Pier Paolo Pasolini: “La Resistenza e la sua luce”… e altri scritti

Così giunsi ai giorni della Resistenza / senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza / di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando / l’ Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro / da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce. / Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino, / la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano / quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce. / Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti, / già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno / vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce. / Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato / si riconobbe nuovo nella luce…
Quella luce era speranza di giustizia: / non sapevo quale: la Giustizia.

La luce è sempre uguale ad altra luce. / Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava / sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano. / Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile… / Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza, / e la speranza ebbe nuova luce.

Pier Paolo Pasolini: La Resistenza e la sua luce (da “La religione del mio tempo” 1961)

“Sulle montagne, tra il Friuli e la Jugoslavia, Guido combatté a lungo, valorosamente, per alcuni mesi: egli si era arruolato nella divisione Osoppo, che operava nella zona della Venezia Giulia insieme alla divisione Garibaldi. Furono giorni terribili: mia madre sentiva che Guido non sarebbe tornato più. Cento volte egli avrebbe potuto cadere combattendo contro i fascisti e i tedeschi: perché era un ragazzo di una generosità che non ammetteva nessuna debolezza, nessun compromesso. Invece era destinato a morire in un modo più tragico ancora. Lei sa che la Venezia Giulia è al confine tra l’Italia e la Jugoslavia: così, in quel periodo, la Jugoslavia tendeva ad annettersi l’intero territorio e non soltanto quello che, in realtà, le spettava. È sorta una lotta di nazionalismi, insomma. Mio fratello, pur iscritto al Partito d’Azione, pur intimamente socialista (è certo che oggi sarebbe stato al mio fianco), non poteva accettare che un territorio italiano, com’è il Friuli, potesse esser mira del nazionalismo jugoslavo. Si oppose, e lottò. Negli ultimi mesi, nei monti della Venezia Giulia la situazione era disperata, perché ognuno era tra due fuochi. Come lei sa, la Resistenza jugoslava, ancor più che quella italiana, era comunista: sicché Guido, venne a trovarsi come nemici gli uomini di Tito, tra i quali c’erano anche degli italiani, naturalmente le cui idee politiche egli in quel momento sostanzialmente condivideva, ma di cui non poteva condividere la politica immediata, nazionalistica. Egli morì in un modo che non mi regge il cuore di raccontare: avrebbe potuto anche salvarsi, quel giorno: è morto per correre in aiuto del suo comandante e dei suoi compagni. Credo che non ci sia nessun comunista che possa disapprovare l’operato del partigiano Guido Pasolini. Io sono orgoglioso di lui, ed è il ricordo di lui, della sua generosità, della sua passione, che mi obbliga a seguire la strada che seguo.”
Pier Paolo Pasolini: “Le belle bandiere” (Dialoghi 1960-1965)

“Bisognerebbe essere capaci di piangerlo sempre senza fine, perché solo questo potrebbe essere un poco pari all’ingiustizia che lo ha colpito. Eppure la nostra natura umana è tale che ci permette di vivere ancora, di risollevarci, perfino, in qualche momento. Perciò l’unico pensiero che mi conforta è che io non sono immortale; che Guido non ha fatto altro che precedermi generosamente di pochi anni in quel nulla verso il quale io mi avvio. E che ora mi è così famigliare; la terribile oscura lontananza o disumanità della morte mi si è così schiarita da quando Guido vi è entrato. Quell’infinito, quel nulla, quell’assoluto contrario ora hanno un aspetto domestico; c’è Guido, mio fratello, capisci, che è stato per vent’anni sempre vicino a me, a dormire nella stessa stanza, a mangiare nella stessa tavola. Non è dunque così innaturale entrare in quella dimensione così a noi inconcepibile. E Guido è stato così buono così generoso da dimostrarmelo, sacrificandosi pel suo fratello maggiore, forse a cui voleva troppo bene a cui credeva troppo.”                               
Pier Paolo Pasolini: “Lettere” (Einaudi 1986)

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