“La Ragazza del Treno”: la velocità effimera del declino – di Nicholas Patrono

Certi scrittori – nell’era della velocità contrapposta alla lenta formazione della Letteratura vera – diventano fenomeni letterari, esplodono all’improvviso e solcano gli scaffali delle librerie come meteore. Ogni meteora, per quanto effimera, lascia qualcosa dietro di sé: non pare il caso de “La Ragazza del Treno”, un libro così innocuo da poter essere definito insapore e incolore. L’autrice, la britannica Paula Hawkins ha raggiunto il successo commerciale nel 2015 con questo romanzo. La popolarità del libro è divenuta tale da portare la Dreamworks ad acquistarne i diritti e a realizzare un film, uscito nel novembre 2016 in Italia, con Emily Blunt nel ruolo della protagonista. L’accoglienza di entrambe le produzioni è stata stellare: oltre 3 milioni di copie vendute solo negli States per il libro, best seller in USA e Gran Bretagna, e 173 milioni di dollari incassati in tutto il mondo dal film, a fronte di un budget di 45 milioni. Dati considerevoli, nell’epoca dello streaming e degli ebook ma, equiparare successo commerciale a qualità del prodotto è un ragionamento fallace, e questa vicenda ne è l’ennesima dimostrazione. Ad una prima occhiata, la vicenda appare intrigante, ma il libro è tutto qui: apparenza, un prodotto di consumo per un pubblico con basse pretese. Nel primo capitolo si è trasportati in una Londra grigia e nebbiosa assieme a Rachel, una donna che non ha più nulla: la vita che aveva prima si è sgretolata assieme al suo matrimonio; le restano solo l’alcolismo e la routine di un treno che prende tutti i giorni, ma che di fatto non la porta da nessuna parte. Rachel osserva e invidia le vite altrui e passa il suo tempo a fantasticare, finché un giorno vede qualcosa che non deve vedere…classica formula di apertura, sempre efficace. Le prime pagine hanno il merito di incuriosire il lettore. Il palesarsi dei problemi è successivo. “la Ragazza del Treno” vuole essere un thriller psicologico, ma di thriller ha poco o nulla, e di psicologico ancora meno. La narrazione incalzante è un pregio indubbio, ma solitario. Pur essendo la trama piuttosto semplice, la vicenda si dipana in un susseguirsi così articolato da risultare vertiginoso. Una storia tanto lineare non necessitava di un simile intreccio, appesantito da ben due narratori comprimari. Quanto alla componente psicologica, è a dir poco claudicante. Pensieri e comportamenti dei personaggi si assomigliano tanto da risultare monotoni e, da metà libro in poi, scontati e prevedibili, quando non palesemente assurdi. I personaggi non sono altro che macchiette, così mal stereotipate da diventare fastidiose. Violenti gli uomini, gelose e possessive le donne, predisposti al tradimento del compagno/a tutti quanti, dal primo all’ultimo. Il colpo di scena finale è tanto da manuale da risultare scontato, e non solo per i lettori più navigati. I meriti per questo fenomeno di vendite sono dunque da attribuire alla pubblicità che ruotava intorno all’opera, più che alla godibilità o all’originalità della stessa. Tanta apparenza, tanto marketing intelligente, poca sostanza. Per cui, alla fine, questo nostro articolo è fatalmente dedicato non ad una delle tante Opere letterarie donate al Cinema ma allo specchio che riflette impietoso il declino della Letteratura, sotto i colpi di un mondo che pensa di evolvere con la velocità effimera, contrapposta al lento fluire del Pensiero che alimenta il vero ingegno dell’essere umano.

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