“Le vie della musica sono infinite”: Intervista con Francesco Mascio – di Ignazio Gulotta

Abbiamo incontrato via Zoom il chitarrista e compositore Francesco Mascio, che i nostri lettori conoscono per i dischi JaggaeWu Way, Ganga’s Spirit, I Thalàsa Mas e Live at Strike, col quale abbiamo amabilmente chiacchierato sia della sua attività sia delle prospettive future della musica portate dalla nuova situazione che stiamo vivendo. E la prima domanda, abbastanza scontata, è stata quella di sapere cosa Francesco Mascio stava facendo e come ha vissuto l’arrivo della quarantena.
“A ottobre è uscito il mio ultimo disco registrato insieme ad Alberto La Neve, un sassofonista col quale suono da tempo, si tratta di un album dedicato al Mediterraneo “I Thalàssa Mas”, che in greco vuol dire “Mare nostro“. Col disco abbiamo voluto fare un viaggio musicale attraverso le isole e le coste del Mediterraneo, dal Nord Africa, all’Andalusia, alla Grecia, al nostro paese, ai Balcani. Entrambi nasciamo e siamo musicisti jazz ma ci piace spaziare, contaminare, ibridare. Un’esplorazione che non è solo sonora ma che si intreccia con le culture e le storie che si sono affacciate, incontrate, scontrate all’interno del bacino del Mediterraneo nel corso dei secoli. C’è anche un preciso riferimento alla situazione attuale, ai migranti, alle tragedie dei naufragi e alle chiusure e barriere che molti erigono verso altri uomini. Per questo abbiamo anche voluto nell’album ospiti provenienti da diverse tradizioni, come la cantante partenopea Fabiana Dota, il gambiano Jali Babou Saho alla voce e alla kora e il cantante di origine libica Esharef Alì Mhagag. Purtroppo l’improvvisa esplosione dell’epidemia causata dal Coronavirus ci ha fermato proprio mentre eravamo in tour a presentare l’album. Naturalmente speriamo presto di poter riprendere ma intanto ho cercato di adeguarmi alla nuova situazione imposta, continuo a dare lezioni online ai miei allievi e nel mentre ho iniziato a pubblicare video-lezioni su Youtube, sono usciti i primi due, su come usare una scala araba. Con uno studio della provincia di Roma che si occupa sia di audio che video stiamo anche studiando la produzione di video didattici ai quali parteciperanno altri musicisti.
Insomma l’attività non si ferma anche in un momento in cui il mondo della musica e dello spettacolo sta attraversando una profonda crisi che sembra mettere in dubbio che le cose potranno tornare laddove le abbiamo lasciate.
“Vedi la musica è come la vita, come i fili d’erba che si fanno strada perfino sotto l’asfalto, non si fermerà mai, tutti ne abbiamo bisogno, se necessario troverà nuove strade, inventerà percorsi inediti. I musicisti già oggi si muovono in varie direzioni, non ci sono solo i dischi e i concerti, ci sono l’insegnamento, le colonne sonore, i gig pubblicitari, la musicoterapia, la produzione, l’arrangiamento, i musicisti di strada, la possibilità di suonare ai matrimoni o nei ristoranti. La musica e i musicisti non spariranno, dobbiamo essere ottimisti, la vita, la natura avranno la meglio, non possono essere soffocati, questo non vuol dire nascondersi le grandi difficoltà che dovremo e dobbiamo affrontare”.
A questo proposito proprio stamani girava in rete la notizia di un musicista fermato dai carabinieri che volevano sapere il motivo per cui era in macchina, lui ha risposto che di mestiere fa il musicista e aveva bisogno di prendere degli strumenti per esercitarsi. Il carabiniere lo ha multato argomentando che quello del musicista non è un mestiere, ma un hobby!
“Purtroppo c’è nel nostro paese una vera sottovalutazione del lavoro del musicista, questo si vede nel modo con cui spesso il pubblico ascolta distrattamente e considera la musica come un semplice sottofondo, a volte perfino fastidioso. È un atteggiamento purtroppo tipicamente italiano, all’estero ho riscontrato una maggiore attenzione e rispetto, in Grecia per esempio sono molti i locali che la sera offrono musica tradizionale, chi va paga magari un biglietto piuttosto basso ma poi ascolta con passione e competenza i musicisti, stessa cosa in Andalusia, dove ho trovato difficoltà ad assistere a concerti di flamenco che, malgrado il costo non basso dei biglietti, erano spesso al completo. Molti da noi hanno invece l’idea che la musica non si debba pagare, nessun problema per i cinque euro della birra, ma una scarsa considerazione per il lavoro dei musicisti, come appunto preparare un concerto e suonare debba essere considerato un hobby e non un lavoro che richiede impegno e dedizione”.
