Le cicatrici di Walter Trout – di Lino Gregari

Walter Trout, uno dei nostri Guitar Hero preferiti, rivede la luce dopo un periodo assai difficile, culminato con un trapianto di fegato che lo ha restituito alla sua famiglia e ai numerosissimi fans che da sempre lo seguono con amore. Grazie alla campagna di finanziamento lanciata dalla moglie, i 240.000 dollari necessari per il trapianto sono stati messi assieme mediante l’aiuto di colleghi e, sopratutto, fans del grande chitarrista originario del New Jersey.
Ora, a coronamento di questo fortemente voluto lieto fine, ecco un disco nuovo di zecca con il quale Walter ringrazia tutti nell’unico modo possibile, che in fondo è quello che tutti si aspettavano.
“Battle Scars” (le cicatrici della battaglia) è un grande album, che ci riconsegna un artista di nuovo in sella, con la voglia di suonare e tornare a esibirsi per il suo pubblico.
Un disco di Blues Rock certo, nel quale trova comunque spazio una vena più intima e sofferta, sicuramente figlia della dura esperienza vissuta.
Il precedente “The Blues Came Callin” era un buon disco, che mostrava un artista sofferente ma non rassegnato, intenzionato a combattere la battaglia che la vita gli presentava… ma questa nuova incisione è sicuramente
un gradino più su. Al di là della evidente diversità della situazione vissuta, ci troviamo di fronte a quattordici brani che delineano uno dei dischi migliori di Trout, e sicuramente una delle migliori uscite di questo 2015.

Sono sufficienti le prime note della iniziale Almost Gone per entrare subito in argomento:
un solido Blues Rock definito dalla chitarra e dall’armonica, con un grande solo centrale che mette in chiaro come l’artista sia di nuovo in vena. 
La seguente Omaha Prelude racconta in modo molto intimo il rapporto con la malattia, vissuto attraverso l’esperienza maturata con la degenza in un reparto di malati terminali.
Un pezzo più cantato che suonato, capace di far rabbrividire chiunque…
la chitarra si fa voce della sofferenza.

Anche Please Take Me Home, dedicata alla moglie, parla di questa esperienza e suona come il più sentito ringraziamento per la compagna che lo ha letteralmente riportato alla vita.
Una splendida ballata, inusuale per lui, ma tremendamente accattivante.

Poi arrivano Playin’ Hideway, classico Rock Blues tirato e graffiante, e Haunted By The Night…
più notturna, a ricordarci quale sia il tiro di Walter.

Move on è un altro pezzo che ci piace particolarmente, con un riff preciso e poderoso e un bel cantato.
Da ascoltare ad alto volume, incuranti del mondo che ci circonda.

Il Blues Classico si materializza con la bella Cold, Cold Ground, più di sei minuti di pura gioia,
che precedono un’altra ballata, dal sapore decisamente Country… Gonna Live Again.
Una affermazione oltre che una grande canzone.

Bentornato Walter, e non farci più scherzi simili.
Il mondo sarebbe ancora più grigio senza la tua chitarra.

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walter trout

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