La seconda scomparsa di Jackie Lomax – di Maurizio Garatti

Chiunque di voi abbia una certa familiarità con il Rock degli anni 70, probabilmente conosce la storia di Jackie Lomax, talentuoso chitarrista compositore che legò in quegli anni il proprio nome a quello di Big Star come Eric Clapton e George Harrison, tanto per citarne un paio, ma sono convinto che tornare a parlare dei suoi Heavy Jelly e del loro “Ghost Album”, sia cosa buona e giusta, oltre che doverosa dal punto di vista giornalistico. Diventare, nel 1970, la prima Band a essere messa sotto contratto dalla Apple (per favore, dimenticate smartphone e stronzate simili) venne letto come l’inizio di una promettente avventura e il giusto riconoscimento a un giovane talento che già da anni stava attirando su di sé l’interesse di stampa e addetti ai lavori. In realtà gli Heavy Jelly dovevano essere un gruppo fittizio, una di quelle band che nascono e muoiono tra le pareti della sala d’incisione, create apposta per permettere al leader di esprimere al meglio tutto il suo talento ma, la particolare alchimia instauratasi trai i musicisti e la grande qualità del materiale prodotto, fece in modo che questo ensemble costruito a tavolino si elevasse a status di vera e propria Band e, permettetemi di dirlo, una Band con due palle grandi come una casa. Assieme a Alex Dmochowski (basso) John Morshead (chitarra) provenienti da una grande realtà come gli Aynsley Dunbar, e a Barry Jenkins, storico batterista degli Animals, in sala d’incisione trovarono spazio anche i compagni di etichetta Pete Ham e Tom Evans provenienti dai Badfinger (altro gruppo che gravitava attorno al nucleo Apple, qui semplicemente in veste di coristi) e, soprattutto, Bobby Keys e Jim Price, ossia la sezione fiati dei Rolling Stones nel glorioso tour che avrebbe incendiato i palchi di mezzo mondo di lì a due anni. Con simili premesse e con tanti campioni in campo schierati nella stessa squadra che cosa andò storto? Perché è evidente che qualcosa andò molto storto, visto che il disco non vide mai la luce, nonostante fosse un gioiello di Blues venato di Soul come davvero pochi altri. La storia ci dice che furono difficoltà contrattuali a bloccare l’uscita dell’album; probabilmente i troppi “nomi” presenti causarono beghe legate alle royalties che finirono per affossare il progetto. Alla fine, per non far torto a nessuno, si chiusero i nastri in un cassetto e buonanotte ai suonatori, con buona pace di tutti coloro che vennero privati di un’opera che sarebbe sicuramente entrata a far parte della storia di quel periodo. Una sorte che accomuna altri dischi importanti che, per vari motivi, non videro mai la luce e che porta all’inevitabile e triste riscatto dei tempi nostri. Inevitabile perché risulta evidente a chiunque che materiale di questo livello non può essere tenuto nascosto; e triste perché le tanto insuperabili diatribe si sono alla fine dissipate in seguito alla scomparsa di Jackie avvenuta nel 2013. Con lui se ne è andata una consistente parte di storia del periodo e ricordi legati a un percorso artistico molto simile a quello dei Fab Four, con un passato in Germania, Amburgo in primis, e un manager (Brian Epstein) che forse non ha creduto fino in fondo nelle sue indubbie qualità. Il disco è disponibile ormai da più di due anni e questo ha fatto la gioia di tutti coloro che, come il sottoscritto, amano immensamente il Sound di quegli anni, ma ha anche riproposto le spietate regole del marketing che, incuranti di qualità e sentimenti, condannano Jackie e i suoi Heavy Jelly a una nuova, inaccettabile, scomparsa. Tra brani classicamente Blues Rock e altri decisamente più Rock oriented, “Heavy Jelly” è un disco di valore assoluto, la cui storia non può chiudersi così mestamente; per cui, bando alle chiacchiere e fiato alle trombe… che tradotto in termini più appropriati significa: alzate il volume gente, and Let’s Rock…!

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