Orme: “Florian” (1979) – di Alessandro Freschi

“E’ finita una stagione, son cadute le lunghe chiome. E’ un mondo che sa fingere, è un mondo che non sa gridare più. La nostra corsa ormai finisce su una strada fatta di sassi che abbiamo fatto rotolare giùÈ un profetico grido di rassegnazione quello lanciato da Le Orme dai solchi di E’ finita una stagione, suggestiva facciata B di Canzone d’Amore, 45 giri presentato con successo all’edizione 1976 del Festivalbar di Vittorio Salvetti. È stata da poco oltrepassata la linea di mezzeria degli anni settanta e la società sta vivendo una lenta ed inesorabile metamorfosi. La stagione della protesta e della lotta sta affievolendosi irreversibilmente ed in campo musicale l’irruzione delle battenti casse in quattro della Disco e gli agitati riverberi Punk provenienti dalle lande d’oltremanica hanno relegato i mostri sacri del rock italiano ai margini dei nuovi palinsesti, malinconicamente innalzati al ruolo di remissivi spettatori dell’eclissi di un movimento nonché di un’epoca. Dopo aver imprigionato gli ultimi bagliori dell’irripetibile ‘stagione progressiva’ tra le note di “Storia o Leggenda” (1977), Le Orme si concedono un periodo di pausa nel quale decidono di imboccare un inesplorato percorso artistico ben distante dai fantastici mondi di “Felona e Sorona” (1973) e dai trasognati esseri di pezzi che li avevano resi celebri. Accantonati chitarre elettriche e marchingegni elettronici il quartetto, in modo estremamente controcorrente con la commercialità dei tempi, decide di dedicarsi all’approfondimento della conoscenza degli strumenti acustici
Aldo Tagliapietra impugna il violoncello, Toni Pagliuca si siede al clavicembalo e all’harmonium, Michi Dei Rossi si agita tra vibrafoni, glockenspiel e marimba e l’ultimo arrivato. Germano Serafin, ‘strimpella’ bouzouki, mandola e pizzica le corde del violino. Il risultato di così tanta abnegazione si concretizza nella primavera del 1979 quando sugli scaffali dei negozi di dischi fa la sua comparsa
“Florian”, decimo capitolo della discografia della formazione veneziana e vero e proprio spartiacque tra il cardinale periodo rock degli anni settanta e la deriva elettro-pop del decennio successivo, contrassegnata dalle partecipazioni del 1982  e del 1987 al Festival di Sanremo. Registrato al Collage Studio di Mestre, l’album viene co-prodotto da Le Orme e da Gian Piero Reverberi che torna ad affiancare la band dopo un triennio di assenza. L’arrangiatore genovese è tra i promotori dell’esperienza in ‘contro-tendenza’ e ne trae spunto per un progetto parallelo (ideato in tandem con Freddy Naggiar, presidente della label Baby Records) che attraverso un repertorio in bilico tra musica barocca e pop venderà trenta milioni di dischi in Europa: i Rondò Veneziano.
