“La Tregua”: Mario Benedetti – di Nicola Chinellato

“È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro.
Non proprio crudele. Semplicemente oscuro.
È evidente anche che mi ha concesso una tregua.
All’inizio, ho riluttato a credere che potesse essere la felicità.
Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e l’ho creduto.
Ma non era la felicità, era solo una tregua.”

L’amore all’improvviso, quando ormai non te lo aspetti più, quando sei certo che la vita abbia definitivamente imboccato il corso di un lungo fiume tranquillo, destinazione il nulla. Martìn Santomè ha quasi cinquant’anni, anzi i cinquant’anni lo tallonano: un’esistenza ordinaria, tre figli grandi, che ha cresciuto da solo, un lavoro impiegatizio di mortificante routine che sta volgendo al termine. Giornate tutte uguali, illanguidite dal ricordo della moglie Isabel, morta molti anni prima, e movimentate esclusivamente dal rapporto, nemmeno troppo affettuoso, coi suoi tre ragazzi. Tutto appare immutabile, fino a quando il rituale dell’abitudine viene sconvolto dall’arrivo di Avellaneda, ventenne neo assunta a cui Martìn deve insegnare il mestiere. In un lento percorso di sguardi rubati, brevi palpiti inaspettati, sfioramenti galeotti e dialoghi imbarazzati, il cuore intorpidito di Martin torna lentamente a battere, e ciò che sembrava la piega inevitabile di una vita senza speranza, si trasforma in un consapevole crescendo di felicità.
E’ l’amore, un amore adulto, ruvido, virile, lontano anni luce dalle svenevolezze e dalle banalità della letteratura di genere, che la Prosa asciutta di Mario Benedetti (non meno sublime della sua Poesia) plasma, parola dopo parola, raccontando con malinconica partecipazione il miracolo di un uomo spento e disilluso che torna a provare tenerezza, nonostante la cupa esistenza nella sua Montevideo squassata dalla crisi economica, tra dittatura e incerta democrazia che soccombe ancora sotto il tacco militare.
Una relazione che nasce clandestina (la distanza d’età fra Martìn e Avellaneda, le convenzioni sociali, i pettegolezzi dell’ufficio) ma che lentamente sboccia in un caleidoscopio di colori, profumi e carnalità, divenendo totalizzante e assorbendo completamente ogni azione e pensiero di Martìn. Sarà il destino, o Dio, sadico onnipotente, a sparigliare però le carte in tavola e a cambiare, di nuovo, le regole del gioco, in una beffarda struttura circolare che riporta Martìn proprio là, dove tutto era cominciato. Non c’è una pagina, forse nemmeno un rigo, di questo romanzo che non valga la pena di essere letto almeno due volte. Non è solo la perfetta costruzione di una storia d’amore, raccontata attraverso i piccoli cambiamenti e le sfumature psicologiche che coinvolgono i due protagonisti:
ne “La Tregua” (uscito nel 1960) vi è una tale quantità di riflessioni esistenziali e filosofiche da far girare la testa. Si racconta d’amore, certo, ma si racconta anche la sconfitta della mezza età, il (non) senso dell’esistenza, la disillusione di giorni tutti uguali, il lenimento del ricordo, l’impervia strada della rielaborazione del lutto. Benedetti getta pure uno sguardo feroce, dissacrante e impietoso sul mondo impiegatizio, sulla logica del profitto, sullo sfruttamento dei deboli, tutte riflessioni frutto delle simpatie marxiste che, dopo il golpe di Juan Maria Bordaberry del 1972, costrinsero lo scrittore uruguaiano all’esilio in Spagna. Un libro traboccante di pensieri e di vita, forse non del tutto comprensibile a un giovane lettore, ma decisivo per coloro che sono arrivati al giro di boa della propria esistenza. Certo è che il messaggio universale di Mario Benedetti va esplorato nella  produzione Letteraria, soprattutto poetica; seguendo il filo invisibile della sua grande Anima.

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Usted martín santomé no sabe / cómo querría tener yo ahora
todo el tiempo del mundo para quererlo / pero no voy a convocarlo junto a mí
ya que aún en el caso de que no estuviera / todavía muriéndome
entonces moriría / sólo de aproximarme a su tristeza.

usted martín santomé no sabe / cuánto he luchado por seguir viviendo
cómo he querido vivir para vivirlo / porque me estoy muriendo santomé

usted claro no sabe / ya que nunca lo he dicho / ni siquiera
en esas noches en que usted me descubre / con sus manos incrédulas y libres
usted no sabe cómo yo valoro / su sencillo coraje de quererme

usted martín santomé no sabe / y sé que no lo sabe
porque he visto sus ojos / despejando / la incógnita del miedo

no sabe que no es viejo / que no podría serlo
en todo caso allá usted con sus años / yo estoy segura de quererlo así.

usted martín santomé no sabe / qué bien, que lindo dice 
avellaneda / de algún modo ha inventado / mi nombre con su amor

usted es la respuesta que yo esperaba / a una pregunta que nunca he formulado
usted es mi hombre / y yo la que abandono / usted es mi hombre / y yo la que flaqueo

usted Martín Santomé no sabe / al menos no lo sabe en esta espera
qué triste es ver cerrarse la alegría / sin previo aviso / de un brutal portazo

es raro / pero siento / que me voy alejando / de usted y de mí
que estábamos tan cerca / de mí y de usted

quizá porque vivir es eso / es estar cerca / y yo me estoy muriendo 
santomé / no sabe usted / qué oscura / qué lejos / qué callada
usted / martín / martín cómo era / los nombres se me caen / yo misma me estoy cayendo

usted de todos modos / no sabe ni imagina / qué sola va a quedar / mi muerte / sin su vida.

(Última noción de Laura)

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