“La Musica oltre le barriere”: intervista con Luigi Mariani – di Ubaldo Scifo

Abbiamo attraversato un pomeriggio di fuoco per arrivare a Milo, alle pendici dell’Etna, circondata da boschi di pini e lecci. Si tratta di posti in cui la natura fa da padrona. D’inverno, il bianco della neve copre la nera pietra lavica, il calore del Vulcano avanza contro il freddo della neve, d’estate la luce vince con il buio delle ombre… e via dicendo, in un gioco di contrasti come sempre succede in Sicilia. L’evento previsto per la sera del 16 luglio, è il debutto della vEyes Orchestra, diretta dal Maestro Luigi Mariani docente al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino. Il concerto si svolgerà nell’anfiteatro “Lucio Dalla”, dove la sera successiva, il 17 luglio, suonerà anche Stefano Bollani che insieme ad una formazione di ottimi musicisti brasiliani propone il suo ultimo album, “Que bom”. Il ricavato delle due serate, sarà interamente devoluto alla onlus vEyes (1), per la realizzazione di una scuola di musica e di un campus residenziale per bambini con disabilità visiva. L’orchestra è composta da 50 elementi dai quattordici ai quarant’anni, provenienti da diverse parti dell’Italia, vedenti, ipovedenti e non vedenti. Un esperimento unico al mondo. Luigi Mariani mi ha suggerito di assistere alle prove dei brani che sarebbero stati eseguiti in serata, mentre avremmo scambiato con calma due chiacchiere, confortati dall’ombra di questi grandi alberi. Le prove si svolgono all’aperto nel cortile di un istituto religioso, donato in comodato d’uso alla vEyes, per potere svolgere la sua attività. L’orchestra durante le prove si dispone a semicerchio attorno al  suo Direttore, in modo che i vari settori siano tutti equidistanti da lui…mi fa pensare alla prua di una nave di cui mi sento l’albero che fa da riferimento per il suo equipaggio” il Maestro prosegue: “Ho amato l’orchestra fin da bambino: quando mi è stata sottratta la possibilità di vedere, l’unico mezzo per sopperire questa mancanza è stato l’ascolto dell’orchestra in cuffia. Quando, infatti, ho scoperto la bellezza della stereofonia, quasi mi sembrava di continuare a “vedere”: i suoni dei diversi strumenti disposti in uno spazio virtuale apparivano alla mente come in una vera e propria tavolozza di colori. Prima che ci pensassi, infatti, quelle “luci” apparivano, guizzavano, si scagliavano improvvisamente squarciando il foglio della mia mente-memoria e creavano disegni, acquarelli, architetture dalle prospettive fantasiose. Ho perciò trovato l’unico modo per continuare a “vedere”. L’unica possibilità è per me, oggi, stare davanti a tutto questo moto di luce. Io gioco con lei, la aizzo, la faccio danzare come un giocoliere, come un maestro del fuoco. La mia è una dimensione parallela, quasi da sciamano”.
Iniziano le prove con l’Ouverture in Si minore “Le Ebridi” Op. 26 (o “La grotta di Fingal”) di Felix  Mendelssohn. Cosa ci racconti al proposito?
E’ la descrizione di un mare al largo della Scozia. Il mare calmo che culla, il mare in tempesta tanto caro ai romantici per le similitudini con l’animo umano scosso da sentimenti appassionati, il mare piratesco con i segnali e i richiami di navi e vascelli che annunciavano la loro presenza talvolta minacciosa, talvolta rassicurante. La notte in mare, l’alba”.
Mi colpisce molto la tua gestualità, l’uso della bacchetta (che di sera diventa luminosa): con i tuoi movimenti ampi, fluidi, aggraziati, guidi i tuoi strumentisti, mentre ipnotizzi e affascini chi assiste all’esibizione. Sembrano movimenti di un marinaio che dipana le reti e le stende su un mare di note…
