Lacuna Coil: “Black Anima” (2019) – di Nicholas Patrono

Il nome di Cristina Scabbia, voce femminile dei Lacuna Coil a partire dal 1996, è stato conosciuto dal grande pubblico (quello occasionale che fa scorpacciate di TV spazzatura e programmi discutibili) per la sua partecipazione come giudice a The Voice of Italy nell’edizione del 2018. C’è ben altro, però, dietro al nome della cantante milanese: ben nove album pubblicati con i Lacuna Coil, nel corso di una carriera durata vent’anni e più; carriera che, ad oggi, presenta come ultimo passo “Black Anima”, in uscita l’11 ottobre 2019 per Century Media Records e la distribuzione di RED Music. Le band Metal italiane capaci di ritagliarsi uno spazio nell’ambiente musicale, in patria come all’estero, sono rare. I Lacuna Coil ce l’hanno fatta, però, soprattutto grazie al successo di “Comalies” (2002) e il seguente “Karmacode” (2006), dopo gli esordi ai confini del Doom con “In a Reverie” (1999) e “Unleashed Memories” (2001). Forti di ben due vocalist, Cristina Scabbia e Andrea Ferro, ricchi di influenze melodiche che rimandano al Gothic Metal targato Evanescence, i Lacuna Coil si presentano al 2019 con il loro ultimo lavoro, un tentativo di riagganciarsi in parte alle origini e proseguire il percorso del precedente “Delirium” (2016), per stabilizzare un percorso altalenante, tra mezzi passi falsi (“Shallow Life” del 2009, e “Broken Crown Halo” del 2014) e lavori più riusciti (“Dark Adrenaline” del 2012, e il già citato “Delirium”).
Quest’ultimo “Black Anima” si apre con l’introduzione Anima Nera, cantata solo al femminile con un’interpretazione che vuole essere inquietante, ma che risulta forzata e fuori posto, per confluire poi nel primo vero brano del disco, Sword of Anger. Un pugno in faccia sorprendente, questo inizio, con Andrea Ferro che sfodera il peggio di sé – in positivo – nei growl, che danno un piacevole tono dark al risultato, malgrado la voce fin troppo gentile, vista l’atmosfera, di Cristina Scabbia. Un contrasto evidente, quello tra i due vocalist, che prosegue nel brano successivo, Reckless. Pezzo scelto come singolo, Reckless ha il merito di non lasciare calare l’atmosfera creata dal pezzo d’apertura e concede spazio solista al chitarrista Diego Cavallotti. Peccato per le melodie del ritornello, di facile presa forse, ma per il motivo sbagliato. La successiva Layers of Time, altro singolo, segnala che la Band non ha intenzione di rallentare… tutt’altro. La voce di Cristina Scabbia compare solo nel ritornello, per riappacificare le orecchie dopo le violente strofe. Si prosegue con Apocalypse, pezzo meno brutale dei precedenti, ma che risponde “sempre presente” quando è ora di menare le mani; peccato per il ritornello ripetitivo e certe scelte melodiche conservative, fin troppo telefonate. Now or Never, arricchita da archi e spinta al punto giusto dalle percussioni del batterista Richard Meiz, risolleva l’atmosfera, e Cristina Scabbia si lancia in qualche parola di canto sporcato – parecchio distorto ed effettato nel mixing finale – in compagnia di Andrea Ferro. Un breve solo per Diego Cavallotti, e poi si ritorna al ritornello, forse uno dei più riusciti, anche per merito del contrasto tra le chitarre dall’accordatura grave e gli archi.
Under the Surface continua a raccontare la doppia identità dei brani dei Lacuna Coil, sempre divisi tra il canto sporcato di Andrea Ferro e la voce chiara di Cristina. A questo punto, dopo sette brani, l’ascoltatore potrebbe iniziare ad accusare il colpo: mantenere sempre la stessa forma canzone risulta inevitabilmente indigesto dopo un po’; motivo, questo, per cui chi scrive non si è mai appassionato ai Lacuna Coil. Si ripone speranza nella lunga Veneficium, ben sei minuti di brano, parecchi per questo tipo di genere… e Veneficium cambia, seppur di poco, le carte in tavola. Si sperimenta di nuovo con gli archi e questa volta si aggiungono anche dei cori che scimmiottano il canto lirico. Nel suo procedere, Veneficium si conferma più interessante di quasi tutto quello che è stato fino ad ora ascoltato, con Cristina Scabbia che si spinge finalmente verso gli estremi del proprio registro vocale. Brano piacevole perché, nonostante la lunghezza, sperimenta soluzioni alternative, anche se con il contagocce.
Ci si avvicina alla fine con The End Is All I Can See, aperta da suoni elettronici e da un arpeggio ricco di effetti. Canzone permeata da un senso di straniamento costante, diversa nell’atmosfera rispetto alle altre. Sicuramente uno degli episodi più curiosi, da riascoltare per testare la sua longevità alla ripetizione. Si passa a Save Me, primo brano davvero soft. Pur senza rinunciare ad una strumentazione robusta, i Lacuna Coil sfoderano un brano incentrato quasi del tutto su melodia e semplici armonie vocali. Brano scelto come terzo singolo, e non per caso: si differenzia da un pezzo di cantautorato solo per la presenza delle chitarre distorte. Il disco si conclude con la title-track, Black Anima, che riprende titolo e atmosfera dell’introduzione, Anima Nera, pianoforte compreso. La conclusione non esce dallo schema del disco, né come scelte melodiche né come struttura del pezzo, ma i Lacuna Coil tenevano a concludere quest’opera con il botto, e così è: Black Anima può competere per il premio di miglior brano dell’album. Alla fine di questo viaggio tutto made in Italy, rimane un sapore agrodolce. I Lacuna Coil credono in quello che scrivono, ma peccano di originalità; e come potrebbe essere altrimenti, dopo nove dischi? E anche se quasi tutti i brani, specie gli episodi più violenti di questo “Black Anima”, sono ascoltabili, tutto si ferma qui. Se vi accontentate di un Metal carino ma banale, con la voce in perenne primo piano, questo disco e i Lacuna Coil in generale fanno per voi.

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