La Poesia, i Sensi, il Teatro: intervista con Marthia Carrozzo – di Gabriele Peritore

Marthia Carrozzo è un’autrice attiva da anni nel settore della poesia (“Utero di Luna” del 2007, “Pelle alla pelle, dimore di mare e solo sensi” del 2009) e di testi per musica e teatro. Quest’ultima passione le permette di estendere la sua ricerca poetica portandola ad esplorare le possibilità sensoriali delle liriche nella forma vocale. I versi si fanno suono e soprattutto voce. Con questa intervista Abbiamo avuto la possibilità di conoscere meglio Marthia Carrozzo
Pensando al tuo modo di verseggiare è difficile non farsi coinvolgere da questa prorompente sensualità, come se ogni aspetto dell’esistenza fosse legato ai sensi, appunto. Tra le tue varie produzioni si avverte sempre questa vicinanza agli aspetti sensuali, anche quando affronti tematiche diverse e più profonde. Che percorso ha fatto la tua scrittura per strutturarsi in questo modo? Da dove nasce il tuo amore per questa forma di espressione?
“Una donna che scrive troppo / è sensibile e sensuale”, scrive Anne Sexton: ecco, io credo che la sensualità debba rimanere caratteristica intrinseca della scrittura, ancor più della poesia, come un’attitudine, un gesto di apertura, una tensione tutta protesa dal corpo del poeta alla pelle di chi lo ascolta, di chi lo riceve e prende parte allo stesso convivio. La poesia e i poeti credo abbiano in tal senso una grande responsabilità, che è quella di coinvolgere l’altro, edurlo (che è condurre, non sedurre, attenzione!), facendosi voce del proprio cerchio, dalla propria comunità, come un tempo erano gli aedi, i rapsodi, mettendone in voce la vita, facendosi carico delle istanze della collettività, per poi manifestarle per il tramite del loro stesso corpo, per quello che è un dovere etico e parte, per me, di un agire politico imprescindibile. Angelo Semeraro, che negli anni della mia formazione a Scienze della Comunicazione a Lecce è stato un maestro dello sguardo, avrebbe scritto, riferendosi a Calypso, al suo modo complice di accogliere, comprendere e poi lasciar andare Ulisse: “È propria di Eros la dismisura che trabocca e sconfina, conducendo l’umano oltre la finitezza, aprendogli con forza corrosiva una visione ampliata della realtà. Eros ha il potere di sospendere le parole e annullare ogni altra comunicazione che non sia l’esclusività complice e nascosta”. Mi chiedi come si sia strutturata la mia poesia: la mia è una scrittura innamorata del teatro. Viene dal teatro, dall’amore per i classici greci, per la mitologia e i suoi archetipi; viene dalla sala prove, dal laboratorio, al liceo classico prima e poi, ai miei vent’anni, con una compagnia di matrice Grotowskiana che mi avrebbe insegnato la fatica che è nel corpo prima ancora che nelle parole, riversata poi in esse, elette ed esatte, cesellate sino a suonare nello spartito unico del testo; che mi avrebbe insegnato l’azione, in movimenti sempre perfettamente conseguenti e la necessità di farsi partigiani, di parteggiare senza esimersi mai. “Prendi tua figlia, portala a Siracusa, siediti sui gradoni del teatro e insegnale lo splendore della disubbidienza. È rischioso ma è più rischioso non farlo mai”, scriveva Sofocle nella sua meravigliosa Antigone, già circa 2.500 anni fa. Poi, chiaramente, c’è da aggiungere l’amore per la letteratura, per la poesia, da Anaïs Nin a Marguerite Duras, a Marguerite Yourcenar, da Amelia Rosselli a Edoardo Sanguineti… e poi Carmelo Bene, Antonin Artaud, Heinrich von Kleist, Hugo von Hofmannsthal, prediligendo sempre quella scrittura capace di non sottrarsi, di affrontare le passioni a viso aperto, attraversandole sino ad uscirne profondamente trasformati”.
