L’amore al tempo dell’anguria – di Isabella Dilavello

Mia madre pronunciava frasi d’amore all’improvviso. “Vieni, ho tolto tutti i semi dall’anguria”. L’estate iniziava in quel preciso istante, tra il viso affondato nella polpa zuccherina e la luce del sole tra gli alberi della corte. Il casale in campagna ci abbracciava formando una grande U, in un continuo scambio di sole e ombra fino a sera. Era una campagna che sapeva di mare tanto gli era vicina e capitava di sentire la spinta a tuffarsi solo aprendo la finestra del bagno del soppalco, dove la striscia azzurra sembrava a portata di mano. Mio padre si aggirava con il sorriso del proprietario terriero – non importava il carattere momentaneo del ruolo – in canotta bianca a costine, infilata con prepotenza nei suoi calzoncini celesti. Erano gli anni 70 e si vedevano tutti. L’eleganza era l’ultimo pensiero. In città si erano lasciate bombe e molotov della celere, manifestazioni e rapimenti e chi è Stato è Stato. Ora c’era la campagna, c’era il filone di pane appoggiato al petto e il coltello che con la mano spingeva dall’aria fino al cuore. Mia madre voltava la testa, un po’ come dire “non voglio vederti mentre ti uccidi”, ma mio padre mostrava sull’avambraccio una cicatrice larga tre dita là dove molto tempo prima aveva sprofondato una lama strappando via la carne, come un uomo abituato a scavarsi e sopravviversi. Io li guardavo e tenevo da parte una fetta d’anguria senza semi per il ragazzino con i jeans. Mia sorella mi ripeteva che non c’era nessun ragazzino, che non c’era mai stato, che era una mia fantasia. Ma io ci avevo parlato ogni pomeriggio l’anno prima, sapevo sarebbe tornato, sapevo che era lì da qualche parte. Ci davamo appuntamento all’altalena appesa all’albero grande al confine dei campi. Lì arrivava il profumo dei pomodori caldi di sole che Marta (lei e il marito si occupavano della casa e dei campi e delle galline tutto l’anno e di certo tutto era più suo che mio, ma l’altalena… quella era mia) raccoglieva tutti i giorni. Anche quel pomeriggio ero lí ad aspettare il mio amico stretto in jeans scoloriti e non avremmo parlato molto, avremmo ucciso le formiche recitando le sommosse sentite alla radio, ci saremmo toccati le dita per scoprirle uguali, avremmo guardato la luce virare dal giallo al verde filtrata dalle foglie mentre ci si spingeva a turno sull’altalena dalla lunga catena e urlando ad ogni volo più alto. Ero lì ad aspettare il mio amico con una fetta d’amore senza semi. Poi la voce di mia sorella d’un tratto “guarda, se la stanno mangiando le formiche”.

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