Un disegno a matita ritraente rami di edera avvinti ad un maestoso albero campeggia sulla copertina del 33 giri edito dalla Philips. È una tavola dai tratti semplici, che emana una sorta di alone mistico, quella realizzata dalla pittrice Mirella Brugnerotto e che sembra preservare l’istantanea posizionata all’interno della gatefold cover nella quale viene immortalata l’esibizione di quattro musicanti elegantemente vestiti (con tanto di merletti, cravatte e capigliature ordinate) sotto i portici delle Procuratie Nuove in Piazza San Marco a Venezia, di fronte allo 
storico caffè Florian. La sensazione che deriva ammirando la fotografia è quella di trovarsi al cospetto di una vera e propria orchestrina, un impatto visivo che immancabilmente spiazza parte degli estimatori di Tagliapietra e soci, abituati a ben altri atteggiamenti ed abbigliamenti. L’opener strumentale che dà titolo all’album, con le aggraziate arie dei suoi strumenti ad arco ed i tersi rintocchi dello xilofono, ci scaraventa da subito nel bel mezzo del dedalo delle calli e dei corsi d’acqua dell’onirica “Serenissima”. Il gentile falsetto di Tagliapietra fa la sua prima comparsa in Jaffa, composizione tratteggiata da linee di vibrafono e violino che denuncia la distruzione metodica della frutta nel meridione in nome di loschi interessi di mercato (‘Nella mia terra i vecchi ulivi stanno pregando. Stringono in pugno collane di perle nere. La frutta dorata, che il sole dona come rugiada, semina rabbia nei fossi sacrificata’) mentre nelle ritmiche trame disegnate dal bouzouki e le percussioni de Il Mago, il dito è polemicamente puntato verso Jimmy Carter, presidente degli Stati Uniti nel quadriennio 1977-1981, e la politica a “stelle e strisce” (‘Spia i pianeti in cielo e ti gestisce l’avvenire. Ma fattura i cibi e le bevande. Quali sorprese ancora ci offrirà il futuro? Sono buone le noccioline?’).
Se le soffuse atmosfere di
Pietro il pescatore spingono ad una riflessione sull’atavico rapporto tra uomo e Chiesa (‘Che cosa hai fatto, mio vecchio Pietro, in questo lungo inverno? Forse son le tue reti corrose dal tempo e più non conosci I giochi dei venti?’), la nostalgica ballata Calipso, che introduce la seconda facciata del vinile, si rivela una delle composizioni più ispirate del lavoro, rivelando gli aspetti umani di un tormentato Ulisse (Dona libertà per il tuo amato eroe accolto e poi nutrito. Ora è molto triste, sai, rivuole la sua terra‘). Fine di un viaggio, primo estratto a 45 giri presentato al Festivalbar 1979, è innegabilmente la traccia più conosciuta dell’album. Scarno nel suo arrangiamento sorretto essenzialmente dalla chitarra acustica ed il violino, forte di un ritornello d’effetto e di una piacevole marcetta nella coda, il brano sintetizza, ricorrendo alle similitudini con il ‘dylaniano’ Mr. Tambourine Man, il pensiero de Le Orme sul cambiamento in atto dei tempi e tra le righe è possibile cogliere una certa impotenza ed imbarazzo nell’accettare il susseguirsi degli eventi. (‘Cambia, Mister Tambourine Man, a me non servi più, la tua nave magica è un relitto ormai. Lascia il tuo tamburo e vai in cerca di altri suoni. Le tue ombre inutili nessuno segue più’).
Sperimentale, dal retrogusto orientale, le note del movimento strumentale
El Gran Senser suggellano il progetto. Alla fine del 1979, scorrendo la classifica degli LP più venduti in Italia “Florian” risulterà occupare la 48 posizione, un  risultato al di sotto delle aspettative che genererà all’interno del gruppo più di una perplessità sulla efficacia dell’operazione ‘cameristica’. Sono le avvisaglie che qualcosa si sta incrinando nei rapporti tra i componenti. A distanza di un anno, essenzialmente per far fronte agli obblighi contrattuali con la label, Le Orme pubblicano “Piccola Rapsodia dell’Ape”, un lavoro imbastito sulla falsa riga del precedente e sorretto principalmente su materiale composto dal solo Serafin ma, a quel punto, Le Orme non esistano già più, consumate irreversibilmente da divergenze ed incomprensioni. Quando torneranno a fare capolino, ridimensionate nel trio originario sul palco di Sanremo, ci troveremo a scrivere di tutt’altro, una storia diversa da quella trascorsa e da quella che si materializzerà nel nuovo millennio. Sarà allora che ricorderemo con nostalgia di quell’orchestrina che molti anni prima ci aveva raccontato di navi magiche e di tamburi abbandonati. Virando tenacemente controcorrente.

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