Led Zeppelin: “Led Zeppelin III” (1970) – di Nicholas Patrono

Eclettico, colorato di influenze blues e folk, “Led Zeppelin III” vede la luce il 5 ottobre del 1970. Un giorno di gioia per gli amanti dell’Hard Rock classico, quello fatto di riff di chitarra destinati a non lasciarti più e da scelte compositive semplici ed efficaci. Firmata Atlantic Records, la terza fatica di Robert Plant e compagni segna un cambio stilistico rispetto ai due dischi precedenti, anticipando poi la maturità compositiva assoluta del successivo “Untitled Album” o “Led Zeppelin IV” che dir si voglia, datato 1971. Enorme successo commerciale fin dalla sua uscita, “Led Zeppelin III” è l’anello di congiunzione tra i Led Zeppelin più Hard Rock dei primi due dischi e quelli successivi, più sperimentali, più evoluti se vogliamo, che abbracciano stili diversi con grande maestria. A soli tre anni dalla fondazione della Band, avvenuta nel 1968, i Led Zeppelin dimostrano già di sapere quello che vogliono e, soprattutto, di sapere come realizzarlo. Ad Immigrant Song, breve quanto efficace, il compito di aprire le danze, con un riff di chitarra caratteristico, rimasto nel cuore di ogni estimatore dell’Hard Rock più classico. Robert Plant esplora il proprio registro vocale narrando di guerre, vichinghi e Valhalla, supportato da una sezione ritmica che viaggia perfettamente in sincronia e dalla chitarra decisa di Jimmy Page. Acustica, sorretta da percussioni esotiche e completa di una sezione di archi nell’arrangiamento, Friends cambia completamente le carte in tavola, presentando un ritmo ed un sound che richiamano l’India, elemento stilistico che avrà poi una certa continuità nel successivo “Led Zeppelin IV”, con il brano Four Sticks. Nel complesso Friends, per quanto sperimentale e diversa rispetto ad Immigrant Song, risulta molto più piacevole del previsto. Più allegra e scanzonata la successiva Celebration Day, nella quale impressiona il lavoro al basso di John Paul Jones, e dove anche Jimmy Page ottiene spazio per sé, con un breve assolo; episodio divertente, per certi versi meno ambizioso del brano che segue: Since I’ve Been Loving You. Aperto dalla chitarra di Page, a cui si aggiungono subito basso e batteria, il brano si presenta come sfaccettato e complesso. Piacevoli influenze blues trasportano i toni generali su sonorità molto meno immediate di quelle orchestrate in Celebration Day. Il successo di Since I’ve Been Loving You è tale che la canzone diviene stabilmente presente nelle esibizioni dal vivo della Band inglese; un successo dovuto alla sua capacità di sedurre letteralmente l’ascoltatore, nel modo che solo le note calcolate e i ritmi sfuggenti di un blues sanno fare. Bellissimo il solo di Page, qui più che mai protagonista nella sezione centrale, e splendido l’accompagnamento ritmico, che prova ancora una volta come l’intesa tra John Paul Jones e John Bonham fosse perfetta. L’ottima interpretazione di Robert Plant corona quello che potrebbe essere definito il pilastro portante, uno dei brani meglio riusciti del disco. È la volta di Out on the Tiles, scritta da John Bonham, e ancora i collegamenti con l’album successivo sono presenti: l’intro di questo brano è stato usato diverse volte dai Led Zeppelin come introduzione per Black Dog durante i concerti. Si ritorna al Rock più classico, in un brano forse penalizzato da alcuni eccessivi stop-and-go, ma ben realizzato e coinvolgente. Altro cambio d’atmosfera con Gallows Pole, in cui ritornano chitarre acustiche e soluzioni più pacate. Adattamento di un brano di Fred Gerlach chiamato The Maid Freed from the Gallows Pole, la canzone presenta influenze folk, con tanto di mandolino, ritmiche meno rockeggianti e una generale atmosfera da canzone popolare, con un’accelerata di ritmo nel finale. Piuttosto simile alla versione originale, sebbene rimaneggiata in parte nel testo, la canzone scorre innocua, inferiore a molti altri episodi del disco: una parentesi buona in un’opera composta da ottime canzoni. Segue Tangerine, che mantiene l’atmosfera soft e addolcisce le melodie, non più allegre ed agitate come quelle di Gallows Pole, bensì tristi e struggenti. Un regalo per chi preferisce i brani malinconici, alternativa radicale al precedente pezzo; una scelta che da un lato potrebbe disorientare l’ascoltatore, ma dall’altro dimostra come i Led Zeppelin sappiano proporre infinite versioni di loro stessi, in modo da accontentare i gusti più diversi. Sempre acustica la successiva That’s the Way, ballad riposante che riprende quanto fatto con Tangerine e lo propone in un brano un po’ più lungo e complesso, egualmente evocativo. Robert Plant e Jimmy Page, protagonisti assoluti, esplorano diverse dimensioni della malinconia e narrano del “disagio dei capelli lunghi”, ossia i pregiudizi che colpivano quelli che, come loro, volevano essere appassionati di Rock anche nell’aspetto e si identificavano in quel tipo di capigliature. Racconto di un’epoca passata, dei conflitti di tutti i giorni che si affrontavano una volta, That’s the Way  funziona, anche se i più appassionati del Rock spinto potrebbero iniziare ad accusare il colpo per il rallentamento generale del ritmo. Non per gli amanti di chitarre distorte e ritmi spinti la successiva Bron-Y-Aur Stomp, brano dalle influenze country, dove John Paul Jones suona il contrabbasso anziché il basso elettrico. Ispirato da una casa a Gwynedd, nel Galles, di nome Bron-Yr-Aur, in cui i Led Zeppelin si erano ritirati per scrivere il materiale del terzo disco, il brano trasporta l’ascoltatore per colline verdeggianti, tra atmosfere allegre e spensierate. Si conclude tutto con Hats Off to (Roy) Harper, riarrangiamento del brano Shake ‘Em On Down di Bukka White, tributo dei Led Zeppelin all’amico e cantante folk Roy Harper. Brano strano e sperimentale, con la voce effettata di Plant che tremola sulle note acustiche di chitarra, Hats Off to (Roy) Harper svolge il difficile compito di concludere un disco storico, senza il quale molto del Rock moderno che conosciamo non sarebbe stato creato, nonché il disco che si è evoluto nel definitivo, storico traguardo per la Musica che fu “Led Zeppelin IV” l’anno successivo. Molto si può dire su “Led Zeppelin III”: i fan lo adorano ed il successo commerciale è enorme, ma la critica rimane perplessa per il massiccio cambiamento di sonorità, in favore di scelte più soft e acustiche. Noi ci limitiamo a consigliarne l’ascolto, perché senza questo disco il Rock sarebbe molto più povero, possibilmente in tandem con il disco successivo, per accorgersi di persona di come molti elementi del “III” abbiano poi fatto la fortuna del “IV”.

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