La terra pesante – di Girolamo Tarwater

Marzo 2019“Che la terra è pesante / Non si può sollevare / Che la terra è pesante / Pesante da portare / È bassa troppo bassa / Preme e schiaccia”. Unità di produzione dei C.S.I. é un piccolo concentrato di filosofia (o teologia) politica. Forse ogni rivoluzione è necessariamente atea mistica meccanica e per questo destinata al fallimento anzi, a combinare più guai di quelli che vorrebbe risolvere, per poi tornare al punto di partenza. Tutti giù per terra. La terra gira e rigira. Non se ne esce. Ciò che è terra, terra rimane. Possiamo illuderci con un passo di danza o con un Boeing di vincere la forza di gravità, in realtà ne usiamo sempre le leggi, piegandole per quanto ci riesce alle nostre esigenze. Alla fine si torna sempre alla terraEppure c’è un posto sulla terra che queste leggi ha infranto, pur rispettandole. Un posto dove il Cielo è sceso in terra, ha fatto udire la sua voce, si è impastato di questa terra, polvere e pietra. Ma prima ancora di abitare la terra che ha fatto, questo Cielo ha voluto prepararla, l’ha segnata, marchiata. L’ha fatta sua. L’ha incisa con il suo dito potente, una lama che ha trapassato la sua crosta.
Così forse è nata la Great Rift Valley, la grande fossa tettonica che proprio dalle terre che sto visitando inizia. Un colpo secco che ha scavato un solco, una cicatrice perenne. Se la terra è troppo bassa, qui arriva ancora più in basso, il suo punto più basso. Una crepa come altre… ma questa è speciale. È una ferita a cielo aperto, una cesura attorno alla quale si raggrumano fuoco e sangue, acqua dolce e acqua salata, la più salata di tutte. Qui la terra si apre come un frutto maturo la cui scorza è pronta a spandere la fragranza della sua polpa, a spandere la fecondità del suo seme. Come un melograno maturo, una crepa espone il suo pluriforme frutto
Una lama, un grumo. Un grumo che si fa lama, una lama che si fa grumo. Questa la forza e il rischio, la potenza e la fragilità della parola profetica di chi proferisce parole non sue, se non fosse che gli bruciassero dentro fino al midollo. Un’estraneità che invade mente e viscere, disappropriandole, e nello stesso tempo quanto di più mortalmente intimo. Un fuoco che divampa senza fiamme. Solo spirito e voce.
Così è la parola profetica. Scende, piomba rapace. Un colpo secco e micidiale dall’alto. Una passione subita e imperiosa: la parola ti prende tutto e non puoi farne a meno. Così è stato per Giovanni Lindo Ferretti prima che prendesse altre strade. Una questione di qualità. Un pathos che prosciuga e scava, la vita come la parola. Incide. Eppure come se ne è venuta, questa parola se ne può andare. Ferretti stesso ce lo ricorda. Un pathos che ritroviamo in Elia e in Giovanni Battista, in bilico tra parola e silenzio, intimità con Dio e pericolo mortale, scontro frontale e arresa. Dura scorza e succosa polpa. Così anche per le comunità di redenti e monaci, da Qumran a San Giorgio di Koziba o più su a San Saba e al quartiere ebraico ultraortodosso di Gerusalemme, che per secoli hanno abitato queste terre fino a che si sono prosciugate e quasi estinte.
Queste riflessioni a cavallo tra improbabile geologia spirituale, poesia e teologia mi accompagnano mentre scendiamo dalla Galilea, che già è bassa di suo, nonostante le colline, al Mar Morto. Costeggiamo il Giordano, che fa le veci di un muro. Da una parte la Giordania, dall’altra il deserto di Giuda, non propriamente arido per le abbondanti piogge primaverili (il Giordano non è nemmeno accessibile per le immersioni battesimali!), eppure imponente con i suoi manti rocciosi. Deserto e parola in ebraico si richiamano, dabar e midbar, il deserto è il luogo della parola. Giù verso il Mar Morto, lasciamo alle spalle Samaria. È curioso che quella specie di eretici che vi abita abbia lasciato tracce solo positive al passaggio di Gesù: l’unico lebbroso tra i dieci guariti che torna a ringraziarlo è samaritano, come samaritano è l’uomo compassionevole della celeberrima parabola. Samaritana è poi la donna dal vissuto non propriamente integerrimo con la quale Gesù al pozzo discute di delicate e profonde questioni teologiche. Arriviamo al Mar Morto, anche lui in crisi.
Troppo sale fa male, impedisce la vita e brucia chi è vivo. Ma un po’ di sale fa bene. Un paio di detti di Gesù ce lo ricordano. “Noi siamo il sale della terra, dovremmo dare sapore” (Mt 5,13). Più consone forse a questi luoghi le parole riportate da Marco: “Ognuno sarà salato col fuoco” (Mc 9, 49). Ho scoperto che però anche la terra salata – nella misura giusta, ovviamente – ha delle proprietà benefiche. In questa zona, infatti, in cui la terra ha un alto grado di salinità, i datteri producono dei frutti ancora più dolci. 
Per brindare a tutto questo non ci sarebbe niente di meglio che un buon margarita. Il bordo della coppetta è infatti guarnito di sale e il contenuto ha sia la fragranza degli agrumi, il frutto della terra, che il fuoco dello spirito, in questo caso la tequila. Il bordo del calice potrebbe essere l’orlo del baratro se ci si tuffasse nell’alcool per annegare i problemi, ma potrebbe essere anche un tuffo nell’ebbrezza che tanti mistici hanno cantato come metafora dell’incontro con Dio.
Certo, sembra strano immaginarsi un San Giovanni Battista impegnato a degustarsi un bel cocktail. Di sicuro, con la sua tempra, l’avrebbe retto bene e in fondo non starebbe male sulle sue labbra di sale e di fuoco. Senza dimenticare le gioie, spesso intime e nascoste, dell’amico dello Sposo.
Questo bordo, che è insieme labbra da cui esce una voce e un soffio, è anche custodia di una ferita. La terra stessa qui è incisa e dall’orlo di questa ferita ci prepariamo a salire. Attorno a questa incisione tettonica, attraverso il deserto di rocce, si sale verso la Città Santa, una crosta di pietra raggrumata sotto cui non ha smesso di scorrere sangue. Ai margini della più profonda spaccatura sotto il Cielo, il più Santo dei luoghi, in alto come una pietra preziosa incastonata sull’orlo dell’abisso. Una pietra insieme tutta terrestre e tutta celeste. Abbagliante di luce.
“There is a crack in everything / That’s how the light gets in” (Leonard Cohen, Anthem).

Foto Raffaella Valori©tutti i diritti riservati
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