“La Rubia Canta La Negra”: intervista con Ginevra Di Marco – di Gabriele Peritore

Non potevo perdere l’occasione di ascoltare dal vivo Ginevra Di Marco nel suo più recente concerto romano (“Na cosetta estiva”, 7/9/2018). Sentire la sua voce vibrare mi ha fatto provare una sensazione come di sospensione del tempo. Le basta poco (che poi poco non è) per attirare l’attenzione, per scaldare l’atmosfera, le basta intonare le prime note di un qualsiasi brano del suo repertorio per creare la sintonia magica con gli spettatori. La sua voce adesso raggiunge profondità estreme senza sforzo e rimane limpida, cristallina, senza graffi rochi sulle corde vocali. Alcuni brani che ha cantato fanno già parte della Storia della Musica, e ho visto partecipare con calda attenzione giovani e meno giovani. In effetti, il suo percorso, dopo le esperienze con CSI e PGR, si è sviluppato in maniera coerente, grazie anche al sodalizio, artistico e sentimentale, con Francesco Magnelli, e attualmente la porta a esplorare la musica popolare fino alla produzione di questo ultimo lavoro: “La Rubia Canta La Negra” (2017). Un progetto, ispirato e dedicato a Mercedes Sosa, che fa riemergere l’attenzione su una delle più grandi interpreti del Sud America; nonostante le notevoli differenze espressive (ma proprio qui sta il bello) le permette di raggiungere un’intensità da brividi ed essere ancora socialmente impegnata attraverso la musica. Alla fine del concerto ha abbracciato con calore e umiltà tutto il suo pubblico e io non potevo non cogliere questa meravigliosa possibilità.
Ciao Ginevra, per noi che conosciamo tutto il tuo percorso artistico (dalle prime collaborazioni con gli Üstmamò e i CSI), tu sei “La Voce”, il soffio vitale che ha trasmesso emozioni e I valori dell’impegno… invece, per te, cos’è la tua voce? Tu che rapporto hai con questa? 
“È l’espressione della mia parte profonda, sia emotiva che intellettuale, è il mio linguaggio. Adesso ho un rapporto con lei più pacificato. Sento che in qualche modo aderisce a ciò che desidero esprimere. Per anni non ne sono stata abbastanza soddisfatta, per me cantare è un continuo cammino verso una maggiore conoscenza”.
Questo cammino lungo e sofferto ti permette di cantare anche per te stessa? 
“Certo, ogni volta che canto per gli altri. Canto per me e per i miei morti”.
Ti ricordi il primo momento in cui hai pensato che quella del canto sarebbe stata la tua strada? La scintilla che ha fatto scattare l’innamoramento per la musica? 
“L’ho sempre sentito, fin da piccola. Più che altro ho sempre avuto la certezza che non avrei saputo fare niente di meglio. La musica stessa, le canzoni, dal momento in cui capisci che lei è il linguaggio che più di qualsiasi altro ti fa volare e ti porta via, ti cura, ti consola insomma, parla ai tuoi sentimenti, sa dare risposte, ti salva anche la vita”.  
E la tua città, Firenze, che ruolo ha giocato in tutto questo? 
“Un ruolo importante: a Firenze sono avvenute tante concatenazioni di eventi e incontri che sono stati determinanti. La sala prove che gestivo con il mio primo gruppo (dove c’erano anche Orla e Nuto della Bandabardó), aver conosciuto lì Francesco Magnelli, Gianni Maroccolo, Ferretti e Zamboni che venivano tutti lì a fare le preproduzioni dei dischi che avrebbero prodotto (gli Üstmamò che hai citato per esempio) e da lì tutto è partito”.
I periodi storici che hai attraversato sono pieni di cambiamenti epocali. Che differenze hai riscontrato nel modo di comunicare degli anni novanta con quello del duemila?  
“Gli anni novanta sono stati anni di grande fermento musicale, in cui sono nati tanti gruppi e artisti che sono stati tutti diversi uno dall’altro e che hanno creato grandi correnti musicali dopo di loro. Si faceva musica per la necessità di esprimersi, per l’urgenza di dire delle cose, questo mi pare piuttosto assente in questi tempi”.