Sono pienamente d’accordo, sono convinto che la musica debba essere pagata, sia i dischi che i concerti, e sono ben felice di farlo, magari non vado ai megaconcertoni con prezzi improponibili, ma nei piccoli locali che frequento e che offrono musica eccellente so che il mio contributo è essenziale perché queste realtà continuino a vivere. Quindi alla fine se ami la musica pagando fai bene anche a te stesso. Ma torniamo indietro volevo chiederti del tuo rapporto con la musica indiana.
“Mi sono avvicinato alla musica indiana attraverso John Coltrane che già nei primi anni 60 con l’album Impressions si era avvicinato allo studio della scala indiana e aveva intrecciato rapporti con Ravi Shankar, il suonatore di sitar che avrebbe influenzato molti musicisti rock, fra i quali i Beatles. Accostarsi alla musica indiana significa per me esplorare la spiritualità che c’è nella musica, io sono un musicista jazz, non tanto quello tradizionale, ma mi ispiro al modern jazz e allo spiritual jazz del quale Coltrane è stato un pioniere. Del resto per me accostarsi a una musica significa esplorare la cultura che quella musica ha prodotto, così sono andato in India, ho imparato le tecniche di meditazione e lo yoga, che tutt’ora pratico, anche il cibo è un modo per conoscere le altre culture. L’importante è non chiudersi, aprirsi agli altri, non temere di contaminarsi, è dal confronto con chi proviene da altri mondi culturali che nasce l’arte, che proliferano le nuove idee, ed è quello che cerco di fare con la mia musica ed è per questo che mi piace confrontarmi con chi è portatore di tradizioni e scene diverse da quella mia di provenienza.
Allora parliamo di un altro tuo lavoro uscito sempre nel 2019 del quale mi sono occupato su queste pagine, parlo del “Live at Strike” (Cultural Bridge) uscito a nome Tawhīd, un quartetto formato oltre che da te alla chitarra, dal cantante Esharef Alì Maghag, dal bassista Paolo Maziotti e dal batterista Domenico benvenuto. Un disco bellissimo e nella mia recensione ne mettevo in luce la forte tensione spirituale che lo permea e il meticciato musicale che sta alla base della musica.
“Il disco ha alle spalle una storia che vorrei raccontarti, quando noi siamo saliti sul palco dello Strike non solo non avevamo intenzione di ricavarne un disco, ma non sapevamo neppure di essere registrati. Ma la serata andò bene, fra noi quattro si creò subito una forte sintonia che per due ore ci portò a improvvisare liberamente, cosa che puoi fare soltanto quando fra i musicisti c’è una forte intesa musicale, culturale e anche umana. Ci divertimmo moltissimo e il pubblico apprezzò calorosamente, dandoci la spinta a continuare. Perché io sono fermamente convinto che il canale musicale non è unidirezionale, ma la risposta del pubblico influenza in modo importante quello che stai facendo, ecco perché l’ascolto di un concerto non può essere distratto, superficiale, in quel caso anche l’artista sarà influenzato negativamente. Qualche tempo dopo è stato Valerio Candida il fonico dello Strike, avendo riascolato le registrazioni e, convinto dalla qualità dell’audio e della musica, ci ha contattato proponendoci di fare un disco di quella serata. Il risultato è questo live che tu e altri avete apprezzato e che è testimonianza di un bel momento della storia musicale mia e degli altri amici coinvolti”.
Nel salutarci Francesco mi informa sui suoi progetti futuri, che per ora sono ovviamente soggetti ai capricci del virus ma, soprattutto, tiene a ribadire che malgrado tutto bisogna essere ottimisti, la vita, sostiene giustamente, è imprevedibile, nulla può essere predeterminato, le previsioni sono fatte proprio per essere smentite, perché l’uomo avrà sempre bisogno dell’arte, della musica, con esse è nata e prosperata l’umanità e finché ci saranno uomini e donne sulla Terra essi troveranno sempre il modo di esprimersi attraverso la pittura, la scrittura e appunto la musica. Con questo augurio ci lasciamo dandoci appuntamento a un prossimo futuro concerto.

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