Le avventure di un rocker nella jungla – di Giovanni Capponcelli

Questa è una di quelle storie che non si possono non raccontare. Che trovi quasi per caso, scritte in carattere minuscolo sul booklet di qualche CD usato, comprato anch’esso per caso,  ad occhi chiusi; che presto potrebbero scomparire, non trovando più posto nei supporti unicamente digitali, e che vanno quindi preservate, custodite come l’ultima sottospecie di camaleonte in estinzione. L’avventura di un rocker nella jungla, testimonianza di un’epoca e di uno spirito pioneristico, curioso, un po’ incosciente ma sincero. Il nostro protagonista, Pete Miller, fu a suo modo un romantico, uno degli ultimi. Alla fine degli anni 50 è uno dei tanti ragazzi folgorati da Johnny Be Good, Elvis e gli scatenati rocker americani. Nato a Norwich, Norfolk, nel 1942, Pete non perde tempo: jeans, occhialoni alla Buddy Holly e ciuffo da Roy Orbison. Qualche posa scatenata sul palco del college, ed ecco che i suoi Offbeats pubblicano alcuni pezzi nel 1959; ma Pete è spirito libero, ipercinetico, mal avvezzo alle materialità del mercato. Fantasioso chitarrista ed autentico showman, si accasa coi Jay walkers, un combo di surf strumentale del Norfolk, per cui sfoggia un vistoso completo giallo e col quale gira per l’Inghilterra sul (relativo) successo di Can Can 62, uno scherzo rock-sinfonico che pare uno scarto dei Ventures. Incidono per Decca e Pye, fanno da spalla ai neonati gruppi della prima grande generazione britannica: Beatles, Kinks, Animals tra gli altri. Mica male. Tra il 1962 e il 1965 il gruppo pubblica una decina di singoli. Poi Pete decide di mettersi in proprio e, fino al  1968, presterà la sua imprevedibile chitarra ad ogni band del più remoto sottobosco dell’epoca: Boz, The Magic Lanterns, The Knack. C’è anche tempo per Baby I’ve Got News For You, un 45 giri a proprio nome per la Columbia; un rombante intruglio di droga e distorsione che precede il capolavoro della prima parte della carriera. Perché, fiorite le estati psichedeliche, a nome Big Boy Pete, pubblica per la Camp nel 1966 un singolo spettacolare: Cold Turkey. Uno psycho-garage abrasivo, ipnotico, elettronico, acido come fossero i 13th Floor Elevators, misterioso come i più oscuri Adepti americani. Un fiasco epocale e, col tempo, un mastodontico pezzo da collezione. Qualche tour in tono minore, un’apparizione televisiva al Beat Club in Germania. Poco altro. Big Boy però compone senza sosta e, per ora, senza porsi troppe domande. Elabora perfino un complesso concept sulla fine del mondo: “World Wor IV – A Symphonic Poem”, una rock-opera psichedelica, addirittura rivoluzionaria, che non vedrà la pubblicazione prima del 2000. Nel concreto però mancano i riscontri: lui e la sua band, The News, fanno la fame. Meditano di lasciare l’Inghilterra, di suonare in America, magari a San Fran”fucking”cisco come quel furbacchione di Eric Burdon. L’idea vera però è un viaggio on the road da Norwich all’Oceano Pacifico seguendo la Via della Seta: Turchia, Iran, Afganistan, India. Migliaia di miglia tra predoni, deserti, montagne ai confini dell’Impero che fu di Alessandro Magno. Una sera assai alcolica, in un pub di Norwich, ne parlano con un amico che era stato mercenario in Africa equatoriale e all’epoca trafficava in droga e medicinali coi ribelli del Congo. Un business così redditizio che stava meditando di traslocarlo anche in Thailandia. La band ci pensa su il tempo di un sospiro… “Allora ok, tutti in Thailandia. Ci basta solo una Land Rover e qualche medicinale da smerciare sul posto…” e lo fanno davvero! Partono in quattro dal Norfolk, caricano armi, bagagli e strumenti su una jeep e hanno l’idea di fare ad Istanbul la prima tappa. Beata gioventù… Le cose precipitarono presto, appena dopo la Manica, quando Pete, al volante, perde il controllo del mezzo e i quattro rocker-contrabbandieri finiscono impantanati nel fosso. Recuperati qualche ora dopo da un contadino della Lorena, riescono almeno a telefonare a casa per chiedere aiuto. Così è di nuovo Norwich, e questa volta il morale è davvero sotto le scarpe; ma, potere del Destino, solo un paio di settimane dopo, il loro mercenario di fiducia, arrivato a Bangkok sano e salvo, fa sapere che ha buone notizie. “Ehi ragazzi, qui gli americani stanno cercando qualche band che suoni nelle loro basi militari. Ci state?” e loro, senza pensarci un attimo: “Ok, facciamolo!” Facile no? Un tour nella foresta monsonica dall’altra parte del mondo, tra soldati yankees e zone di guerra. Non certo come suonare al Marqee o al Whiskey a Go-Go… ma forse