La prossemica del’ascensore – di Isabella Dilavello

Il dito premeva, impaziente e inutile, il pulsante di chiamata. I muscoli tradivano la fretta con i quali i pensieri si rincorrevano in quel momento di attesa. La fretta, la corsa frenata dai tempi di un ascensore che mai asseconda i desideri di chi lo chiama. Ero alle sue spalle, anch’io in attesa ma senza fremere. Mi bastava l’ansia di ritrovarmi, una volta dentro l’ascensore, da sola in uno spazio ristretto con quell’uomo, senza sapere se guardarlo, se sorridergli o scambiare qualche parola con lui. Senza sapere se optare per il silenzio sperando di scendere a un piano diverso, senza sapere se mettermi al suo fianco, di profilo, come tenere le braccia, se lasciare le mani nelle tasche. Improvviso, il cubicolo aveva aperto le sue fauci accogliendoci entrambi, entrambi con lo sguardo ovunque tranne che sull’altro, cosa che da un certo punto di vista si era rivelata un errore poiché ci aveva fatto toccare. Un tocco involontario quanto indesiderato seppure desiderabile. Sì, desiderabile. Perché dall’altro punto di vista un errore non era. Toccarsi aveva regalato un rallentamento, aperto un sorriso anche se imbarazzato. Aveva offerto una soluzione a come posizionarsi nello spazio angusto. Così ci eravamo trovati fronte verso fronte, cercandoci gli occhi senza troppa insistenza, quegli occhi che si posavano nei punti riflessi di piccoli particolari….sembravamo sul punto di rivelare qualcosa di segreto. E infatti nell’aria aveva già preso forma una domanda: “a che piano?”. L’ascensore era partito.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.