“La vecchia radio” – di Ginevra Ianni

Quando sei andato via lasciandomi per sempre ti ho guardato allontanarti e ho avvertito inaspettatamente un dolore fisico oltre che dell’animo. E’ stato come se un pezzo del mio cuore si fosse staccato per seguirti docile come un cagnolino pronto ad accompagnarti ovunque. Lo stesso dolore fisico mi ha accompagnato per giorni, mentre lavoravo, parlavo o mangiavo trovando sollievo solo nel sonno, un buco nero in cui sprofondare per cercare  un po’ di sollievo, almeno fino all’alba. E’cominciata a divenire una pena la mancanza delle cose scontate, banali: sapere di non poterti più telefonare la sera come al solito solo per sentire la tua voce, guardare una cosa di cui avevamo parlato tempo fa e frenare l’istinto di cercarti per dirti “ehi, hai visto?”. Scoprirsi a vivere in una apnea, in uno stato di sospensione. Giorno dopo giorno il desiderio di poterti vedere, sperare di incontrarti o magari persino spiarti mentre vivevi da lontano, è diventato  lo scopo più importante della mia vita. E allora ho  cominciato a cercare tutte le situazioni possibili per poterti incrociare, a studiare orari e luoghi che frequentavamo insieme o dove sapevo che eri solito andare e poi, dopo tanta aspettativa, tornare a casa con un macigno sul cuore perché quel giorno non eri passato o peggio, ti ho visto e ho scoperto che questa nuova clandestinità, senza poterti cercare o incrociare il tuo sguardo o stringerti le mani, mi ha fatto stare peggio. La gioia effimera di poterti vedere si faceva pagare cara, con un senso di vuoto che ingoiava tutto e mi riportava al punto di partenza. Perché non stiamo più insieme, perché non mi vuoi più, perché hai staccato la tua vita dalla mia. Vorrei poterti stare vicino, sentire il tuo odore, vederti, sentire la tua voce, essere qualcun altro o qualcosa che faccia ancora parte della tua vita, il tuo prossimo amore, le lenzuola del tuo letto, un vecchio mobile di casa tua che ogni giorno incroci entrando. Qualsiasi persona, qualunque cosa, purché vicino a te… e così eccomi qui, la vecchia radio nel corridoio di casa dei tuoi. Mi sono annullata, ho schiacciato la mia vita fino a dissolverla, sono entrata nel vecchio mobile, sono diventata il polveroso e pesante mobile radio fuori moda dei tempi della guerra. Grossa, inutile, superata ma a due passi da te. Sto ferma come una cosa morta ma ti vedo passarmi davanti almeno due volte al giorno, annuso il tuo profumo quando esci di casa la mattina e sto in trepidante attesa quando sento il portoncino sbattere la sera al tuo rientro. Sto ancora male ma starti vicino mi da sollievo, osservarti vivere inconsapevolmente sotto i miei occhi mi fa stare meglio, sono appagata nella mia pena… e cosi vivo accanto a te, certe notti ti sento russare piano e mi accoccolo con il pensiero accanto a te sul cuscino, condividendo lo spazio segreto dei tuoi respiri. La mattina che sei uscito in corridoio nudo dopo la doccia passandomi davanti mi hai schizzato con le gocce cadute dai tuoi capelli bagnati, sono arrossita come una ragazzina, le mie valvole hanno cominciato a surriscaldarsi e per l’emozione ho cominciato a diffondere una musica nella stanza, così, per la gioia di questo contatto involontario, anche se nessuno aveva schiacciato il tasto di accensione. Quando non ci sei ti aspetto, legno pesante, immobile, quando ci sei ti guardo attraverso il vetro satinato che nasconde dal di fuori le valvole e i fili che sono diventate il mio cuore, le mie vene attraversate dall’elettricità invece che dal sangue. Il mio amore è diventato il senso del mio esistere, di stare lì immobile e nutrirmi della tua vita che si dipana inconsapevole mentre il tempo scorre e tutti i minimi cambiamenti danno senso a tutto: il giorno che hai indossato la camicia estiva blu che ti regalai io (la soddisfazione nello scoprire che qualcosa di me era rimasto!) e che sta benissimo con i tuoi occhi… oppure il gran giorno in cui tua madre ti disse di dare un’occhiata alla vecchia radio perché a volte si accendeva da sola. Mi venne da ridere sentendo quelle parole, la signora non poteva sapere che nelle lunghe ore in cui attendevo il tuo ritorno, esploravo sondando tutte le onde radio che percepivo per trovare la musica che ti piaceva di più e che avrei trasmesso non appena avessi sentito i tuoi passi nel corridoio. Fu bellissimo quella volta vederti avvicinare e sentire i tuoi occhi posarsi finalmente su di me e non distrattamente come sempre, no, quella volta mi guardasti con attenzione, fisso e poi sentii le tue mani posarsi sul legno lucido delle casse esplorando con le dita la superficie piana del mio nuovo corpo. Fu cosi emozionante che non potendo contenere la mia gioia, mi accesi all’improvviso a volume altissimo e riempii dell’Inno alla gioia tutta la casa. Tu cadesti indietro sorpreso e io cominciai a ridere facendo graffiare la puntina del giradischi. Quel giorno fu meraviglioso e ci ripensai emozionandomi per giorni, mesi interi, soprattutto quando il mio dolore si risvegliava più intenso. Fino a quel giorno in cui ti vidi uscire con le valigie, abbracciare tua madre e, senza parole o spiegazioni, lasciasti per sempre la casa e di nuovo me. Attesi. Attesi tanto, tantissimo, ma tu non tornavi, io e la vecchia signora cominciammo ad ammantarci di silenzio. Poi un giorno udii tua madre rispondere al telefono e sentii pronunciare il tuo nome, spiegava a qualcuno che tu eri andato via, a vivere insieme ad Anna, la tua donna. Di colpo tutte le luci che mi punteggiavano si spensero, la mia vita elettrica abbandonò la vecchia radio mentre domande si intrecciavano convulsamente tra i miei circuiti e valvole: Anna? E chi è Anna? Perché ti ha portato via? Non ti bastavo io? Che condividevo i tuoi respiri sul tuo cuscino durante tutte quelle lunghissime notti in casa tua, che ti accoglievo con le note più belle scelte catturandole nell’etere in attesa del tuo rientro la sera? La pena torna a salire improvvisa, identica al giorno del tuo abbandono. Anche questa volta mi provoca un dolore così forte da essere fisico, mi fa male anche il cuore che non ho più, che per restarti accanto ho barattato con una valvola e un transistor. Tutto inutile, è stato tutto inutile. Cancellarsi, annullarsi fino a plasmare la propria sostanza in una nuova forma non più fatta di carne e sangue ma di fili di rame e legno, è stato inutile. Neanche così sono riuscita a trattenerti a me. Che non mi hai voluta né in un modo né nell’altro. Non mi hai voluta e a nulla è valso trasformarsi per non perderti, ti avevo perso già e per non essermi rassegnata a questo sono arrivata a perdere me. Niente, non resta più niente, neanche la musica. Off.

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