Laurie Anderson: “Big Science” (1982) – di Francesca Spaccatini

Dalla scena d’avanguardia newyorkese, emerse la figura di Laurie Anderson, una donna minuta e mascolina, dal capello corto e fossette ridenti che riuscì a stregare persino Lou Reed. Sperimentatrice della molteplicità dei linguaggi, Laurie intesse la sua carriera artistica con un turbine di idee. Poeta, compositrice, strumentista, regista, fotografa, la maga dell’elettronica verrà notata a livello internazionale grazie al suo pezzo più celebre O superman (For Massenet), inserito all’interno di Big Science”, disco pubblicato nel 1982, estratto dallo spettacolo “United States Live” del 1980. Laurie riuscì a manipolare il “terremoto tecnologico”, che invase le case dei Paesi industrializzati, tanto da riutilizzare i nastri delle audiocassette, comparse negli anni 60, per la costruzione del tape-bow violin. Altro strumento di sua invenzione è il talking stick, bastone parlante, una sbarra metallica riempita di circuiti elettronici, in grado di riprodurre suoni a seconda di come viene mossa o toccata. Ad accoglierci sul portellone di “Big Science”, è una From the air abbastanza brusca: non è l’inizio del viaggio e nemmeno la fine, perché quel suono in loop prodotto da tastiere e sassofono, è più una discesa turbolenta senza fine piuttosto che un decollo. A mezz’aria il capitano ci avverte che stiamo tutti cadendo nel vuoto e, invece che procedere ad un ritmo sempre più veloce, l’aereo viaggia ad una velocità costante, tanto da far sembrare la vertigine interminabile. Uno shock prolungato che lascia il passo all’omonima traccia del disco. Siamo atterrati, tra i grigi e freddi centri commerciali, lunghe code in autostrada. Tra gli ammassi di cemento ognuno pensa per sé. Siamo sopravvissuti all’atterraggio? O è questa la città dell’oro che tanto cercavamo? Grazie Big Science, Allelujah! Apriamo una danza celebrativa in tuo onore, quasi ancestrale, con percussioni e glass armonica. Finalmente siamo senza amore tra le cornamuse scozzesi di Sweaters. Grazie Big Science per avercene liberato. Continuiamo a camminare e cadere allo stesso tempo (Walking and falling), ci perdiamo, non riusciamo a trovarci, siamo ancora tutti vivi. Ecco allora che facciamo il nostro ingresso in società, in una corte medievale (Born, never asked). Sotto di noi, un tappeto di “clap clap” e dinanzi, un violino e una marimba che aprono il nostro passaggio. Chi e che cosa ci starà aspettando? Ma facciamo un passo indietro e torniamo all’aereo che sta per schiantarsi, rappresentato come il Caronte, non solo dei passeggeri, ma anche di quanti si troveranno all’interno degli edifici nella zona dell’impatto. Stiamo parlando di O superman (For Massenet), un pezzo di un’intensità pazzesca e potremmo dire visionario, tanto da essere riproposto da Laurie Anderson in un concerto a New York una settimana dopo l’attentato dell’undici settembre 2001. Nel dialogo metallico che avviene per il tramite di una segreteria telefonica, la “Mano che prende” avverte il diretto interessato dell’arrivo degli aerei, esortandolo a salire a bordo e pagare all’uscita: “E la voce disse: Né neve né pioggia né le tenebre della notte faranno fermare queste corriere dal veloce compimento della loro ronda prestabilita. Perché quando l’amore è sparito, c’è sempre giustizia. E quando la giustizia è sparita, c’è sempre la forza. E quando la forza è sparita, c’è sempre Mamma. Perciò stringimi, Mamma, nelle tue lunghe braccia/armi. Nel tuo braccio/arma automatico/o. Il tuo braccio (la tua arma) elettronico. […] Il tuo braccio petrolchimico. Il tuo braccio militare. Nel tuo braccio elettronico”. Più che una discesa qui il suono si carica di ascensione insieme al volo degli uccelli e, sul finire del pezzo, il sassofono si gonfia di ballate gotiche. Una voce paranormale dunque, quella della “Mano che prende” che, in Example # 22 viene meglio definita. L’andatura a metà tra un charleston e una fanfara caraibica sembra dar vita a un climax di pazzia. Il “clap clap” riemerge poi in Let X=X, con momenti che sembrano anticipare i “wo-wo” del Badalamenti di Twin Peaks. I fiati giocano ancora e si instaurano in un continuum con It tango. A chiudere il disco è una Walk the dog sbarazzina che sembra cantata da una bambola elettronica. “Big Science” ha visto la collaborazione di numerosi musicisti: Bill Obrecht, Roma Baran, Peter Gordon, David Van Tieghem, Perry Hoberman, Rufus Harley, Chuck Fisher, Richard Cohen e George Lewis. Un disco innovativo che resiste tutt’oggi alla forza del tempo.


Illustrazione: Roberta Tarquini © tutti i diritti riservati 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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