“Las cosas” – di Benito Mascitti

Tutto ebbe inizio un pomeriggio che volgeva al tramonto. Di ritorno da una giornata di gozzoviglie al Clandestino. Mi ero appena ripreso con una doccia gelata dalla solita orgia alcolico-culinaria che il mio amico ristoratore mi offriva di tanto in tanto a saracinesca abbassata, per piacer suo e mio. Pensieri struggenti e bambini viaggiavano con me in quella due cavalli di un azzurro sbiadito che mi ostinavo a tenere in strada a dispetto di ogni incentivo per la rottamazione. Avevo accettato (io giornalista folle) l’offerta folle di un editore visionario che stampava un quotidiano senza futuro, perduto com’era nella pubblicistica stantia dell’informazione ufficiale. Montanaro delle mie montagne, vivevo con naturalezza un’esistenza senese e discutevo coi vecchietti a Piazza del Campo dopo la nottata in redazione come se fossi nato in quei luoghi. Come sempre nella vita, avevo scelto un mondo “altro” per esistere, avevo ricostruito la mia Memoria in quel luogo, come se mia madre mi avesse partorito tra la biada delle scuderie di quei quartieri millenari. L’avevo fatto tante altre volte, in Medio Oriente, nei Balcani, in Asia, in Africa e in Europa… e ogni volta il gusto stava nel dimenticare gli altri posti: ricominciare a vivere d’incanto la stessa vita con un pensiero nuovo, calato dentro al pozzo di altri modi d’esistere, come se fosse la cosa più naturale del mondo. A ben pensarci mi era toccato di vivere così anche nei luoghi dove non ero mai stato. Oltre quel mio mare che si trasforma in altro mare e vive parallelo ad ogni mio senso… ma questa è un’altra storia. Viaggiavo dunque, dal mio alloggio di case dal profilo terreo e austero verso una meta che nei miei pensieri si materializzava stagliata in una verde campagna veneta di ville palladiane, che mi apparivano più belle di quella, pur splendida, del mio approdo reale nella campagna senese. Una serata letteraria nel “bel mondo” dell’editoria locale. Donna Fosca Tarchetti ad ogni primavera apriva i cancelli muschiati della sua residenza di campagna e rinnovava la tradizione della sua memoria familiare. Quest’essere singolare, dalla storia “agiata e sventuratissima”, era la compagna del mio editore folle e fin dal mio arrivo in terra di Siena aveva preso a curare la mia dissimulata malinconia. Lo faceva con affetto complice, come di cospiratore solidale, incurante del turbamento del compagno per questa sua passione maturata da subito, in pochi attimi, al primo vibrare della mia voce. La fratellanza che l’aveva resa mia intima amica si era formata in dettaglio una sera che eravamo andati insieme a raccogliere un pezzo alla libreria L’IndipendenteMi aveva introdotto brevemente in quella loggia letteraria, sussurrando alla libraia complice:Questa è una voce da ascoltare”Nella vetrina della libreria avevo sbirciato l’argomento: “Giornata della memoria con letture delle voci delle vittime dell’orrore”Io faccio presto a buttarmi in controtendenza, mi faccio capro espiatorio d’ogni tacita supplica di quelle anime incravattate che mi aspetto di incontrare varcando l’entrata della saletta secondaria. Amici della libreria, lettori impenitenti, tardone catto-comuniste con bavetta gialla grondante dagli orifizi, docenti universitari, politici, amanti di politici et similaria attendono l’inizio delle letture. Per dare una sferzata alla solita solfa dell’ebreo inerme di fronte al male, scelgo di leggere una cosa in controtendenza ed interpreto la voce di un semita russo che combatte i nazisti con le armi… fino alle estreme conseguenze. La “parte” mi si addice ed eseguo – dicono con autorevolezza teatrale, con pathos coinvolgente; a mia volta preso emotivamente dal clima. Alla fine della lettura cala il silenzio, molti piangono, la bava dilaga. Nel  dopo