La tua risposta trasuda amore, passione, per la parola. Ho sempre curiosità di sapere da chi, come te, lavora con la parola, come si trova in questo periodo storico in cui l’utilizzo della parola sembra impazzito. Che importanza ha per te la parola, il suo rapporto con il suono e la voce? Che ruolo svolge oggi la parola (o la poesia)? 
Inscindibile dal corpo e dalla voce del poeta, è impensabile per me immaginare una poesia che non suoni, che non faccia risuonare un messaggio nel corpo stesso dei suoi versi, nelle parole che cerco sempre di scegliere con cura, acuminando la freccia che da lì a poco, dall’intera stesura, andrò a scoccare a voce alta. E se è vero, quanto è vero, che ci si trova in un momento storico difficile, in cui, in special modo a causa dei social media, una certa comunicazione è appannaggio non più esclusivo di intellettuali ed educatori, ma anche di quelle “legioni di imbecilli” già attaccate da Umberto Eco, che tanto rischiano di danneggiare una collettività poco incline a discernere; è altrettanto vero che proprio in un presente così pericoloso, la responsabilità della poesia e dei poeti è proprio quella che dovrebbe portarci a non tacere, a presidiare gli spazi in cui una collettività si muove, senza abbandonarla in balia dell’ultimo “pifferaio” di turno, ma resistendo e continuando a dire, perché proprio in quelli stessi spazi quella collettività, che è poi la nostra, possa riconoscersi e ritrovarsi. Ci vuole molto lavoro, certo, e molto amore, ma è la sola via che scelgo di percorrere. “Io credo nell’uomo”, diceva Brecht, che ci ricorda: “Generale, l’uomo fa di tutto. / Può volare e può uccidere. / Ma ha un difetto: / può pensare”. Per questo è necessario non arrendersi, non tacere, tenersi stretti ai Maestri, alle parole che prima di noi sono state gettate a baluardo di questo orgoglio di appartenere alla stessa specie umana e bellissima, destinata – che chi abusa degli strumenti di una comunicazione facile lo voglia o no – al libero arbitrio.
I Maestri del passato ma anche quelli della tua formazione. Tra i tanti nomi che ho letto nella tua biografia ce ne sono alcuni che davvero colpiscono l’immaginario. Alda Merini, Giovanni Lindo Ferretti, Danio Manfredini e tanti altri ancora. Ci dici qualcosa di queste collaborazioni o di un tuo particolare ricordo legato a qualcuno di loro? 
“Benché io sia arrivata a ciascuno di loro spinta dall’amore per le parole, quello che poi mi è come sempre rimasto più caro sono le persone. Così, posso dirti che Alda Merini resterà sempre, per me, legata a un lunghissimo viaggio 
notturno in treno Lecce – Milano solo per poterla incontrare, ai tempi di “Utero di Luna” (Besa 2007), prima che il mio primo libro vedesse le stampe, quando, pensando a un prefatore possibile (la scelta di mio padre sarebbe caduta su di lei senza il minimo dubbio), noncurante della distanza, tanto meno del fatto che per la “Signora dei Navigli” non potessi essere altro che una perfetta sconosciuta. Ecco, anche senza passare per le parole della sua prefazione, “Qui le premesse sono eccellenti e ci aspettiamo che fiorisca la grande poesia”, che mi dettava al telefono a una settimana esatta dal nostro incontro nella sua casa di via Ripa di Porta Ticinese, con un “Attenti al gatto!” sulla porta e due sedie messe vicine tra pile di libri, ad accogliere le mie lacrime commosse, Alda resta, prima di ogni cosa, per me, lo specchio della fiducia dei miei genitori, della mia caparbietà, del