La Tempesta del “Bardo”: una fiaba per pensare – di Cinzia Pagliara

Si dice che William Shakespeare abbia scritto La Tempesta per salutare il suo pubblico e ritirarsi: una sorta di addio perché la sua “arte di incantare” (come quella di Prospero) era arrivata alla fine e il Bardo lo sentiva. Fu rappresentata per la prima volta nel 1611, e William si ritirò realmente (per quanto la parola “realmente” si possa usare nella sua misteriosa esistenza) a Stratford, pur tornando frequentemente a Londra. E pochi anni dopo, altrettanto misteriosamente, morì il 23 aprile 1616 (pare che si sia troppo ubriacato al matrimonio della figlia Susanna con un dottore e che ,sudato, abbia camminato “cloakless” (senza cappotto) prendendosi una polmonite che neppure il neo genero fu (per sue stessa ammissione) in grado di curare. La Tempesta è il suo testamento: un’allegoria che si adatta ad ogni possibile situazione politica o psicologica. Il mare in cui avvengono i naufragi è il Mar Mediterraneo, che il pubblico, come noi, conosceva bene. A differenza di ciò che accade ai barconi che oggi lo sfidano lasciando scie di morti, i protagonisti (in due gruppi diversi) sopravvivono alla tempesta: sia Prospero con sua figlia Miranda che la spedizione di Ferdinando e Gonzalo approdano sull’isola una volta governata dalla strega Sycorax  su cui, unici abitanti, sono rimasti il mostro Calibano e lo spiritello ArielStraordinaria la fonte da cui il Bardo trae notizie per descrivere una tempesta marina: i racconti dei sopravvissuti della nave Sea Venture, che per tre giorni lottarono per la vita e che descrissero con dettagli e precisione l’affondamento e la morte.
Quante nuove Tempeste potremmo ancora scrivere, lungo le tratte del Mediterraneo: se William fosse vissuto oggi, avrebbe nuove isole da descrivere, senza streghe ma con troppi impedimenti. E senza la magia, che tanto serve a poter sperare. Quante domande ci pone questo romanceLa storia si basa innanzi tutto sul forte e indissolubile rapporto tra un padre e sua figlia che, scampati alla morte in mare, vivono l’uno per l’altra da quando Miranda aveva soltanto tre anni mentre Prospero continua a covare un rancore profondo per il tradimento subito dal fratello. Cosa accade o potrebbe accadere quindi quando passato e presente (i due fratelli nemici ne sono una metafora) si incontrano? Cosa ci rende umani?Prospero è un personaggio profondamente umano perché ha sete di vendetta e prova rancore. Ha già punito Calibano riducendolo in schiavitù perché ha importunato Miranda: può mai essere capace di perdonare? Ariel, spirito degli elementi, conduce prima i superstiti sull’isola salvandoli dalla Tempesta, poi con il suo canto conduce Ferdinando da Miranda, facendo sì che il miracolo dell’amore sia possibile, e dall’incontro inizi la risoluzione. Il romance prevede un lieto fine, e così è: nessuna vendetta, piuttosto una rappacificazione e una nuova coppia di innamorati felici… ma non c’è facile banalità fiabescaColpisce che perfino su un’Isola che è una tabula rasa, dove non si fa uso di armi né di denaro si inneschino l’inganno e il tradimento. Quanto poco è  radicato nell’uomo il Bene, se il buio del Male e del complotto scende anche in una terra vergine, sotto la spinta incontrollabile del potere e della ricchezza? E se ciò accade in una terra utopica, quale può essere il destino di un mondo globalizzato e sempre più egoisticamente rivolto al possesso?
William il Bardo ha il suo deus ex machina: l’Amore.
Miranda si ribella al Male generale in nome dell’amore… e vince.
Anche La Tempesta, come sempre accade alle opere shakespeariane, è stata oggetto di infinite rivisitazioni in scena e sullo schermo: vale la pena ricordare il nome dell’attore che per gran parte del ventesimo secolo è stato Prospero: l’inglese (of course) John Gielgud, che lo interpretò fino alla venerabile età di 87 anni, così come vale la pena ricordare una interessantissima interpretazione di Giorgio Streheler, che utilizzava lo stesso cavo per far volare Ariel e per incatenarlo, a ricordarne la schiavitù: Ariel poteva volare, essendo spirito, ma non ..volare via. Shakespeare lascia scie di poesia indimenticabile in ognuna delle sue opere, e La Tempesta è ricordata per queste parole di Prospero Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e la nostra breve vita è circondata da un sonno”. Ancora una definizione infinitamente preziosa della Vita. Siamo orme su una spiaggia, nuvole in movimento, sogni da rincorrere prima del risveglio. Prima della fine. Fragile e potente la Vita, come le parole del Bardo.

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3 pensieri riguardo “La Tempesta del “Bardo”: una fiaba per pensare – di Cinzia Pagliara

  • Luglio 7, 2015 in 8:00 am
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    sì, una grande lezione di vita. Senza la morte, non saremmo spronati a vivere al meglio la vita. All’insegna dell’amore. Pronti a migliorarci. Sempre. Finché respiriamo. L’Amore in senso globale. L’Amore sublimato partorisce le migliori opere in ogni campo artistico. L’Amore é il germe da cui nasce tutto.

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  • Gennaio 31, 2019 in 4:51 pm
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    Sono un’amante del grande Shakespeare. Cosa c’entra paragonare il mare di oggi con le scie di morti con le opere di Shakespeare? Lasciate in pace il grande drammaturgo e abbiate più rispetto per un grande scrittore che avrebbe ancora da insegnare molto a questa umanità.. Articolo pessimo e offensivo. Vergogna. Shakespeare non c’entra nulla con la politica. Ma siete fuori……

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    • Febbraio 1, 2019 in 1:28 pm
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      Sono anche io una grande appassionata di William (“dipendente” sarebbe la parola esatta, come ho scritto nel mio libro) e credo che la sua grandezza sia proprio nella capacità delle sue opere di sfuggire ad una collocazione temporale fissa, il che le rende eterne. È così per l’amore contrastato, per quello violento, per l’avidità di potere, per l’inquietudine esistenziale, tutti temi che non smettono di essere attuali, seppure con abiti diversi e diversi scenari. Questo è ciò che rende Shakespeare ineguagliabile: il suo restare per sempre “attuale”.
      Il mar Mediterraneo è il mare nostro e questo mi ha ricordato altri viaggi e altre tempeste e il desiderio di terra e di vita di ogni naufrago. Senza politica, chiedendomi come Shakespeare racconterebbe questo stesso mare e queste nuove tempeste. Forse nello stesso modo: in fondo l’amore è un deus ex machina universale e senza tempo e Ariel potrebbe ancora ribellarsi in nome dell’amore. Perché Will è will, ed è vero: ha ancora (avrà sempre) qualcosa da insegnare.

      ( ps. Non mi vergogno. Sono certa che William sia felice di sapere che le sue storie siano ancora spunto di nuovi pensieri liberi )

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