Led Zeppelin: “Houses of the Holy” (1973) – di Claudio Trezzani

Siamo nel 1973, quattro anni dopo il 1969, anno che ha visto i Led Zeppelin sconvolgere il mondo musicale, trasfigurando il british blues di matrice americana in un hard rock embrionale. I Led Zeppelin, capitanati dal mago non solo della chitarra ma anche della produzione Jimmy Page, sono al quinto disco, dopo quattro album che, come detto, hanno rivoluzionato la concezione stessa della musica dell’epoca inventando di fatto un genere, l’hard rock, per poi stravolgerlo portando il sound su un rock acustico con influenze folk. Anche a livello commerciale è tutto nuovo, nessuna casa discografica ha mai avuto a che fare con una band che rifiuta qualsiasi tipo di standard: niente titolo, niente nome sulla copertina, niente riferimenti precisi alla band stessa, niente singoli. Gli esperti lo ritengono un suicidio commerciale ma, come ben sappiamo, la storia li ha smentiti. Ecco, con “Houses of the Holy” (1973) c’è aria di cambiamento. I fan dei Led Zeppelin sono da anni abituati ai dischi chiamati con numeri romani (“Led Zeppelin I“, “Led Zeppelin II“, “Led Zeppelin III” e “Led Zeppelin IV“) e quindi si aspettano un seguito simile, magari intitolato “Led Zeppelin V“.
Ecco arrivare invece “Houses of the Holy” con il consueto spirito anti-commerciale, quindi nessun riferimento sulla copertina, anche se il fatto che abbia un nome preciso lo avvicina un po’ più agli standard comuni. La copertina originale (bandita e bannata dai social perché ritenuta sconveniente) e tutto il lavoro grafico del disco sono molto belli e innovativi: lo studio fotografico Hipgnosis ha creato un capolavoro. È raffigurata la distesa di colonne di basalto della località di Giant’s Causeway in Irlanda del Nord, sormontate da bambini che vi si arrampicano (in realtà sono due gemelli di 7 e 5 anni, Samantha e Stefan Gates). Rispetto ai dischi precedenti la Atlantic Records ottiene da Page e soci il permesso di applicare fascette di carta con nome del disco e della band per aiutarne le vendite; l’album fa il consueto botto in tutto il mondo, ma certo non è merito di una targhetta. L’ennesimo capolavoro targato Page, Plant, Jones e Bonham, con l’aiuto determinante del mago della consolle Eddie Kramer, si compone di otto pezzi che stupiscono al primo ascolto per l’approccio come al solito eclettico e mai banale, con introduzione di nuovi generi e coraggiose influenze che vanno dal folk al reggae. La critica al solito li stronca, ma conosciamo bene l’odio di Page per i critici musicali, con loro c’è un conto aperto.
L’apertura del disco è folgorante, The Song Remains The Same doveva essere un brano strumentale e lo sembra, il riff iniziale con la dodici corde di Jimmy Page è elettrizzante, gli assoli si sovrappongono, il basso di John Paul Jones impartisce lezioni di ritmica al pari di un grande jazzista, la batteria di Bonham inventa un suono molto difficile da eguagliare. Un brano che Plant vuole rendere speciale: si inventa un testo che si incastra perfettamente e scatena la sua voce: sempre la stessa, invidiabile ugola rock. Un brano che riveste sempre un’importanza cruciale nelle esibizioni live e dà pure il titolo al loro film-concerto. I Live degli Zeppelin sono lo spettacolo più richiesto del mondo, durano oltre 3/4 ore, cosa che nessuno aveva mai osato, la band mette il mondo a ferro fuoco in lungo e in largo a bordo del jet privato Starship. Dopo un concerto a Los AngelesPage viene quasi sfidato da George Harrison dei Beatles: “Ragazzi, voi non avete una ballad per fare presa sulle ragazzine come noi, non le sapete scrivere”. Ed ecco la spinta necessaria per scrivere The Rain Song. Intro acustico, testo sognante, e la voce di Plant fa il resto. Over The Hills and Far Away pare ricalcare le stesse orme del brano precedente, chitarra folk acustica come incipit e la voce delicata di Plant, un’altra ballata quindi? No, perché in un climax di emozioni la scena viene presa da un riff graffiante di Page e dalla solita indiavolata ritmica del duo Bonham-Jones.