nostro credere nelle possibilità di un lavoro fatto con cura. La dolcezza che ebbe con me, l’acutezza di una donna e di una poetessa sempre consapevole, mi sono cari tutt’ora come l’eresia di alcuni suoi versi che amavo a vent’anni. Giovanni (Lindo Ferretti): anche lui appartiene al tempo lontanissimo dei miei esordi, ormai quindici anni fa. Anche di lui tengo per me la dolcezza che sempre seguiva alla sua durezza nello spronarci, nei pomeriggi roventi d’agosto, tra le mura dell’ex Convento degli Agostiniani, nei venti giorni intensissimi, sotto l’egida di “tradizione e tradimento”, che avrebbero preceduto il Concerto finale; il suo avermi insegnato la sottrazione, perché ogni verso potesse in fine risultare nitido, mirare al pubblico con la precisione di una freccia e la sua mano sulla mia schiena, alla cui carezza sarebbero seguite quelle di un intero gruppo di poeti partecipi con me di un’esperienza indimenticabile, a infondermi coraggio mentre da dietro le quinte, a palco vuoto, la poesia per il tramite della mia voce si spandeva su un sagrato gremito dando avvio alla lunga Notte. In fine, Danio Manfredini: per me è il migliore di tutti, un attore eccellente davanti al quale non ti resta che dire “ecco, lui lo sa fare: è così che si fa!”, prenderne atto e applaudire sino a consumarti le mani. L’ho amato nei lavori del Teatro Valdoca, come nei suoi. Ne ho amato la voce, la sapienza del corpo in scena, l’estrema profondità di ogni gesto con cui si offre all’incontro con il pubblico. Ne ho amato, in fine, la sorprendente umiltà che è solo dei grandi uomini. Quando gli proposi di firmare la prefazione del mio “Piccolissimo compianto all’incompiuto” (Besa 2016), non solo accettò di leggere il mio poemetto, ma in soli venti giorni mi presentò un lavoro attento e sentito, vivo di quella scintilla che non avrei potuto che riconoscere come la sua cifra distintiva. Mi ha dato veramente tanto, molto più di quanto probabilmente immagina, come già, ogni volta, in scena e di più”.
A contatto di queste persone s’impara anche quando stanno zitte. Hai citato il tuo ultimo progetto letterario che si chiama “Piccolissimo compianto all’incompiuto”, ce ne vuoi parlare un po’? 
“Si tratta di un poemetto: sette monologhi in prima persona in cui sette degli incontri destinali di Achille, il Pelide, il condottiero dall’ira funesta, ci ripropongono, in sua assenza, sette occasioni mancate attraverso cui, non l’eroe, ma l’uomo, se avesse potuto sgravarsi di tale peso, sarebbe potuto essere altro. Teti, Agamennone, Briseide, Paride, Patroclo, Deidamia e, in fine, Pentesilea, ultima chance concessagli di scegliere l’amore, in luogo di un ruolo sociale, del proprio dovere portato con sacrificio, rettitudine e rassegnazione nei riguardi di un destino già deciso da altri per lui. ”Su Achille, se non avesse dovuto portarne il nome”, recita il sottotitolo al mio piccolissimo compianto a un uomo, più che a un eroe, che resta incompiuto, forse ancora fortunatamente, almeno nell’esempio che ci offre. Cosa sarebbe potuto essere se davvero avesse scelto? Cosa sarebbe stato, se in fine avesse scelto l’amore? Cosa potrebbe essere per noi che restiamo, per noi che possiamo ancora assumercene il rischio?”.

Oltre che scrittrice, autrice di testi per musica e teatro, sei molto attiva anche come organizzatrice di eventi artistici che promuovono il dialogo interculturale. Come l’ultimo che si chiama “Camminamenti”, di cui noi vorremmo sapere un po’ di più.
