Nothing Wrong With Me (2:05). 5. Somebody In Love (2:41). 6. Goin’ To (2:34).
7. Anything You Do (3:07). 8. My Typewriter (2:55). 9. Five Years (2:59).
10. Hole In My Pocket (2:08). 11. Lorraine Part 2 (3:32). 12. I Feel Like Sleeping (3:14).
Line-up: John Bobin: bsgtr, voc. Bill Fifield: dr. Mickey Jupp: voc, keyb, gtr. Mo Whitham: gtr, voc.
Production: Tony Visconti for David Knights Productions
Cover-design and Photography by Karl StoeckerRecorded at Advision Studio.

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