Lazer Lloyd: “Lazer Lloyd” (2015) – di Claudio Trezzani

Quando cerco le cose positive che l’avvento (o meglio la valanga) internet ha portato al mondo della musica e dell’arte, una è senza dubbio quella di poter conoscere e scoprire artisti che probabilmente, per il nostro limitato mercato imposto dalle major, sarebbe stato impossibile fare prima. E nel caso di questo bluesman di razza nato a New York, cresciuto in Connecticut ma di origine ebraica e ora stabilmente israeliano, sarebbe stato un vero peccato non arrivare a conoscerlo e apprezzarne la musica. Lazer Lloyd è un chitarrista e armonicista di talento e carisma, con una voce molto intensa, con i suoi testi ispirati e influenzati dal vivere in una terra in cui la spiritualità è parte integrante della vita, ci regala un disco di blues vero e non banale. Il brano di apertura del suo settimo disco solista, Burning Thunder, mette in chiaro subito le cose: un suono elettrico, un blues rock coinvolgente e una voce potente. Un moderno suono del Delta intriso di polvere, ma la polvere è quella del Deserto del Negev. Si balza a ballare sulla sedia quando ci si imbatte in Rockin’ in The Holy Land, un fantastico country rock che ha nella sua armonica e nel testo autobiografico (che spiega il perché della sua scelta di vita) due punti di forza: “avrei potuto essere a Dallas / avrei potuto essere in Tennessee / cosi tanti pazzi posti in questo pazzo mondo dove avrei potuto avere successo / Ma sono venuto solo in vacanza per dare un’occhiata /  e sai che uno sguardo è tutto ciò che serve / e resto qui a scuotere la Terra Santa”La polvere filtra bella sporca anche in Out Of Time, niente di originale sia chiaro ma davvero ben suonata, il suo “nascere” americano è tutto qui nel suono della sua chitarra, in quel sapore di locale fumoso e whiskey, nel suo gridare al mondo di essere fuori dal tempo” col suo blues al mattino appena sveglio”. Ci sono anche delle ballads molto belle e ispirate, Broken Dreams, Whole Heart e Time To Love ma la vera gemma del disco è Set My Soul Free, un blues rock che arriva dagli anni settanta, con una chitarra molto acida, la parte ritmica sugli scudi e parole intrise di spiritualità, queste diretta eredità del suo incontro da giovane musicista col rabbino Ray Shlomo Carlebach (detto The Singing Rabbi non a caso) a Nashville… una jam session con lui e poi il viaggio in Israele. Dove aveva capito di aver trovato casa davvero. Negli anni proprio in Israele, dove vive con la famiglia, sono diventate famose le sue session in diretta su Facebook, blues e filosofia all’ombra degli ulivi. Splendida anche la cover del capolavoro di Otis Redding, (Sitting on) The Dock of The Bay, un’altra gemma del disco. Acustica, essenziale e sentita. Talento vero… e che dire dello splendido assolo blues di Moroccan Woman? Un tocco di chitarra e un’anima davvero blues, sotto quella sua barba che lo fa apparire un sorta di profeta mojo sotto il sole di Tel Aviv. Un album di blues che non accantonerete presto ve lo garantisco, da parte di un artista dal talento cristallino e con quell’aura magica che solo la fusione di due culture così lontane può generare. Buon ascolto.

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