“Si tratta, in realtà, di una neonata collana di poesia e scritture contemporanee diretta da me e che sarà edita per i “tipi” di Kurumuny edizioni: “Camminamenti, piccola collana di scritture in movimento”. L’idea è quella di fare dei camminamenti la spina dorsale di un giardino in divenire, capace di nutrirsi di uno sguardo liberato sul mondo. Gli autori invitati, poeti o drammaturghi italianie internazionali, saranno accompagnati, per ogni numero, da uno sguardo non convenzionale – da un musicista, uno psicologo, un sociologo, un attore, un musicologo – che, partendo da un tema dato, userà la loro scrittura, la loro poesia, come lente sul mondo. Il nostro primo numero, “Al Maqam, la storia di Naìma (O del corpo che si rivela)”, vedrà le poesie scelte – in arabo e in italiano – di Joumana Haddad, poetessa libanese tra le più note del panorama arabo contemporaneo, una donna, una scrittrice, giornalista nota non solo per la forza e la bellezza dei suoi versi, ma anche per il coraggio delle sue idee e per la determinazione con cui sa portarle nel mondo, e avremo un Saggio di Nabil Salameh, fondatore, voce e autore dei Radiodervish ma anche giornalista – dal 1998 al 2007 ha lavorato come corrispondente dall’Italia per al-Jazeera – un traduttore, un docente di Etnomusicologia e storia della musica araba, un intellettuale di raffinata sensibilità che, utilizzando i versi di Joumana, attraverso le vicende vere o presunte della storia di Naìma, ci narrerà delle origini della musica araba, delle modalità del Maqam e, ancora, della danza, della poesia mistica ed erotica, offrendoci uno spiraglio privilegiato attraverso cui, liberi da immagini stereotipate e limitanti, da ogni preconcetto fuorviante e sempre pericoloso, poter guardare a un mondo certamente pieno di contraddizioni, ma anche generoso, affascinante e misterioso. Un libro, dunque, che per ragioni etiche ho chiesto di poter pubblicare in Crowdfunding (se i vostri lettori volessero saperne di più, acquistare la loro copia e sostenere il progetto, possono farlo*, ma anche un bellissimo reading con i nostri due autori: venerdì, 21 giugno, alle 10.30, presso l’Università del Salento, Aula Ferrari, Palazzo Codacci Pisanelli, Piazzetta Gino Rizzo, Lecce dove, a presentare il progetto e il volume con Joumana, Nabil, me e l’editore, Giovanni Chiriatti, ci saranno la Professoressa Monica Ruocco, docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’Università degli studi di Napoli“L’Orientale” e il Professor Fabio Sulpizio, docente di Storia della Filosofia presso l’Università del Salento – e sabato, 22 giugno alle 21,00, presso il Chiostro dell’ex Convento degli Agostiniani, in via Convento, 7 a Melpignano (Lecce), per il Reading, “La storia di Naìma” – Testi e voci di Joumana Haddad e Nabil Salameh. Musiche di Nabil Salameh. Concept: Marthia Carrozzo.

Un progetto complesso e splendido che ti vede dietro le quinte ma ci saranno anche dei progetti che ti vedranno come protagonista? 
“Fermo restando che è meraviglioso anche restare dietro le quinte, se un progetto bello come “Camminamenti” mi permette di avvalermi della collaborazione di un editore coraggioso e lungimirante che come me crede nella possibilità che proprio la parola, e la parola della poesia, possa muovere a consapevolezza, disponendoci all’incontro sempre arricchente con l’altro di cui cercare le narrazioni più autentiche e con autori stimati come Joumana e Nabil, scelti, oltre che, chiaramente, per la loro competenza, proprio per l’adesione a un medesimo pensiero sul mondo, il mio prossimo lavoro da autrice sarà un lavoro di cui vado molto fiera, nella gioia di appartenere a un progetto più grande che condivido completamente, che da poetessa reputo prezioso e necessario: Canzoniere”, una collana di poesia con musica e poetry comics che vanta la direzione artistica di Lello Voce, Gabriele Frasca, Frank Nemola e Claudio Calia e che, edita da Squilibri Editore, altra casa editrice illuminata e attenta, ha già pubblicato poeti eccellenti del calibro di Alberto Dubito, Yolanda Castaño e Raul Zurita. È ancora un work in progress, ma insieme a Nabil Salameh, che sempre prezioso, come in ogni nostra collaborazione, curerà le musiche e le traduzioni in arabo di alcuni miei testi, oltre ad accompagnare la sua voce alla mia, ho immaginato una riscrittura di Antigone, stavolta ambientata a Chatila, che già emoziona noi per primi. A impreziosire il tutto, i magnifici comix di Nives Manara. E si, non posso che andarne fiera, essere profondamente grata a chi ci ha voluto con sé e lavorare sodo. Come sempre”

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*https://www.produzionidalbasso.com/project/camminamenti-piccola-collana-di-scritture-in-movimento/)

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