“La stanchezza di Circe” – di Ginevra Ianni

Circe è stanca stasera, dietro la porta chiusa della sua stanza si scruta nello specchio e dopo il primo secondo di compiacimento nel rimirare il suo viso, se ne distoglie rapida nel timore di scoprire un nuovo segno che il tempo da un po’ lascia come doni leggeri ed indesiderati sulle sue guance, sulla fronte, sul suo grembo prosciugato. Circe è stanca stasera, dell’isola, dei suoi incantesimi, della solitudine divina di cui si è circondata per millenni e che l’ha resa sempre più sola anche in mezzo alle altre persone, a tutti i popoli del vasto Egeo. Si gira pigramente nel suo morbido letto e torna con la mente  alla nuova scoperta che ha fatto da poco e che malgrado ciò si è intrecciata profondamente con il filo della sua vita mentre le Parche ne tirano la sorte. Oltre agli insulti che le regala con generosità, il dio Tempo le ha fatto un nuovo dono, lo ha scoperto da poco e se ne spaventa poiché ancora non sa usare questa nuova potente magia. Da qualche tempo ha capito che è diventata invisibile agli altri, la gente non la vede più, si scosta mentre cammina tra gli umani ma nessuno di essi la vede davvero, ne intercetta lo sguardo. Questa nuova condizione ne mortifica la sua natura divina ed altera, avvezza alla superbia, ma le consente tuttavia di poter scrutare l’umanità senza timore di esser vista, di fissarla negli occhi e leggere in essa. Le donne per esempio si sono rivelate le più temibili, portatrici di una forza tremenda, a tratti divina. Le fanciulle si muovono flessibili come giunchi eleganti su tutte le altre e guardano con timore ed aspettative profonde i loro compagni di cammino, nei loro occhi si legge il desiderio di una vita futura e piena, sono tenere e fragilissime. Le più potenti invece sono le madri. Nei loro occhi è nata con il parto una fierezza indomita ed una consapevolezza di potere qualunque cosa attraverso i loro figli. Sono tigri dalle zanne aguzze, pronte alla tenerezza infinita per i cuccioli e a dissetarsi del sangue di chiunque sia per loro una minaccia. Quanto più è piccola la loro progenie tanto più sono capaci di irradiare questo potere intorno a se come dee implacabili. Il contatto con queste umane così profondamente immerse nelle loro vite le lascia addosso la sensazione della grande distanza che le separa da lei salvo poi, a guardare più a lungo, scoprire in fondo ai loro sguardi la sua stessa solitudine, una pozza liquida fatta di incertezze, paure o di delusioni, di parole non dette o dette a sproposito. Circe a quel punto distoglie sempre lo sguardo dai loro occhi, prima che esse si accorgano che la maga ha visto sin dentro la loro anima, che per un battito d’ali le ha scoperte simili, sorelle. Gli uomini invece no. Sono tutti uguali. Circe sa sfilare in mezzo a loro senza nemmeno farsi percepire, essi semplicemente non la vedono camminare a loro fianco. I giovani la intuiscono appena con istinto animale ma ignorando cosa sia quel senso di turbamento, quell’idea femminile, se ne distolgono rapidi, gli anziani sono stanchi e sebbene sappiano già tutto, neanche più si interrogano. Talora qualche uomo la avverte, la focalizza ed allora ne cerca lo sguardo ma Circe ha imparato ad accorgersene e subito li fissa per capire l’intenzione di chi l’ha vista. Raramente questo contatto di sguardi dura più del baluginio di una stella, l’uomo cade nello sguardo della maga, ne percepisce la profondità oscura e, prima ancora di rendersene conto, se ne ritrae spaventato. Tutti prima o poi si ritraggono dall’abisso. Tranne uno, milioni di anni fa, prima di queste ere nuove, un marinaio, un re senza terra. Ulisse percepì il rischio di confrontarsi da pari a pari, la sfidò e non si tirò indietro, seppe tenerle testa e Circe, la maga altera e beffarda, imparò prima a rispettarlo come suo pari e poi, deposta la corazza della sua magia, imparò a dormirgli a fianco senza vegliare o temere per se stessa, finalmente indifesa. Ma così facendo, e senza capirlo, essa aveva già perso il suo gioco con lui, la conquista era stata fatta come già accaduto con la città di Troia ed ora altri mari reclamavano il re verso la sua isola lontana. Nei momenti inattesi si sorprendeva a vedere nel sua sguardo azzurro la faccia bianca di Penelope, le pietre arse del suo palazzo povero ed nobile di orgoglio antico. Detestava quei bagliori di memoria che erano più potenti di tutte le sue magie, quelle immagini fugaci e profonde che nessuno dei suoi incantesimi riusciva a controllare. Abbandonarsi alla consapevolezza ed al piacere di aver finalmente trovato un suo pari che non meritasse di esser sottomesso o umiliato trasformandolo in un maiale o un cane, era stata la sua più grave disfatta. Circe era destinata ad essere la maga, l’antica incantatrice, sola. Per sempre. O la condivisione della sua solitudine le avrebbe nuovamente spaccato il cuore ancora e stavolta lo sapeva, per sempre. Ulisse le aveva regalato l’emozione di guardare un altro negli occhi, l’illusione di possederlo senza magia, nell’abbandono dei sensi o nel sospiro di un orgasmo, ma le aveva anche inflitto la sconfitta di vedere Itaca affacciarsi dietro il suo sguardo, le aveva portato la percezione del tempo che trascorreva e, per la prima volta dall’eternità che l’aveva generata, un desiderio di morte. Dopo di lui lo strazio dell’abbandono era stato blandito solo da un dolce desiderio di morte che aveva imparato a riconoscere quando la chiamava, quando le onde scure del mare venivano a lambirle i piedi sulla spiaggia e la invitavano trascinando i suoi passi verso l’acqua scura e densa di oblio. Ne aveva percepito la leggerezza quando le accarezzava i fianchi dall’alto di una rupe ventosa e la esortava ad abbandonarsi alla brezza dolce e lieve che l’avrebbe trascinata verso il torrente sottostante dove le sue fauci nascoste tra i sassi aguzzi la aspettavano per sbranarla. Mai prima di allora la sua lunga vita era stata tanto frastornata da emozioni contrastanti, senso di  vertigine, desiderio carnale e desiderio di morte… ma stasera è stanca ed è inutile che gli animali la invochino dal suo giardino facendo versi alla luna per cercare una compagna, una dea che appaghi i loro sensi e il loro sangue vorace di plenilunio. Circe è stanca stanotte, vittima dei suoi stessi incantesimi, più vulnerabile dei suoi incantesimi, preda della sua stessa magia, come le sue sorelle, come Medea, come Elena, come Clitemnestra, Cassandra o le altre. Tutte le sue sorelle. State zitti uomini.

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