Big Boy era stanco di fare da spalla ai primi della classe… così, il 3 luglio del 1969, quattro musicisti inglesi cappelloni atterrano all’aeroporto Don Muang di Bangkok. Meravigliati, spaesati, stanchi, con un jet-lag pazzesco. Qualche prova, un paio di sigarette, una soubrette bionda presto silurata, minimi accordi con i responsabili dell’esercito che, fra l’altro, gli sottopongono una serie di pezzi “proibiti”: We Gotta get out of this place degli Animals, What are we fighting for di Country Joe… “Ma questa ci piace…” la risposta non lascia margini… “Fatevi piacere qualcosa di diverso!” Poi via! Base nella capitale ed ogni giorno qualche centinaio di chilometri in jeep nella jungla per raggiungere le oltre 20 installazioni militari USA in territorio tailandese. Almeno tre set al giorno, insetti grossi come alani, caldo soffocante, umidità da acquario e qualche drappello Vietcong sul confine. Fantastico! “Alcune di queste basi erano luoghi molto difficili da raggiungere, per esempio, NKP (Nakhon Phanom) era proprio al confine con il Laos. Dovevamo lasciare Bangkok alle sei di sera per suonare lì la notte seguente, era un viaggio di 24 ore e si potevano raggiungere i 50° gradi al sole… ed è vera e propria giungla là fuori. C’erano serpenti, scimmie, elefanti che bloccavano la strada e, anche se non era il Vietnam, i vietcong erano dappertutto. A volte i colpi dei cecchini saltavano fuori dal nulla e colpivano il furgone, così noi dovevamo correre ai ripari e rintanarci nella giungla. Era l’inferno su quattro ruote”… ma c’è di peggio dei pachidermi… sopratutto quando il gruppo si avventurava in solitaria alla ricerca di un po’ di fumo: “Una notte di luna, dopo un concerto alla Udorn Airbase, ci siamo inoltrati un paio di chilometri fuori città, lungo le rive del fiume Makhon, in un piccolo villaggio in cerca di un po’ di droga e ci imbattiamo in questo Vietcong ubriaco che pensava fossimo soldati e tutto agitato ci ringhiava addosso. Il nostro roadie, che parlava un po’ vietnamita, continuava a indicare i nostri capelli, urlando “Capelli lunghi, no G.I.! Capelli lunghi!” Così alla fine il Viet ci ha lasciati andare. Saremmo diventati cibo per cani se non avessimo avuto i capelli lunghi. E’ stato un po’ pauroso, ma per la metà del tempo non capivamo esattamente cosa stesse succedendo. Pagavamo cinque dollari per due chili di quella che chiamavano “la migliore erba di Buddha!”, così è naturale che i ricordi sono un po’ flebili…per non dire altro”. Charlie don’t surf… ma evidentemente gli piace il rock. All’epoca l’industria musicale dell’Asia tropicale era, comprensibilmente, inesistente. Nessuna possibilità di registrare nuovo materiale, nessuna scena locale, pochi club in cui suonare; nessuno da scopiazzare; ma i soldati americani avevano gusti niente male, rifornimenti abbondanti e materiale di prima mano. Così capitava che Big Boy si facesse prestare gli ultimi 45 giri Made in U.S.A., e magari improvvisasse per ore su In-a-Gadda-da-vida con un vecchio sitar filtrato attraverso un pedale Vox e un Selmer fuzz-box. Roba da allucinazioni istantanee di cui, manco a dirlo, pare non rimanga alcuna traccia. Le avventure di Big Pete and the News nel lontano oriente durarono circa un anno. Poi, liberi tuttiPete riemerge alle Hawaii prima, in California poi, sempre frequentando l’underground più remoto a cui tutta la sua carriera fu legata. Piccole etichette, a volte piccolissime; produttore e turnista per artisti ignoti, showman per palcoscenici nascosti. Un personaggio, Big Boy, che evidentemente ha sempre suonato per il gusto dell’arte e del divertimento. Gli interessava poco strappare contratti vantaggiosi o farsi pubblicità ad ogni costo. Un puro. Legato ad una bizzarra visione di Rock and Roll da ultimo anno del college, distorto e piegato da dosi clamorose di mescalina e LSD, fu troppo estremo negli anni 60 e decisamente retrò per il resto della sua carriera. In realtà è sempre stato un assoluto inclassificabile; certo legato alla psichedelia più estremista ma, a suo modo, artista di una generazione precedente. Sempre, instancabilmente, nel posto sbagliato al momento sbagliato, resta un simpatico antieroe della chitarra. Uno che ha preferito il viaggio nella giungla tailandese piuttosto che tentare di ritagliarsi uno spazio in una macchina musicale che lo abbandonò presto. Se non altro è ancora vivo, vegeto, lucido e attivissimo; e sicuramente ha un sacco di ricordi che nessuno gli porterà mai più via… a noi resta il gusto di condividerli.

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