Pensi che le nuove generazioni possano recepire ancora certi messaggi che erano la forza culturale del periodo in cui hai iniziato? 
“Il nodo sta proprio qui. Mi manca una visione sul mondo, mi manca il musicista intellettuale che può farci aprire gli occhi, che possa essere stimolo al ragionamento, che sia cultura….”
E tu di musicisti intellettuali ne hai conosciuti tanti. Da Giovanni Lindo Ferretti a Franco Battiato, da Max Gazzè a Cristiano Godano… e poi Cristina Donà e tantissimi altri grandi artisti… sono innumerevoli le tue collaborazioni eccellenti in studio e dal vivo, come sono innumerevoli le esperienze che hai vissuto ma, ci vuoi raccontare una di queste esperienze che ti è rimasta particolarmente nel cuore o un aneddoto che non hai mai rivelato a nessuno?
“Ho fondato molta della mia carriera sulla collaborazione con gli altri, ho sempre cercato occasioni di condivisione perché credo molto nella forza dell’incontro, in tutti i sensi. Mi è quindi nel cuore “Stazioni Lunari”, lo spettacolo ideato da Francesco Magnelli per condividere e far vivere la musica a 360 gradi sempre con tanti artisti sul palco che suonano e condividono la musica oltre ogni inutile barriera di genere e di tempo. Francesco mi volle “padrona di casa” e ogni concerto è stato un evento meraviglioso, dal 2004 a oggi, in cui ho collaborato con altri e mi sono scoperta interprete. Un aneddoto? Posso vantare il primato di aver imparato a fare le punture sulle chiappe di Giovanni Lindo Ferretti! (ride… e anche noi).
Ah ah ah! Fantastico immaginarti a bucherellare il grande Giovanni Lindo. A proposito di grandi menti… durante il concerto hai evocato lo spirito di una delle intelligenze più luminose del nostro Paese, Margherita Hack, astrofisica di portata mondiale. Ci puoi o vuoi dire qualcosa di più del legame che vi unisce?
“Con Margherita abbiamo fatto quattro anni di spettacoli insieme. Una donna straordinaria, grande intelligenza, sagacia, umiltà. Mi ha insegnato l’inutilità degli orpelli e l’importanza di concentrarsi sulla sostanza mantenendosi umili e aperti al prossimo”.
Negli ultimi anni ti sei dedicata allo studio delle tradizioni musicali, non solo italiane ma anche internazionali, intensificando in musica il dialogo interculturale e in questo periodo storico in cui sembra prevalere la chiusura e la paura dello straniero, questo dialogo sembra ancora più importante rispetto al passato… per questo hai scelto questa direzione?
“Ho sempre pensato l’incontro di culture un’occasione di bellezza e, finita l’esperienza con CSI prima e PGR poi, mi ci sono tuffata con passione… nella musica popolare. Adesso cantare il mondo assume un significato molto più profondo, necessario, proprio per il momento socio-politico che stiamo attraversando. Occorre andare in direzione ostinata e contraria e io cerco di farlo con la musica”.
E la musica popolare ha fatto scattare la passione fatale per Mercedes Sosa che ha portato alla produzione del tuo ultimo disco “La Rubia Canta La Negra”(2017). Ci diresti qualcosa di più su di lei e sul disco?
“Per lo stesso motivo cantare Mercedes Sosa e farla conoscere a un pubblico “altro” come può essere in parte quello che mi segue, diventa un atto politico. Che la gente conosca e si ispiri per sempre a un personaggio come lei, armato di grande talento ma che ha operato scelte coerenti e irremovibili di giustizia e uguaglianza, pagando sulla sua pelle. Una donna piena di coraggio, resistenza e profonda umanità allo stesso tempo. Ha dato speranza al mondo intero”.
In tanti aspetti ti somiglia: è quello che noi vediamo in te. Ed è quello che ti senti di augurare a chi ama la musica? 
“Fatelo con passione, sincerità e verità del cuore. Come un percorso di vita. La musica è una grande opportunità di crescita, abbiatene rispetto senza considerarla un mezzo per ”arrivare”.

Foto Marco OlivottoPietro Previti © tutti i diritti riservati 
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