“Mi è stato detto che i miei gesti sono evocativi anche per il pubblico. Tutte questo a me rimane sconosciuto, anche perché io non ho mai visto come si muove, come muove le braccia, se guarda, quanto e come fissa negli occhi, un “vero” direttore. So benissimo che guardare è uno strumento di grande persuasione: la forza, la magia contenute nel non verbale sono purtroppo un miraggio, come rimane un miraggio per chi non sente, l’arte della fuga di Bach. Certo è che se avessi potuto vedere, forse dell’ascolto e dell’orchestra avrei potuto farne a meno. Oggi però, in attesa di tempi migliori, mi godo questo modo che la vita mi offre per continuare a vedere: un mazzo di carte con questo jolly, un parco della Vittoria nel mio Monopoli personale. Al resto non mettiamo limiti e lasciamoci stupire”.
Vorrei che mi descrivessi in poche parole gli altri brani che suonerete durante il concerto. Vuoi
“Certo. La romanza per violino in Fa maggiore Op. 50 di Ludwig van Beethoven è una pagina di grande poesia. Serena, accogliente e consolatrice, la melodia del violino viene ripresa dall’orchestra che abbraccia e amplifica il bisogno di risentirla, perché l’orecchio e l’anima la “bramano”. Come quando c’è un assaggio di rosolio e, avendo provato giusto l’inizio del piacere nell’assaporarlo, finalmente ci viene riempito il calice così da saziarne la voluttà. Beethoven è spesso drammatico, titanico, portatore di ideali e di coerenza responsabile, qui si prende una pausa per cantare intimamente la bellezza della vita. Una pagina consolatrice e positiva che come balsamo profumato “ci rende tutti più buoni”. La Sinfonia n. 8 in Si minore D 759, detta “Incompiuta”di Franz Schubert è una sinfonia di soli due movimenti: solitamente ne hanno quattro. A me piace pensare che  Schubert, giovane e saggio nel contempo, come chi vive nel proprio tempo ma appartiene all’eternità, non ha volutamente terminato questo brano perché non gli avrebbe dato il successo sperato: il pubblico voleva cose divertenti e Rossini lo sapeva bene… Schubert, quello dell’Avemaria, quello che muore a trent’anni di sifilide, dopo esser passato dall’ospedale psichiatrico di Vienna, luogo infernale nel quale riusciva a comporre melodie celesti, ci indica la coerenza e ci dice che, per quanto sia tragica la nostra esistenza, se paragonata a quella dei nostri compagni di strada, non è certo peggiore o migliore. Nella vita di ciascuno, c’è un raggio di sole che lo trafigge. Vivaldi col Concerto in C major, per ottavino, nella pagina del Largo, il secondo movimento, ci regala poesia pura. Solo questo essere vivo e notturno illumina una notte scura. L’ottavino racconta la sua storia arcaica e la rischiara. Gli archi a note lunghe, piano, la stanno ad ascoltare. Infine… il Concerto per tre clavicembali in re minore di J.S.Bach (realizzato con tre pianoforti) è un’opera straordinaria dove prospettiva, precisione dei contorni, profondità e geometria creano una struttura possente e articolata. Il barocco musicale incontra e si fonda con quello architettonico e pittorico: numeri, proporzioni, pieni e vuoti, ripetizioni sapientemente sistemate con maestria e precisione da un sommo creatore. Il gioco delle perle di vetro è la chiave di lettura per capire cos’è il contrappunto  Bach, pieno di conoscenza passatagli dalle generazioni precedenti nella sua stessa famiglia, assoluto conoscitore di scienze matematiche, alchimia e saperi sapienziali, crea come al solito, accontentando eruditi e accademici, rispettando simboli e archetipi. Tutto questo viene siglato con la sua solita firma:  Solo per la gloria di Dio.
