Led Zeppelin: “Moby Dick” (1969) – di Warden

Navighiamo da settimane nelle acque gelide del Nord. Non so più dove siamo. Bussole, sestanti e strumenti di navigazione non ci sono più d’aiuto da tempo ormai, come se qualcosa li avesse fatti impazzire tutti insieme. Iceberg grandi come montagne svettano sul mare. Il terrore di finirci contro, di sentire lo scafo di legno sbriciolarsi sotto di noi, rischia di farci perdere il senno. Abbiamo paura. Abbiamo tutti paura… e la cosa peggiore è che lui è là fuori. Il Leviatano ci sta dando la caccia. Nella nostra ignoranza, nella nostra spocchiosa superbia di esseri umani, siamo sempre stati convinti di essere noi, i grandi cacciatori di balene, a inseguire lui. Quante volte l’ho avuto a tiro del mio arpione, e quante volte mi è sfuggito. Ma il Leviatano è sempre stato un passo avanti a noi, pur nel suo essere creatura bestiale, che le leggende vogliono dipinto senza raziocinio. Ci ha attirati nel mare gelido del Nord, dove l’orizzonte è nero, dove il cielo gonfio promette tempesta, e dove le acque oceaniche raccontano di mostruosità nascoste negli abissi.
I miei uomini sono terrorizzati, alcuni si sono tuffati in mare per la disperazione, per una paura troppo opprimente per essere sopportata. Io reggo il timone. Sono il capitano, è il mio compito, adesso. È mio dovere portarci fuori da qui, condurci in salvo. Tengo stretta la ruota di legno, fisso l’orizzonte, dove cielo e oceano si incontrano. Il Polo Nord mi sta sfidando, e sa che non posso vincere. Vedo qualcosa, una grossa forma inerte e scura che solca le acque. Mi preparo allo schianto, ma non è lui, non può esserlo. Non si muove. Galleggia come un grosso cadavere. Arriviamo un po’ più vicini, e finalmente lo vediamo. È un relitto, ed è incagliato di lato su un grande iceberg, il cui ghiaccio è penetrato come un coltello nella fiancata di legno. Non sembra un relitto antico. È una nave del XIX Secolo, come quella che comando io.
Vi passiamo accanto e la osserviamo in rispettoso silenzio. I più devoti pregano. Quella è la fine che faremo noi. Le preghiere si interrompono di colpo, sostituite da grida di orrore e terrore. L’equipaggio del relitto è ancora lì, incastrato tra quei detriti di legno. Gli uomini sono ridotti a mummie congelate nel ghiaccio. Parecchi di loro sono ai posti di manovra, come se la morte li avesse colti mentre facevano il loro dovere di marinai, ma alcuni giacciono scomposti sul ponte o nelle scialuppe. A molti mancano arti o pezzi di corpo. Quel relitto è una carneficina, sembra il tavolo di lavoro di un macellaio. Può essere stato Lui? Può essere opera del Leviatano? Impossibile. Lui avrebbe divorato la nave in un boccone. So che può farlo, l’ho visto spalancare le fauci davanti a noi. No, è stato qualcos’altro a ucciderli. Non possono essersi aggrediti l’un l’altro, perché le ferite che li storpiano non sono prodotte da denti o unghie umani, e nemmeno da armi. Questo significa che qualcos’altro vive quassù, qualcosa di peggiore del Leviatano, qualcosa di così malvagio da massacrare l’intero equipaggio di una nave e di lasciarlo lì, in bella mostra.
Non è un avvertimento per spaventarci, perché se potessimo tornare indietro, l’avremmo già fatto. È una promessa di ciò che ci attende, della fine che faremo noi. Questa consapevolezza sconvolge i miei uomini. Si levano grida che inneggiano alla fine dei nostri giorni. Uno si inginocchia e inizia ad adorare ad alta voce il Demonio. Alzo la voce, sbraito per farmi ascoltare, ma ho perso il controllo, la vista della nave dei morti li ha gettati a capofitto in un abisso di terrore da cui non c’è ritorno. L’atmosfera è sempre più tesa, mi aspetto che scoppi una rissa da un momento all’altro, ma qualcosa ci distrae tutti. Un’onda spinge la nave da sotto e la scaraventa in avanti con la forza di un maremoto. Mi reggo al timone tra i violenti spruzzi, tra le grida dei miei compagni.
Il mare torna calmo, e ora capisco. Lui è passato sotto di noi, ne sono sicuro. Era lui, e ci ha condotti più avanti di proposito, oltre la nave dei morti, perché c’era qualcos’altro che voleva vedessimo. Davanti a noi si estende un continente bianco. Siamo giunti al polo estremo, questo è l’ultimo approdo, dove alla civiltà umana non è permesso vivere come vorrebbe. Qualcosa ci attende sulla riva, delle figure immobili. L’orrore mi serra. Statue di carne rossa. Carcasse di balene morte, foche uccise a bastonate, orsi polari privati della pelliccia. Un ammasso di orrori e di crimini commessi dagli umani. È questo che il Leviatano voleva che vedessimo. È questo che la nostra gente fa, è per questo che l’equipaggio dell’altra nave è stato sterminato. È questo che spetta a noi tutti. Sentiamo un rombo titanico alle nostre spalle. Un gorgo si apre nell’acqua buia e gelida… la fine è vicina.

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