L’abilità di passare dalla ballata al rock della voce di Plant è uno dei segreti della band. Sorprendente anche la successiva The Crunge, pezzo divertente che s’ispira ai lavori del mago del funk James Brown. La genialità di John Bonham nell’improvvisare in studio con idee pazze, già testimoniata dai precedenti dischi, fa la sua comparsa anche qui, assieme a un innovativo sintetizzatore, per la prima volta in un album dei Led Zeppelin. Contestualizzando il brano nel 1973 si capisce che questo pezzo, pur non essendo un capolavoro, è comunque unico. L’escursione nel pop-rock di Dancing Days sembra un modo di dire al mondo: “Possiamo suonare e scrivere qualsiasi genere meglio di tutti“, e il suo sound è anche il motivo per cui, così hanno raccontato in seguito, la title-track viene scartata e poi riproposta nel successivo “Physical Graffiti” (1975): troppe similitudini che avrebbero reso ridondante il concetto. (Per inciso, fra le due canzoni Houses of the Holy è decisamente più ispirata). La successiva D’yer Mak’er è la canzone che più lascia i fan esterrefatti e anche un po’ delusi, un pezzo influenzato dal reggae che la band sostiene di aver composto e registrato appena dopo l’opener, spinti dal bisogno di allegria e leggerezza. Leggera sì ma non banale, certo strana ma innovativa.
Anche qui aleggia la sensazione che Page si diverta non poco a registrare cose che nessuno si aspetta da lui ma, il pezzo seguente è di una bellezza tale da cancellare qualsiasi dubbio, raggae o non raggae: No Quarter, una cupa ballata rock a cui la tastiera di Jones (autore del brano), arricchita dall’uso del mellotron, dona un’atmosfera sognante, da racconto fantasy. Il riff di Page è un monolite che accompagna l’ugola di Plant verso vette di qualità incredibili. Il pezzo è lungo, sette minuti, ma nessuno se ne accorge, tanto si è intenti a chiudere gli occhi e lasciarsi guidare in questo affresco dipinto su nastro. Si ricordi che siamo nel 1973 e nessuno aveva mai nemmeno immaginato, figuriamoci registrato, certi suoni. Il disco si conclude con un brano che stempera la tensione emotiva del precedente, The Ocean; l’oceano a cui si riferisce è la folla di fan adoranti che segue la band. Il pezzo alza i toni tornando sul rock, l’up and down che Jimmy Page regala con le dita sulla sei corde è un gioiello e la voce di Plant sfodera un’altra prestazione super, ma è la batteria a rendere riuscitissima la semplicità del brano.
L’asso nella manica è lui, il compianto John Bonham la cui scomparsa nel 1980 scrive la tragica parola fine dei Led Zeppelin. Degna conclusione di un’opera coraggiosa e musicalmente superba che regala alla band il primo posto in tutte le chart del globo. I Led Zeppelin non hanno però finito di stupire e regalare pietre miliari: li aspetta il concerto più numeroso della storia a Tampa, la fondazione della propria etichetta Swang Song Records ma, soprattutto, il doppio disco “Physical Graffiti“, che esce appena due anni dopo ed è l’ennesimo capolavoro, forse l’ultimo di un’incredibile discografia che sarà poi inevitabilmente segnata dal tramonto di un decennio che ha esaurito la sua folle corsa, da tragedie personali e dall’inizio ancora più tragico del decennio successivo, ma questa è un’altra storia, la triste fine del progetto di quattro artisti che nel loro ambito sono sempre stati fra i migliori, e assieme erano (quasi) inarrivabili. Buon ascolto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

www.trexroads.altervista.org

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: