“L’antipatico: Bettino Craxi e la grande coalizione” (2020) – di Riccardo Panzone

Bettino Craxi era antipatico perché incarnava la politica in un’epoca di crollo delle ideologie e di avversione ai partiti. Perché non temeva né di macchiarsi di una colpa né di affrontare l’odio. Perché era alto e grosso, ribelle e autoritario e anche se tendeva alla pace e sorrideva sembrava sempre in guerra. Perché diceva quel che pensava e faceva quel che diceva, anche le cose spiacevoli. Perché affascinava o irritava coi suoi proverbi popolari o mostrandoti l’altra faccia della luna; perché era sospettoso e coraggioso, razionale e realista fino al cinismo. Perché era sicuro, troppo sicuro di sé, e per dieci anni ha guidato la politica italiana e per quattro il governo coi migliori risultati. Perché sfidò gli USA di Reagan e l’URSS. Perché tenne in scacco la DC e il PCI alternando coerenza e spregiudicatezza. Perché affrontò il partito del potere e del denaro. Oggi, a distanza di vent’anni dalla sua morte, è possibile e anzi necessario ripensare Craxi e recuperare il suo lascito, per colmare il vuoto lasciato dal riformismo socialista e dal socialismo liberale. La sua figura suscita ancora tante domande e comprenderla può fornire tracce importanti per capire la crisi della sinistra, della democrazia liberale e l’irruzione del populismo e del nazionalismo in Italia e nel mondo. Questo libro non è una biografia, piuttosto il profilo umano e intellettuale di un leader e il manifesto politico che nel labirinto di intenzioni, di successi e di tracolli di un’’epoca appena passata districano i fili che la connettono alle contraddizioni e agli interrogativi dell’attualità”.
Così inizia “L’Antipatico: Bettino Craxi e la grande coalizione” (2020), opera biografica di Claudio Martelli, luogotenente e delfino di Craxi che descrive con somma sapienza la vita e i caratteri salienti dell’uomo politico che, più di tutti, ha caratterizzato gli anni 80 del secolo scorso nel nostro Paese. Sbaglia, tuttavia, chi immagina una biografia classica fatta di un lento susseguirsi di eventi storici e aneddoti. Sì, chiaramente aneddoti e riferimenti fattuali sono presenti nell’opera di Martelli ma, più che altro, la narrativa si dipana nel racconto della formazione politica e filosofica del politico Craxi, dagli albori e fino alla caduta, intrecciando la stessa con le vicende che caratterizzarono la storia politica italiana post anni 70. Risulta essere centrale l’adesione di Craxi, sin da giovane età, alla visione social-liberale di Carlo Rosselli, assolutamente antitetica alle rivendicazioni di socialismo reale (dittatura del proletariato) operate dal partito comunista e dal socialismo massimalista.
La via maestra tracciata da Bettino è quella della concordia tra classi, imprenditoriale e lavoratrice, utile al fine di perseguire un duraturo benessere collettivo. Un procedimento assolutamente lento che nella lentezza stessa trova l’efficacia necessaria a favorire il compimento del modello liberale e socialista: “Il socialismo non si decreta dall’alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura” (C. Rosselli). Qualcuno oggi avrebbe definito Craxi inventore del concetto di “socialismo tricolore”, “sovranista”? La rivendicazione continua di sovranità e dignità nazionale diventa centrale nel racconto operato da Martelli della notte di Sigonella, nelle azioni di un Presidente del Consiglio che, nel difendere il nostro stato di diritto, si rifiuta di consegnare i terroristi palestinesi dell’Achille Lauro alle forze speciali americane. Nell’analizzare l’episodio Martelli stesso sottolinea come fosse assolutamente normale, per Craxi, rivendicare la sovranità territoriale italiana, senza la quale viene meno anche il concetto stesso di Stato.
Martelli ci racconta ancora di un Craxi politicamente scorretto e forse proprio per questo profondamente antipatico: un uomo a cui era assolutamente invisa ogni forma di vuota retorica, allergico com’era tanto al luogo comune quanto al bieco formalismo. Un uomo che ha avuto il coraggio, in Parlamento, previo ponderato ragionamento, di rivendicare il diritto dei popoli oppressi di fare il ricorso alla lotta armata in un momento in cui il pensiero politicamente corretto avrebbe suggerito di dichiarare con forza la messa al bando di ogni forma di violenza. Un uomo politico sconfitto, unitamente al suo partito, da quelli che hanno scritto la storia e che oggi proprio dalla storia riemerge a rappresentare una visione altra di Stato e, soprattutto, di sinistra nazionale, assolutamente sconosciuta ai rappresentanti della sinistra attuale, servi, proni, portatori di interessi personali assolutamente anti-nazionali.

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