evento mi assediano e, a parte le tardone sbavanti, ricevo autorevoli complimenti dalla libraia e a Fosca viene detto che sarei un poeta. Aveva letto in segreto le cose che tenevo nel cassetto della scrivania in redazione: i miei pensieri fatti versi, che scrivevo sin dalla tenera età per curare la mia immota inquietudine. Era nata così la leggenda del fine Poeta recitante”Da quel momento ci avevo preso gusto e, ad ogni occasione, mi calavo nei panni di un autore e misuravo le mie capacità declamatorie… Ad un tratto il mio delirio consumato in Citroen cessò e mi buttai a sinistra nel prato, parcheggio della magione di FoscaLei mi attendeva sulle scale di cotto dell’entrata principale di quella casa che ancora mi appariva palladiana, ma che in realtà insisteva su di un podere del Seicento appena fuori Siena, a dir comune  rivisitato con straordinaria abilità dall’architetto Tarchetti suo nonno, personaggio indelebile nella memoria di quei luoghi e animatore, prima di Fosca, di un folto nucleo di donne e uomini di Scienza e di CulturaEro stato cooptato come “special guest” della serata ma l’invito, inoltratomi a nome dei Tarchetti dall’ufficio stampa dell’evento per e-mail, parlava di letture generiche e non di versi dei convenuti. Tuttavia sapevo bene che il gioco consisteva nel dare spazio alla “poesia” – come se umano potesse dire cos’è Poesia – dei partecipanti a questo folto mucchio che recitava se stesso e si applaudiva… – dov’è mai Letteratura, Nonno Tarchetti che ti rivolti nella tomba? – Io faccio lo scemo per non pagare gabella e scelgo due brani di Camilleri e Sciascia, tratti da due bei libri del mio scaffale: “La presa di Macallè” e “Il cavaliere e la morte”, che leggerò solo se costretto dalle circostanze; per il resto, decido di stare a guardare e di non lasciarmi coinvolgere più del mio lecito. Mi faccio grasse risate di fronte a personaggi straordinariamente convinti del loro ruolo, in particolare una quantità di donne ormai persuase dei loro stessi artifizi, e mi appassiono a mio modo anche a qualche risultato degno di nota. Arriva il momento in cui Fosca comincia a richiedere il mio intervento, coadiuvata da Edgarda, dirigente della Regione Toscana in pensione, simpaticissima settantenne dalla battuta salace, amica storica di Fosca e, di riflesso, mia complice sin dal mio arrivo dall’Abruzzo (è l’unica donna che conosco che ha letto “Francisco Franco” di Paul Preston). Io mi schermisco con peripatetico mestiere (avendo già in animo la beffa che d’istinto mi saliva ogni volta che, preso da struggente nostalgia, pensavo alle imprese di mio padre con gli amicie preciso di non aver niente di mio da recitare; chiarisco che non sono preparato e che, al limite, potrei leggere brani da Camilleri o da Sciascia… Niente da fare: mi tampinano fino allo stremo, ma io non cedo. Poi, per non dispiacere la padrona di casa e per compiere la beffa del Poeta inesistente, la avvicino, bicchiere alla mano, e le dico a bassa voce che (dopo il gelato, il dolce, la frutta, la grappa, l’amaro, gli stuzzicadenti, i rutti e i peti) leggerò una cosa, non mia. Lei mi risponde che è contenta, ma che vorrebbe anche una mia composizione, tanto per soddisfare la curiosità di Raffaele Caprone (poeta pugliese che ha presentato un poemetto sull’amor di coppia letto a due voci con gli astanti instradati alla produzione di bolle di sapone sparate a comando… molto bello),  il quale mi aveva già udito in libreria quella volta che m’appassionai nella lettura di Mario Benedetti in castellano. La serata va avanti con gli ospiti che discettano di poesia e si ingozzano di dolci. Ad un tratto Fosca fa spegnere la luce, lasciando soltanto un faretto che illumina  l’apposito leggio. Percorso da goliardico piacere e spinto dalla mia vocina malandrina, mi calo