Le Donne di Giacomo – di Ginevra Ianni

Giacomo Puccini conosceva bene le donne, i segreti e le mille curve ritorte del loro spirito tormentato. Le amava e sapeva raccontarle con la musica in tutte le loro molteplici sfaccettature. La crudeltà e l’alterigia di Turandot, il suo desiderio ostinato di preservarsi dal mondo maschile; la ribellione e la devozione di Butterfly… e la passione e la spiritualità di Tosca, la più focosa, la più desiderata. Puccini e Giuseppe Giacosa, fine letterato, scrivono libretti e musiche nuove, figlie dei tempi moderni e dei profondi cambiamenti che li attraversano. Tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo tante cose stanno cambiando in Europa in ambito politico, economico ma anche sociale e culturale. Sigmund Freud parla per la prima volta di psicoanalisi, le donne cominciano a porsi delle domande sul loro ruolo, le gonne cominciano ad accorciarsi irreversibilmente, i capelli pure e la futura Lady Chatterly di David Herbert Lawrence scopre l’eros ancor prima di Wragby Hall. In questo clima nasce il mito di Floria Tosca. Un personaggio di donna comunque già moderna, emancipata, che viveva libera e appagata della propria arte e di se stessa. Ma come in tutte le storie che si rispettino anche Tosca è innamorata, di Mario Cavaradossi, pittore. Ed è proprio dalle vicissitudini di questo amore narrato dalle parole dei protagonisti che si scopre il vero carattere di lei, le tante sfaccettature di una donna nuova per certi versi ma anche antica come Eva. Puccini e Giacosa fanno confluire in essa tutte le nuove idee del “secolo breve” ma al contempo cristallizzano in lei un immutabile ideale di donna. Tosca è bella, spirituale, sensibile, ama il suo lavoro e per descriversi nella sua più pura essenza canta di sé… “vissi d’arte, vissi d’amore”. Un amore prima di tutto spirituale, puro, verso Dio. Infatti per rendere omaggio alla divina gloria ella non esita ad offrire “sempre con fè sincera” la propria voce, fiori per adornarne gli altari, gioielli per il manto della Vergine, aiuto ai bisognosi. Devota si, ma in grado di discutere con Dio senza filtri quando lamenta la sventura che l’ha colpita malgrado la sua condotta irreprensibile, ha il coraggio di dare voce ai suoi dubbi senza temere le ire divine. Ma Tosca è anche altro. Occorre notare tuttavia che l’altra Tosca che sta per essere descritta non viene fuori da lei stessa bensì dall’immagine che essa proietta, freuidanamente forse, sui suoi coetanei, sul barone Scarpia, sui repubblicani in fuga, sui romani. Tosca infatti viene narrata come un personaggio pubblico che si muove in un particolare momento storico in cui Roma è una città riconquistata dal Papa alla Repubblica Romana e le cui vicende si muovono tra le vecchie e nuove Istituzioni, di cui Scarpia è emblema, ed il popolo. Floria Tosca è costretta suo malgrado e solo per amore, ad intrecciare la propria vita, il proprio amore alle vicende storiche del momento. Infatti, dimenticando il suo ruolo privato di donna, essa diviene il simbolo della rivolta contro il rinnovato potere papale su Roma, il suo odio verso il barone Scarpia, raffigurato nell’opera come l’aspetto più feroce ed infido della reazione, finisce per far coincidere il risentimento della donna e quello dei repubblicani in fuga. Dall’interazione di tutti questi elementi scaturiscono alcuni tra gli aspetti più belli della donna. Per amore e per la salvezza di Mario non esita a tirar fuori tutta la sua forza e la sua passione diventando di volta in volta una spia, una fedifraga, un’assassina senza rammarico… senza riserve. E’ un’altra donna che coesiste con quella che visse d’arte e d’amore. Tosca è tutte queste donne e non solo: le parole accorate e piene di rimpianto di Mario Cavaradossi prima di morire ne raccontano ancora altri aspetti, più umani, carnali. Egli, forse per esorcizzare la paura, rievoca i momenti più intensi della propria esistenza: canta la figura della sua donna e le parole e la musica ne restituiscono un’immagine che rende bene la vitalità, l’intensità, la passione che Cavaradossi sente più forti che mai proprio alla fine della sua vita. Le parole descrivono un incontro notturno tra amanti, clandestino, desiderato, atteso nel buio, celebrato in tempi scanditi dal ritmo di un rapporto d’amore. Egli racconta l’attesa fremente della donna nell’oscurità, la trepidazione nell’udire il rumore dei suoi passi e poi finalmente “entrava ella fragrante…” Occorre porre attenzione all’uso di questa parola. Cos’è fragrante? Non è certo un termine usato per descrivere un essere umano. Fragrante è un cibo, un dolce croccante e morbido, pane appena sfornato che si prende tra le mani, si tocca, si spezza vincendo una fragile e calda resistenza mentre il tenero profumo sale, pervade l’aria e tutti gli altri sensi. Fragrante prelude il toccare, il sentirne l’odore, il riempirsene la bocca assaggiandolo. Ecco un altro suo aspetto, Tosca prima dell’amore è fragrante. In una sola parola si descrive un atto d’amore scandito in un crescendo di passione: “o dolci baci o languide carezze ricorda Mario, mentr’io fremente le belle forme disciogliea dai veli”. In una sola, famosissima aria, si racconta un’intera lunga storia d’amore la cui tragica fine non riesce a cancellare la sua vera ed unica protagonista, Tosca, donna devota, innamorata, appassionata, carnale, emancipata, coraggiosa che supera e sopravvive alla sua stessa esistenza. La bellezza e la forza di Tosca sono eterne, come quelle di tutte le donne innamorate, come Turandot, Butterfly… come Castel Sant’Angelo che non è mai ricordato come il luogo ove trova epilogo un’opera lirica ma come il luogo dove Tosca ha scelto di morire per amore del suo uomo.

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