Luigi Magni: “La Tosca” (1973)

Nel 1973, Monica Vitti è la protagonista de La Tosca, per la regia di Luigi Magni. Il film è liberamente ispirato dal dramma di Victorien Sardou (e dall’opera di Giacomo Puccini) rivisto in chiave ironico-grottesca e in forma di commedia musicale. Costumi bellissimi, un cast d’eccezione  Gigi Proietti, Vittorio Gassman, Aldo Fabrizi, Umberto Orsini e altri bravissimi attori –  bella la sceneggiatura, i testi e le musiche delle canzoni di Armando Trovajoli… eppure La Tosca non ebbe molto successo. “Rivedendo oggi Tosca lo trovo sempre più bello, meritava un successo maggiore. Ma forse era troppo raffinato (nonostante il dialetto romanesco) per avere il grande successo” così racconta Monica Vitti nella sua biografia di Laura Delli Colli.
“14 giugno 1800. Il pittore Mario Cavaradossi dà rifugio al patriota Cesare Angelotti, fuggito da Castel Sant’Angelo. Il barone Scarpia, reggente della Polizia Pontificia, si mette alla ricerca di quest’ultimo servendosi della cantante Floria Tosca, amante di Cavaradossi, facendole credere che il suo uomo la tradisca. La donna, seguita di nascosto da Scarpia, giunge all’abitazione di Cavaradossi per coglierlo in flagrante, ma lo trova in compagnia di Angelotti. Capito l’inganno in cui è caduta, Tosca cerca a questo punto di aiutare l’amante, ma è ormai troppo tardi. Scarpia giunge alla casa e scopre Angelotti, che per non essere catturato si suicida. Arresta dunque il pittore per alto tradimento condannandolo alla forca. Il barone, invaghito di Tosca, le propone di liberare Cavaradossi a patto che lei gli si conceda. Tosca accetta in cambio del permesso per Cavaradossi di uscire dallo Stato Pontificio. Egli acconsente e ordina allora ai suoi sgherri, in presenza di Tosca, di eseguire una fucilazione simulata. Dopo aver scritto il salvacondotto, Scarpia viene pugnalato alla schiena da Tosca, che corre subito dal suo amante, prigioniero a Castel Sant’Angelo. Cavaradossi viene però ucciso davvero e Floria si uccide a sua volta per la disperazione, gettandosi dagli spalti della fortezza”. (Gabrele Smargiassi)

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