nella parte e appaio all’improvviso, dal buio, sotto il faro davanti al leggio. La sala zittisce… tengo in mano libri e occhiali con fare gassmanesco e attacco con voce artatamente calda ed ammiccante; spiego con pause estenuanti che non vorrei proprio tediarli con i miei poveri versi e che intanto avrei letto il Michelino da “La presa di Macallè”, riservandomi una sorpresa nel finale. Il parterre si scuote, frusciano le gonne e il vociare sale. Alla fine del Michelino scrosciano gli applausi e s’ingigantiscono le aspettative. Una coppia di siciliani (anch’essi giornalisti) si complimenta per la non facile pronuncia italo-sicula e gli altri, impazienti, li invitano a riprendere posto per il gran finaleUn tale, saccente a tutti i costi e convinto che Andrea pubblichi anche poco, contesta la mia affermazione circa il primato di “La presa di Macallè” su tutto l’altro Camilleri, in larga parte reso inutile dal fuoco di fila delle case editrici affamate; il pubblico disapprova la sua uscita e lo invita al silenzio. Rientro nel mio Gassman che volge impercettibilmente al Tognazzi e annuncio che sì, leggerò dei miei versi surreal-metafisici, figli del mio sgomento per questo mondo globale, ingrato e babelico… Continuo per un tempo infinito a sparar cazzate e li conduco a capezza verso la trappola che mio padre m’ispira da lassù. Con tutto l’impegno di un non-poeta brillo e con l’aiuto invocato al genitore, inforco gli occhiali e con perizia attacco, fingendo di leggere: 
De las tardes (pausa, sospiro, sguardo senza occhiali alla platea)
cosas vuol dir (di nuovo pausa sofferta)
minchias apasítas
de la desmíden suerte (sguardo alla platea)
ashfatál abdú samél (pausa breve)
siccís maramél (sguardo alla platea con occhiali)
akatón virú  (pausa brevissima)
képsian… (pronuncia marcata e prolungata con successiva pausa) 
e con ciò la beffa è assestata
Sì, perché quel che si stavano bevendo come versi poetici, non erano altro che le farneticazioni  notturne di redazione, mie e del mio collega di terza pagina, peraltro vero padre del testo. A quel punto realizzo che non basta… devo proseguire… sento che vogliono di più… e allora m’invento al momento:
stranantánas disperánzi (pausa brevissima)
avánas puros negro (scandito)
vivá la muerte a seco
kekosí amuértes (pausa breve)
y vida, y suerte
è il delirio, volano scialli, ventagli e borsette, gli applausi a scena aperta richiamano i contadini in attesa del canto del gallo cinquecento metri più in là, nelle case coloniche a servizio dell’estesa masseriaLa bava gialla tracima dalla terrazza che ci contiene tutti al primo piano. Caprone mi avvicina e mi propone di leggere insieme Benedetti in una videopoesia da registrare live, al momento (era presente il cameraman di una TV web salentina che lo segue come un’ombra ovunque si esibisca); gli altri si accalcano per toccarmi almeno e uno mi fa: Lei sa che Fosco Maraini l’ha preceduta in questo?” Scopro poi che questo tale mi offre il suo astio sorridente in qualità di marito di una mia strenua fan del club delle sbavatriciLa serata, ormai tramutata in notte fonda, continua per un’oretta tra baci, abbracci e saluti… poi, finalmente, dopo aver salutato Fosca  con un bacio ed un sorriso silenzioso col quale intendo farmi perdonare la per lei evidente zingarata, riesco a scendere abbasso e correr via con la mia ingolfatissima 2CV sghignazzando soddisfatto. La beffa era riuscitaEro riuscito a convincere un centinaio di persone che le mie cazzate, in realtà, erano arte allo stato puro, frutto di genio e maledetta sregolatezza. Solo qualche nube sulla memorabile serata faceva da fondale sulla strada del ritorno. La malinconia per la dura assenza di mio padre, oltre al senso della mia inadeguatezza, mi impediva di gioire e tramutare tutto questo in vera arte.