Tutto questo è gioia per le nostre orecchie. Averlo poi ascoltato con la possibilità di girare attorno all’orchestra è una sensazione nuova, insolita ma emozionante. Ti ringrazio ancora per avermi dato la possibilità di avere assistito alle vostre prove e circolare liberamente. Ho percepito la forza di questi giovani musicisti che sta nell’essere un “organismo musicale” con i propri  meccanismi di  solidarietà e coesione, che li fanno sembrare un tutt’uno insieme al loro Direttore. Dopo soli tre giorni di prove, avete raggiunto uno straordinario affiatamento.
“E’ vero: considero l’orchestra un  branco buono. Come ogni altro gruppo eterogeneo, perseguendo un comune obbiettivo, decide di darsi ruoli e regole con l’unica differenza che, in orchestra, nessuno vale più dell’altro: i ruoli sono necessari e, come in una nave, anche il mozzo deve fare la sua parte altrimenti non è certo il capitano che scende in sala macchine. Enrico Groppo, docente dal 2012 del Conservatorio di Torino,  già primo violino dell’Orchestra Rai di Milano ha subito aderito al progetto: la sua professionalità nel preparare i ragazzi è stata fondamentale. In Italia non esiste una materia chiamata “educazione all’arco” eppure gli strumenti che appartengono alla famiglia degli archi (violino, viola, violoncello e contrabbasso) costituiscono la maggioranza dell’orchestra. Questa mancanza è dovuta alla consuetudine di curare maggiormente il particolare individuo che deve distinguersi dalla massa, la lirica, il solista… piuttosto che impostare un lavoro di squadra, come succede nei paesi anglo- tedeschi. Da noi si dice ai bravi di cantare forte e agli stonati di muovere la bocca. Il ruolo di Enrico è stato proprio quello di far  notare ai ragazzi le parti a loro comuni, di “raddrizzare, definire, limare”. Far sentire le comunanze da rafforzare e per contro, far apprezzare le diversità, le opposizioni che, se non adeguatamente comprese e assimilate, rischiano di  appesantire e rendere poco chiaro il significato del brano. Io chiedevo coerentemente al mio progetto, ciò che Enrico spiegava tecnicamente come i ragazzi avrebbero dovuto realizzarlo: la regia era la mia, lui è stato un prezioso coordinatore. Non è stato il solo: i bassi e le viole sono state preparati nello stesso modo da Matteo Giannone, collaboratore giovane e appassionato insegnante di violoncello che, come molti siciliani, per lavoro è andato via e, prima a Torino e adesso a Milano, può realizzare il suo sogno: insegnare in una prestigiosa scuola e far parte di organici d’orchestra che, autogestendosi svolgono attività in Italia e all’estero.
Non ho altro da chiedere o forse avrei ancora tante altre domande, ma sono sicuro che avremo modo di incontrarci di nuovo con Luigi Mariani, che ci ha fatto conoscere un mondo affascinante, dove non tutti hanno la sensibilità di potere entrare, per capire e percepire. Mi sono fatto l’idea che ci illudiamo di essere noi a scegliere la musica, mentre in realtà è la musica che sceglie le persone migliori, dentro cui avere dimora. E attraverso di loro manifestarsi in tutta la sua bellezza.

(1) Il progetto “La musica oltre le barriere” della onlus “vEyes” – fondata da Massimiliano Salfi, docente di Materie Informatiche nell’Università degli Studi di Catania – si occupa di iniziative sociali e di ricerca scientificano profit, in favore delle persone affette da distrofie retiniche ereditarie, soprattutto bambini, che vanno incontro alla cecità. Questa lodevole attività procede con costanza, con impegno e senza clamore, raggiungendo obbiettivi sempre più importanti e coinvolgendo sempre più artisti e appassionati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Un pensiero riguardo ““La Musica oltre le barriere”: intervista con Luigi Mariani – di Ubaldo Scifo

  • Agosto 26, 2018 in 9:08 am
    Permalink

    Luigi è un musicista con i fiocchi.. Ed è un persona eccezionale.

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.