Led Zeppelin: “Fool in the Rain” (1979) – di Benedetta Servilii

Erano le quattro del mattino e nulla sembrava arrendersi alla quiete notturna. La lampada accesa sulla scrivania aveva l’intensità di un faro in mare aperto e la voce di Robert Plant risuonava con prepotenza nella mia stanza, amplificata da porte e finestre così ben serrate da non far penetrare nemmeno un filo d’aria. “Well there’s a light in your eye that keeps shining / Like a star that can’t wait for the night / I hate to think I’ve been blinded baby / Why can’t I see you tonight?”. Ero seduto alla scrivania, chino su foto e fogli scritti che ormai ordinavo da mesi, mentre seguivo il ritmo con la gamba sinistra cercando di farmi portare altrove. Le lenzuola stropicciate di un letto sempre disfatto erano il rifugio del mio gatto pigro, anestetizzato da quell’aria mai rinnovata, come se ne fossi geloso. Una sigaretta, adagiata sul posacenere, si stava lentamente consumando senza che nessuno facesse nemmeno un tiro. Così come tutte le altre lì dentro, almeno dieci. Così come me, perché mi piacevano le spire e l’odore del fumo e che in vita mia avevo sentito consumarmi senza che nessuno mi sfiorasse davvero, senza aver mai sfiorato davvero qualcuno.
Fino a quel giorno, quando avevo incontrato lei e ne ero rimasto profondamente attratto e incuriosito. Una donna agli occhi di molti probabilmente insignificante, ma per me aveva qualcosa di magnetico e dovevo necessariamente scoprire di cosa si trattasse. Non avevo mai provato quella pulsione, quel desiderio inevitabile, nemmeno per Hanna di cui pensavo di essere stato perdutamente innamorato, anche se lei non mi aveva mai degnato di uno sguardo. così quel giorno avevo iniziato a seguirla e, senza pensarci nemmeno un secondo, ero riuscito persino a dimenticare il mio solito percorso che facevo ossessivamente ogni mattina per andare all’università. Fu in quel momento che mi accorsi che le lezioni di letteratura non erano affatto la mia passione. L’avevo incontrata la prima volta in biblioteca assorta nella lettura di un enorme tomo che immaginavo essere pieno di magiche formule alchemiche. L’avevo osservata per ore, fantasticando su chi potesse essere, su come trascorresse le sue giornate e come avrebbe potuto trascorrerle insieme a me. Non mi era mai successo con nessun’altra e non riuscivo a dare un nome a quei pensieri, sapevo solo che non riuscivo a frenarli. Ero impaziente ed eccitato all’idea che, prima o poi, avrebbe chiuso quel libro e io l’avrei seguita riuscendo a placare parte della mia curiosità. Forse.
Finalmente lei alzò lo sguardo, chiuse il libro, raccolse gli appunti e indossò la giacca. Feci altrettanto. Uscimmo insieme dalla biblioteca, scendevo le scale fingendo di essere distratto da un qualcosa disperso nello zaino, così da mascherare il mio interesse. Avevamo camminato a distanza per circa un chilometro, lei era entrata in una palazzina, sobria ed elegante. Ero già soddisfatto, ma chiaramente non mi bastava. Accesi una sigaretta e attesi il suo ritorno seduto su una panchina di legno, senza perdere mai di vista l’ingresso dell’abitazione. “And the warmth of your smile starts a-burning / And the thrill of your touch gives me fright / And I’m shaking so much, really yearning / Why don’t you show up, make it all right / Yeah, it’s all right”. Erano trascorse circa due ore quando il portone si aprì. Venne nella mia direzione con il passo sicuro di chi arriva puntuale ad un appuntamento importante, manteneva lo sguardo fisso su di me come se tutto il resto non esistesse, come se non attendesse che me. Ero frastornato e incredulo quando, con tutta la naturalezza del mondo, si sedette accanto a me e mi strinse la mano. Non riuscii a dire niente, né a guardarla. Sentivo il suo calore e la delicatezza di un contatto epidermico inaspettato ma che sapeva di sicurezza.
Non so dire quanto tempo trascorse; a ripensarci sembrava un istante o, al contrario, un tempo infinito. Fino a quando mi lasciò la mano e, senza nemmeno voltarsi, mi disse solo: “Ci vediamo domani, qui, alla stessa ora. Quel rituale durò diversi mesi, ogni giorno all’imbrunire ci incontravamo lì, su una panchina come tante altre, che in altri giorni non avrei degnato di uno sguardo e che invece era diventata per me un angolo di paradiso. Le uniche parole che le avevo sentito pronunciare erano state quelle per darmi quel salvifico appuntamento, le uniche che aveva sentito da me erano state “va bene. Non conoscevamo i nostri nomi, eppure tenendoci per mano e guardando l’orizzonte aldilà dei palazzi ci eravamo conosciuti e io avevo la sensazione di aver conosciuto anche me stesso in quei silenzi così pieni di tutto. Le mie compulsioni si erano attenuate e avevo ripreso anche a dormire, riuscendo a svegliarmi quando il sole era già alto e non nel pieno della notte, in preda a incubi, come troppo spesso mi capitava. Lei era la mia medicina.
