“La Rosa del Sud Remix”: Intervista con Bob Salmieri – di Capitan Delirio

Conosciamo Bob Salmieri come uno dei più eclettici musicisti del panorama Jazz e World italiano ed internazionale. Da parecchi anni impegnato con il suo sassofono e le sue composizioni nel promuovere la cultura mediterranea nel mondo. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare qualcosa del suo progetto più recente, uscito a gennaio di questo anno. 
Sei impegnato in tantissimi progetti. Io personalmente ti ho seguito in molte occasioni con la formazione degli Erodoto Project mentre oggi siamo qui per parlare del tuo progetto precedente avviato con la formazione dei Milagro Acustico. Un progetto legato alla cultura mediterranea e a creare ponti tra i vari popoli che lo vivono. Proprio da qualche settimana è uscito un lavoro dedicato a Rosa Balistreri ce ne vuoi parlare un po’?
“Rosa del Sud remix”
, uscito con Cultural Bridge lo scorso gennaio 2019, segue di quattro anni la versione originale. C’era il bisogno di rimetterci le mani sopra, di integrare, cambiare arrangiamenti, aggiungere canzoni. Tutto questo per una specie di ossessione che ho da quando ho sentito per la prima volta la voce di Rosa Balistreri. Sentirla in vecchie registrazioni, spesso effettuate con mezzi di fortuna, mi dava l’idea che fosse relegata in una specie di limbo degli incompresi, indirizzata verso il dimenticatoio, destino toccato a molti grandi della nostra cultura tradizionale che dovrebbero essere studiati a scuola, fatti conoscere ai giovani per fargli capire che la poesia è un’altra cosa, rispetto a quella che si studia a scuola. Voci come quelle di Rosa, sono cose rare, così come la sua storia; in altri paesi gli si sarebbero dedicate scuole di musica, piazze, sale da concerti, mentre da noi è sconosciuta alla maggior parte delle persone. Così ho pensato di farla rivivere componendo nuove canzoni per la sua voce”.

La tua sembra una passione smisurata per questa artista siciliana che anche noi amiamo. Come nasce questa attenzione per le espressioni culturali, artistiche e per i popoli del Mediterraneo?
“Perché mi sento fortemente un uomo del Mediterraneo. Mio padre nacque a Tunisi, da una famiglia di Favignana emigrata in Tunisia all’inizio del 900. Mi ha affascinato la cultura mediorientale sin da piccolo, dalla prima vacanza fatta a Tunisi. Ho lavorato in seguito nel turismo prevalentemente nei paesi del bacino del Mediterraneo, così ho avuto la fortuna di vivere per un po’ di tempo in Marocco, Tunisia e Turchia e di vedere paesi ora impossibili da visitare come la Siria e lo Yemen.

In Turchia tra l’altro ti è capitato anche di collaborare con le istituzioni. Questa interazione tra le istituzioni turche e quelle italiane ci riempie di speranza. Mi sembra che ci sia ancora voglia di dialogo interculturale… tu che sensazioni hai?
“E’ stata un’esperienza fantastica. 35 musicisti italiani e turchi in giro per le università turche. Il contatto quotidiano con i giovani studenti è stata la cosa più bella e emozionante. Tutto grazie al lavoro di una intraprendente direttrice dell’istituto italiano di cultura di Ankara che insieme a me e alla mia associazione, ha lavorato per due anni per realizzare il Cultural Bridge project. Questo per dire che le istituzioni sono fatte da persone, e dalla loro vitalità dipende la realizzazione o meno di progetti complicati come il nostro. Oltre ai 35 musicisti, c’era una troupe che ha ripreso ogni fase del tour, una organizzazione per la logistica, un management”.

In questo caso a fare da ponte è stata la musica. Forse è il linguaggio ideale per unire le varie espressioni culturali?
“Direi di si, ma prima ci deve essere la volontà delle persone, una predisposizione a lasciarsi andare a nuovi stimoli e a cultura diverse. Il nostro tempo è quello che ha creato più possibilità di incontri e commistioni, internet ci ha avvicinati, ma le cose sono migliorate? La musica è uno strumento ma da sola non può fare molto; bisogna abbattere questi muri secolari che ci costringono e ci fanno avere paura di tutto quello che è diverso. Ma spesso accade che interessi superiori, facciano si che si mantenga questo clima di pericolo costante e di paura dell’altro. In questo gli uomini di religione hanno la loro responsabilità”.
Mi sembra che tu non abbia avuto paura a portare in giro la tua arte. In genere quando suoni in questi paesi così tormentati che accoglienza trovi?
“L’accoglienza nei paesi mediorientali è sempre stata ottima. La cosa che più colpisce sono gli sguardi di gratitudine dei ragazzi e la partecipazione. Si commuovono a vederci suonare i loro strumenti musicali e si stupiscono di come un occidentale possa interessarsi al Ney o al Baglama mentre loro magari sognano un sinth.
Quali sono i posti in cui ti è piaciuto suonare di più?
“Nel 1993 ho lavorato a Marrakech. Di notte un musicista marocchino mi portava a suonare nei locali notturni della città che aveva una vitalità e un fermento che noi ci sognamo. Era il periodo di Khaked e della sua Didì. Ebbene, iniziavamo a suonare Didì a mezzanotte dopo tre ore ancora la stavamo suonando. Non mi sono mai divertito tanto anche se dopo due ore non sapevo più che stavo suonando. Non giravano molti sassofonisti così, in ogni caso, facevo la mia figura”.
Bellissima esperienza che probabilmente ti ha fatto apprezzare il tuo bagaglio di conoscenze. Per te quanto conta portare in giro la cultura mediterranea?
“Tantissimo. L’Italia è ancora identificata col bel canto o con i nostri cantanti pop, poco o niente si sa della nostra cultura popolare e della sperimentazione intorno a essa. Mi capita spesso di dover inserire la nostra musica o quella dei gruppi che produciamo in piattaforme come Spotify e solitamente viene richiesto il genere e le influenze; ci sono tutti i generi, i sottogeneri, le varie etnie di riferimento di qualunque parte del Mondo ma all’Italia e alle sue musiche regionali, neanche l’ombra. Questo per dire quanto poco si sappia della musica napoletana per esempio o di quella siciliana.
Io sono siciliano e come tale mi sento lusingato da questa attenzione che hai per la mia terra ma come è avvenuta la scoperta dei poeti siciliani come Ignazio Buttitta e i poeti arabo siciliani?
“Quando dico che la Sicilia è fonte inesauribile di ispirazione non esagero. Basta cercare, giri una zolla è esce fuori uno scrigno. Ho Scoperto i “Poeti Arabi di Sicilia (827-1072)” per puro caso, in una biblioteca comunale, dove ero andato appunto a cercare qualche spunto per la nostra musica. Lessi quel titolo e mi si aprì un mondo: In Sicilia c’era una tradizione di poesia araba? Il libro della Mesogea era tradotto con l’aiuto di poeti italiani contemporanei e così scoprii Ignazio Buttitta, che ha collaborato alla traduzione delle poesie di Ibn Hamdis. Poi Michele Amari, al quale si deve praticamente tutto sulla conoscenza della dominazione araba in Sicilia e dei suoi poeti. Ignazio Buttitta poi parla di Rosa Balistreri e lì comincia un altro Mondo, tutto incredibilmente a disposizione, sotto il sole”.
Grazie Bob… così tutto torna.

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