Nota dell’autoreQuesto racconto è dedicato a quel talentaccio di mio padre – volato via nel 2004 avventuriero giramondo per natura e pittore visionario per vocazione, che mi ha donato, molto prima del bellissimo cinema di genere riconducibile alla filosofia della supercazzola, la capacità di canzonare me stesso e gli altri intorno a quel mistero inimitabile e drammatico che tutti noi chiamiamo vita vissuta. Il personaggio – il giornalista inesistente che sono – per tutto il dipanarsi del racconto sente dentro e recupera la sua Memoria, prendendo spunto da un episodio di vita vera accaduto prima della sua nascita, alla fine degli anni 50. Uno tra i tantissimi conosciuti nei racconti da bambino e poi vissuti in prima persona come mascotte e apprendista; prendendovi parte accanto al genitore, alla sua inimitabile spalla Alvaro ed alla banda di folli visionari formata dai loro amici più cari, che per rispetto del loro ruolo umano e professionale sono ricordati qui di seguito con nomi di fantasia. Mio zio Alvaro, che oggettivamente mi ha insegnato molto nel lavoro e nella vita in genere, era legato a mio padre da un’amicizia che travalicava il fatto di essere sposati a due sorelle: mia madre Giuseppina detta Pina e mia zia Clara, dolcissima creatura protagonista di tutta la mia vita. I due erano elementi fondamentali di una banda più estesa e diramata di cui facevano parte Pino Fale musicista e impresario (scopritore dell’indimenticabile Magic Vanguitar, genio assoluto della musica e incompreso fino alla prematura morte ed oltre); Alonso Profetico, bancario di talento e futuro direttore generale di un importante istituto di credito; Giobatta Gasbarroni, anziano luminare e cardiologo. Ce n’erano altri – più stanziali – alla bisogna, ma questo nucleo primario costituiva il nocciolo duro del “gruppo di fuoco”Se decidevano che si staccava la spina e si partiva per l’avventura, non c’erano fatti o problemi che potevano fermarli. Quando si trattava di convergere su Milano, territorio ideale per zingarate e pratiche più o meno inconfessabili, mio padre aveva il mandato di dare il La… adottando sempre il solito subdolo espediente. Doveva recarsi urgentemente ed indifferibilmente a Milano, unica piazza d’acquisto allora in Italia delle rarissime resistenze dei suoi ferri da stiro professionali che erano introvabili sì, ma non avevano certo una vita così breve. Passava Alvaro a prenderlo e si partiva… Data del ritorno da comunicare alla famiglia: indefinita. Pino Fale coordinava la logistica, perché passava molto tempo sotto le guglie della Madonnina per il suo lavoro d’impresario e per l’amicizia che coltivava con una cantante di grido per quei tempi: Betty FurtisAnni dopo, da bambinetto, mi ritrovai un 45 giri di questa artista autografato con sospetta ed inusuale familiarità. Il cardiologo poi convergeva da Bologna o da Padova, Alonso s’inventava un convegno in COMIT ed il cerchio era chiuso. Uno dei numeri più esilaranti di questa banda di folli rimasti bambini era il “Taarun!!!!”Questo numero consisteva nell’imboccare di buon mattino o di sera, all’entrata o all’uscita dal lavoro (degli altri), strade e viali intasatissimi e con automobilisti esasperati alla guida… e allora li vedevi scorrazzare con un’ Alfa super, che tanto era un modello molto diffuso all’epoca, e commettere le peggiori scorrettezze. Tra l’altro, questo vezzo risultava anche molto pericoloso, perché potevano essere scambiati per i primi nuclei criminali senza scrupoli in fuga che preannunciavano, con qualche anno d’anticipo, le tristi imprese della banda CavalleroAd un tratto individuavano il capro e prendevano a tagliargli la strada  e ad affiancarlo sbraitando in coro. Dopo poco, il meneghino di turno, preso da una crisi di nervi, abbassava il finestrino – che allora non c’erano i motorini e  bisognava dar di gomito – per urlare la madre di tutte le offese. Quella più adatta ad una macchina targata TE: …Taarun!!!!  Lo sprovveduto però non sapeva che il trucco dei folli in Alfa consisteva nell’anticipare questo suo sfogo – come in un virtuosismo di eccelsa classe calcistica – e all’unisono, con la stessa invettiva…. gridare…Taarun!!!!!!!! Lasciando così il poveretto con la manovella del finestrino in mano e con la bocca aperta dallo stupore e dalla rabbia. L’effetto era sempre lo stesso… tanto era collaudato il gioco.

da “Emozione dal loggione e altri racconti”  di Benito Mascitti
Il Torcoliere Editore 2014
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.