Led Zeppelin: “Led Zeppelin II” (1969) – di Nicholas Patrono

Prima opera prodotta dai Led Zeppelin a piazzarsi in testa alle classifiche musicali inglesi e americane, “Led Zeppelin II”, datato 1969, firmato dall’immancabile etichetta Atlantic Records, segna un passaggio molto importante nella carriera della Band. Definito l’album più Heavy del quartetto inglese, “Led Zeppelin II” è un concentrato di classici, di canzoni divenute immortali, in grado di ispirare gli aspiranti musicisti Hard Rock per generazioni intere. Secondo capitolo di una carriera tutto sommato breve, soprattutto se paragonata a quelle di altri mostri sacri della musica, “Led Zeppelin II” è tutto ciò di cui chi apprezza il lato Rock della Musica ha bisogno: pezzi dal Groove irresistibile, chitarre distorte e graffianti, ritmiche sostenute, voce dalle buone capacità tecniche e interpretative. Il carisma di ciascuno dei quattro musicisti è grande, ma nessuno sovrasta gli altri, e ciascuno ottiene i propri momenti di “gloria personale”, qui forse ancor più che in altri dischi. All’inconfondibile riff di chitarra di Whole Lotta Love, a cui presto si incrociano basso e voce, il compito di aprire le danze… eccome se le apre. Brano che incarna l’anima più pura e semplice di ciò che l’Hard Rock è, e di ciò che l’ascoltatore di questo genere ricerca. Un pezzo diretto, di grande impatto, capace di catturare da subito l’attenzione e di non lasciare più andare l’ascoltatore. Interessante l’intermezzo sperimentale, con distorsioni, sovraincisioni e panning da una cassa all’altra, tanto che l’ascoltatore rischia di uscirne disorientato. L’intermezzo culmina in una breve parte solista di Jimmy Page, per poi riprendere il tema iniziale. Più spazio alla voce di Robert Plant verso il finale, per poi ritornare al tanto semplice quanto spettacolare riff d’apertura. Si rilassa l’atmosfera con la successiva What Is and What Should Never Be, cangiante, ricca di dinamiche differenti, interessante esperimento che gioca con le infinite possibilità che offre la musica. Meno immediata, più stratificata di Whole Lotta Love, la canzone scorre molto bene, senza mai annoiare, complici i numerosi cambi d’atmosfera; un brano da non sottovalutare, e da riascoltare più e più volte. The Lemon Song, ri-arrangiamento del brano Killing Floor di Howlin’ Wolf, è una piacevole parentesi a tinte Blues, scanzonata al punto giusto, avvolgente e suadente come solo il Blues sa essere. Brusco il cambio d’atmosfera che avviene dopo il primo minuto e mezzo. Segue un rallentamento del ritmo, scandito dal fenomenale lavoro al basso di John Paul Jones. Altro spazio solistico per Page, e poi un “botta e risposta” tra voce e chitarra, prima del finale ad alta intensità. Piacevole la seguente Thank You, prima ballad del disco, canzone d’amore scritta da Robert Plant per sua moglie Maureen, nonché primo pezzo dei Led Zeppelin per il quale Plant scrisse tutto il testo. La chitarra a dodici corde di Page costruisce intrecci, supportata da un organo Hammond suonato da John Paul Jones, nonché da un ottimo lavoro ritmico da parte di John Bonham e del basso di Jones. Un Robert Plant mai così dolce mostra quanto versatile sia il carismatico cantante. Dopo lo sfumato finale, si passa a Heartbreaker, brano carico, sfrontato, espressione pura dello spirito dell’Hard Rock. Molto apprezzata dal pubblico ai concerti, caratterizzata da un solo in cui Page mette in mostra le proprie capacità, Heartbreaker funziona alla grande e rientra nella tipologia più classica dei brani Rock dei Led Zeppelin, al pari di gemme come Black Dog, Whole Lotta Love e tante altre. Si rimane su atmosfere upbeat con Living Loving Maid (She’s Just a Woman), tanto breve quanto energica. Brano molto famoso, ispirato da una groupie che la band aveva incontrato durante un tour negli Stati Uniti, Living Loving Maid è considerata dai Led Zeppelin poco più che una traccia riempitiva, un “filler”, e per questo motivo non viene mai suonata dal vivo dalla Band. È poi Robert Plant, nel 1990, durate un tour da solista, a eseguirla per la prima volta. Stessa sorte tocca alla successiva Ramble On, suonata da Plant durante i tour… ma non dai Led Zeppelin. Brano mutevole, che sfrutta dinamiche di vario tipo e le unisce ad un testo ispirato dalle opere di J. R. R. Tolkien. Elemento di continuità quello delle influenze Fantasy, destinato ad essere ripreso nei successivi lavori, ad esempio con la canzone Misty Mountains Hop, di “Led Zeppelin IV” (1971). Davvero notevole, forse il capolavoro del disco, la strumentale Moby Dick, dove finalmente John Bonham mette in mostra le proprie capacità. Un minuto d’introduzione a strumentazione completa, con uno dei migliori riff di chitarra creati da Page, e poi un assolo di batteria di ben tre minuti, prima della ripresa del memorabile riff d’apertura. Tutto sommato più regolare di certe follie ritmiche prodotte da batteristi più moderni, ma a modo suo irripetibile, l’assolo di Bonham è la dimostrazione che anche uno strumento ritmico – non melodico – come la batteria possa essere ascoltato da solista con grande piacere. Magistrale preludio alla conclusione del disco, Moby Dick cede il posto a Bring it on Home, cover di una canzone Blues di Willie Dixon, eseguita in origine dal cantante e armonicista Sonny Boy Williamson II. L’arrangiamento dei Led Zeppelin si articola in un’introduzione e una sezione conclusiva che omaggiano il brano originale, intervallate da una parte centrale di stampo Hard Rock, più ritmata e veloce. Il basso di Jones e la batteria di Bonham disegnano i confini entro i quali si muove la chitarra di Page… e il cantato energico di Plant corona il tutto. Si conclude così, sulle note di un’armonica, “Led Zeppelin II”, forse il “disco tra i dischi” dei Led Zeppelin. Si può discorrere all’infinito su quale sia la nostra opera preferita di Plant e compagni, ma una cosa è certa: “Led Zeppelin II” rappresenta il picco, sotto molti aspetti, dell’anima originaria dei Led Zeppelin, quella fatta di Hard Rock puro e semplice, senza le influenze Folk delle produzioni successive. Un brindisi alla memoria di Bonham, mentre ascoltiamo Moby Dick in loop.

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