Il giorno in cui lei non si presentò al nostro consueto appuntamento, io ero arrivato in anticipo, sentivo il bisogno di parlarle e chissà, di stringerle la mano e portarla via in un altrove a cui non avevo nemmeno pensato. L’attesi per ore e, mentre la rassegnazione iniziava a farsi strada, il mio cervello tornò a tormentarsi: “And if you promised you’d love so completely / And you said you would always be true / You swore that you never would leave me, baby / What ever happened to you? / And you thought it was only in movies / As you wish all your dreams would come true / It isn’t the first time believe me, baby / I’m standing here feeling blue / Yeah,I’m blue”. La sua assenza riempì la mia vita per i giorni a seguire. Mi presentavo puntuale al nostro appuntamento ma lei non arrivava mai. Ero sicuro di non voler ricadere nel vortice dei miei squilibri così mi feci coraggio e mi avvicinai a quell’ingresso che tante volte l’aveva portata da me e lessi “Clinica Psichiatrica”. Una doccia fredda, avevo immaginato tutto? Era una paziente ed era guarita? Era guarita grazie a me, a noi? Tornai sulla panchina invaso da mille domande, indeciso se prevalesse la tristezza, l’angoscia, la nostalgia o la felicità. Felicità?
Come potevo essere felice in quel momento? Eppure, una parte di me inspiegabilmente lo era. Mi venne da piangere, poi iniziò a piovere. “Now I will stand in the rain on the corner / I’ll watch the people go shuffling downtown / Another ten minutes no longer / And then I’m turning around / The clock on the wall’s moving slower / My heart it sinks to the ground / And the storm that I thought would blow over / Clouds the light of the love that I found”. Non sentivo il bisogno di mettermi al riparo, né di fuggire tra le mie quattro mura come avevo sempre fatto, il cielo era lì per me e la pioggia mi faceva compagnia. Mi sentivo accarezzare dall’acqua che lentamente iniziava a penetrare nei vestiti e toccarmi la pelle. Non volevo essere altrove e con nessun altro. “Now my body is starting to quiver / And the palms of my hands getting wet / I’ve got no reason to doubt you baby / It’s all a terrible mess”.
Lei era andata via o forse non c’era mai stata, sarei potuto fuggire e arrabbiarmi, sarei potuto impazzire, invece ero lì felice, sotto la pioggia. Anche se fosse stata solo frutto della mia immaginazione, io l’avevo sentita e lei mi aveva cambiato. Non potevo che ringraziarla, ovunque fosse. Mi voltai e iniziai a correre verso una strada che non avevo mai visto e che non mi interessava dove potesse portarmi. I vestiti, sempre più zuppi, erano diventate zavorre e non potevo fare altro che liberarmene. Me ne andavo in giro correndo nudo per la città: “I’ll run in the rain till I’m breathless / When I’m breathless I’ll run till I drop, hey / The thoughts of a fool’s kind of careless / I’m just a fool waiting on the wrong block, oh yeah / Light of the love that I found”. Ero un pazzo, un pazzo che correva sotto la pioggia e, per la prima volta, non mi importava.

Oh, baby / Well there’s a light in your eye that keeps shining
Like a star that can’t wait for night / I hate to think I been blinded baby
Why can’t I see you tonight? / And the warmth of your smile starts a burning
And the thrill of your touch give me fright / And I’m shaking so much, really yearning
Why don’t you show up and make it alright, yeah? / It’s alright right
And if you promised you’d love so completely / And you said you would always be true
You swore that you never would leave me baby / Whatever happened to you?
And you thought it was only in movies / As you wish all your dreams would come true, hey
It ain’t the first time believe me baby / I’m standing here feeling blue, blue ha!
Yes I’m blue / Oh, babe / Now I will stand in the rain on the corner / I watch the people go…

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: