La musica dei “non Bianchi” – di Francesco Chiari

È uscito nel 2016 un libro assai stimolante, seppure di non facile lettura: “Che razza di musica – Jazz, Blues, Soul e le trappole del colore” (EDT, Torino) scritto dal geniale musicologo italiano Stefano Zenni (abruzzese di Chieti) e riguardante appunto il problema dell’esistenza o meno di una musica “bianca” o “nera” in quanto tale, per citare il retrocopertina, l’autore affronta per la prima volta in campo aperto una materia così delicata, smontando con argomenti brillanti e aggiornati i molti pregiudizi; ed inoltre introduce stimolanti riflessioni sui rapporti fra le culture africano americana, ebraica e italiana. Sappiamo bene, infatti (ad esempio dalle storie dei poliziotti Joe Petrosino e Frank Serpico) che i nostri connazionali furono percepiti all’inizio come “non bianchi”, e quindi trattati come i gruppi minoritari, tanto che a loro non furono risparmiati nemmeno i linciaggi (drammatico quello di nove italiani nel 1891 a New Orleans) e discriminazioni, come ad esempio la discussione nello stato del Tennessee, l’anno stesso in cui Petrosino entrava in polizia, sull’opportunità di mandare i bambini italiani alle scuole per bianchi o alle scuole per neri. Vorremmo in questa sede analizzare alcuni fenomeni legati storicamente ai nostri connazionali e al loro processo di accettazione ed assimilazione nella società americana. Il primo fenomeno, che come vedremo si è protratto fino ad oggi, consiste nel cambiare il nome per assumerne uno che non avesse connotazioni etniche, per cui fosse accettabile anche dalla società maggioritaria statunitense. Così, abbiamo (pescando qua e là nei decenni) casi come Frankie Laine (Francesco Lo Vecchio, figlio tra l’altro del barbiere di Al Capone) Jerry Vale (Gennaro Luigi Vitaliano), Vic Damone (Vito Farinola), Dean Martin (Dino Paul Crocetti da Montesilvano), Perry Como (Pierino Como, genitori chietini provenienti da Palena), Johnny Desmond (Giovanni Alfredo De Simone, cantante nell’orchestra bellica di Glenn Miller), Bobby Darin (Robert Cassotto), Tony Bennett (Anthony Dominick Benedetto), Bobby Rydell (Roberto Ridarelli), Frankie Avalon (Francesco Avallone), Fabian (Fabiano Anthony Forte) Dion (cognome Di Mucci e fierissimo delle sue origini italiane)… per arrivare ai giorni nostri col cantante degli Aerosmith Steve Tyler (calabrese, vero nome Stefano Talarico). Come si vede sono tutti cantanti, ma non mancano italoamericani nemmeno fra gli strumentisti, come il trombonista Willie Dennis (Guglielmo De Berardinis, molto stimato da Mingus), i clarinettisti Jimmy Giuffre (nato a Dallas da genitori di Termini Imerese, che si limitò a rimuovere l’accento sulla e) e Tony Scott (Anthony Sciacca, di origine siciliana: lui stesso ricordava con affetto che sua nonna lo chiamava “Ninnuzzu Bedduzzu”), il compositore e produttore Pete Rugolo (genitori messinesi di San Piero Patti) o l’altro compositore Johnny Carisi… per non dire di alcuni sommi innovatori come il pianista George Wallington (palermitano, vero nome Giacinto Figlia) o il contrabbassista Scott LaFaro (noto per il lavoro con Bill Evans, vero nome Rocco Lo Faro, un siculo-normanno coi capelli biondi e gli occhi azzurri come Vincenzo Bellini, e come lui catanese ma stavolta della costa, nella zona acese). Non vogliamo certo dimenticare “l’altra metà del cielo”, per cui citiamo ancora l’attrice e cantante Morgana King (nata Maria Grazia Morgana Messina, genitori catanesi di Fiumefreddo di Sicilia), le cantanti Connie Francis (Concetta Rosa Maria Franconero), Suzi Quatro (Susan Kay Quattrocchi), Madonna (Louise Veronica Ciccone, padre abruzzese di Pacentro, provincia dell’Aquila, e madre francocanadese) e Gwen Stefani (di padre italiano); le attrici Anne Bancroft (Anna Maria Luisa Italiano, famiglia di Muro Lucano, provincia di Potenza) e Tea Leoni (Elisabetta Dorotea Pantaleoni, fra l’altro lontana parente dell’economista Maffeo Pantaleoni). Si tratta come detto di esempi paradigmatici, ma se ne potrebbero fare molti altri… come ad esempio l’attrice Eva Amurri (figlia del regista italiano Franco Amurri e dell’attrice americana Susan Sarandon). Il primo, cronologicamente, a non voler adottare uno pseudonimo anglosassone fu Francis Albert Sinatra, nonostante un tentativo da parte di Harry James, forse anche per evitare la confusione col cugino di lui Ray Sinatra, titolare alla radio di una popolare orchestra da ballo. Di certo Sinatra fu avvantaggiato dal fatto di non sembrare tipicamente italiano, in quanto negli anni Venti e Trenta del secolo scorso “italiano” era associato con “gangster, malavitoso”, alto un metro e sessanta, con gli occhi neri, una pancia formidabile e quintali di brillantina; mentre come noto Frank Sinatra era alto e magro (all’epoca almeno) coi capelli chiari e gli occhi azzurri, che gli valsero in seguito l’appellativo di “Ol’ Blue Eyes”. Giocava in questo il codice genetico del padre, Martin Sinatra (palermitano di Lercara Friddi, proveniente cioè da una zona dove gli abitanti avevano ascendenze normanne oltre che greche e arabe) da cui Frank ammise candidamente di aver ereditato il tempestoso carattere siciliano (mentre la madre Natalia “Dolly” Garaventa, figura importantissima per tutta la vita del figlio, era originaria di Genova, tanto che Frank era un appassionato tifoso del Genoa) e, guarda caso, anche Dean Martin, nella sua carriera di pugile, aveva dovuto combattere sotto il nome di Marty O’Brien, perché un irlandese era accettato meglio di un italiano negli anni Dieci del secolo scorso. Papà Sinatra insegnò al figlio anche come difendersi da chi lo infastidiva… e certo Frank imparò molto bene la lezione, come sa chiunque abbia avuto la sventura di fare a pugni con lui. Al di là di questi dettagli biografici, la componente italiana in Sinatra si concretizza nel dettaglio che lo distingueva sin dagli inizi da tutti (soprattutto da Bing Crosby, suo idolo e in seguito suo amico) ossia il legame strettissimo fra il suo stile di cantante e il portato della sua esperienza linguistica. Detto molto sommariamente, l’italiano si differenzia dall’inglese per due dettagli fondamentali: innanzitutto perché è una lingua prevalentemente polisillabica mentre l’altra è tendenzialmente monosillabica (il che la rende particolarmente adatta a stili ritmicamente vivaci come il blues e il rock, molto meno all’opera, nonostante i capolavori di Benjamin Britten e pochi altri) e poi (questo davvero è l’elemento fondamentale) in italiano le vocali sono piazzate dall’accento in maniera equivoca, e non risentono delle consonanti e/o vocali precedenti o successive, al contrario di quanto avviene in inglese. Se infatti osserviamo l’onda sonora di una vocale italiana per mezzo di un oscilloscopio, notiamo (solo un esempio fra tanti) che la o accentata in giorno e in tronco mantiene la stessa forma… e questo giustifica la definizione dell’italiano come lingua eminentemente plastica, tendente all’articolazione netta e disambiguata, al contrario dell’inglese (e anche del francese, si capisce). Se ora applichiamo queste caratteristiche allo stile vocale di Frank, possiamo scoprire (sin dalle prime, embrionali incisioni radio degli Hoboken Four, quando era appena ventenne) che il segreto del suo stile era proprio quello… ossia cantare in una lingua monosillabica ma con un sostrato mentale che viene da una lingua monosillabica, il che gli permetteva di pensare alla frase melodica poggiandola su arcate più ampie di quanto non avessero fatto i suoi predecessori, trasportando insomma nel mondo della canzone popolare quanto già i compositori italiani avessero fatto nell’opera (genere questo che però Sinatra non considerò molto, a parte la sua predilezione per Puccini). Se vogliamo una prova provata di quanto detto finora, possiamo confrontare due versioni di I’m A Fool To Want You: l’originale di Sinatra del 1952 per Columbia e il rifacimento di Billie Holiday del 1958 (sempre per Columbia) incluso nell’intensissimo album “Lady In Satin”. Sinatra accarezza testo e melodia fondendoli in un continuum sonoro nel quale la tensione si accumula fino al devastante finale: “But right or wrong I can’t get along without you”, con le ultime due parole sparate sul registro acuto come farebbe un tenore operistico (Sinatra, che stava vivendo la storia tormentosa con la seconda moglie Ava Gardner, scappò dallo studio in lacrime appena terminata la registrazione)… mentre Billie frammenta il testo secondo una logica del tutto confacente alla struttura della lingua inglese, ottenendo la stessa intensità di Sinatra ma stavolta per mezzo di un bilanciamento ben calcolato fra tensione, malizia, sprezzante ironia e dolorosa autocommiserazione, che comunque riesce a comunicare la passionalità del brano e la sua ambiguità in maniera diversa ma non meno efficace. Se ora riconsideriamo, anche solo sommariamente, gli artisti italoamericani (soprattutto i cantanti che abbiamo elencato sopra) ritroviamo questi elementi sinatriani un po’ in tutti loro, con un filo ininterrotto che arriva fino al già citato Steve Tyler: si veda la ballata elettrica a cuore aperto I Don’t Wanna Miss AThing, registrata con gli Aerosmith per la colonna sonora del film “Armageddon”, dove fra l’altro appare come attrice la figlia di Steve, Liv Tyler; e si ascolti come il procedere per frammenti di poche note contigue o ad intervalli ravvicinati, agglutinate in fraseggi fra loro ben spaziati, ottenga il curioso ma non imprevedibile effetto di ascoltare un’aria di Puccini per l’epoca di Internet e dei social. Detto per inciso, a testimonianza di quanto la mentalità italiana rimanga anche come rimosso in artisti come questi, Steve Tyler non volle un centesimo per la sua partecipazione al film perché (lo disse lui stesso) “è il primo regalo che faccio alla mia bambina”. Come noto, Tyler era un tale cocainomane che la moglie, l’ex-playmate Bebe Buell, dovette andare a vivere con un altro musicista, Todd Rundgren, per proteggere la bambina… poi Liv a sedici anni andò a sentire gli Aerosmith e, tornata a casa, disse alla mamma che il cantante aveva le sue labbra, al che Bebe le rivelò la verità. Possiamo solo immaginare cosa deve aver provato Tyler nell’aver mancato al suo dovere di padre italiano (e cosa gli deve aver detto suo padre, da buon calabrese) anche se ora Steve si consola col fatto che Liv lo ha appena reso nonno per la terza volta, e se non riuscite a credere all’esistenza di foto in cui Steve spinge il passeggino, ci tocca purtroppo affermare che è la pura verità. Vogliamo concludere questo nostro primo viaggio nel mondo degli italoamericani in musica (pur sapendo che lo spazio ci preclude trattazioni e immagini di altre figure importanti, come Louis Prima) con una notizia ricavata dalle nostre indagini: è inutile ricordare come il disco paradigmatico nel R’n’R sia “Rock Around The Clock” di Bill Haley & His Comets, del 1954… ma è invece utile ricordare che in quel disco quattro strumentisti su sette sono italiani: abbiamo infatti il chitarrista Danny Cedrone (purtroppo morto d’infarto poco dopo la registrazione) il quale riprese testualmente da una precedente incisione con Haley (“Rock The Joint” per la Essex) l’assolo di chitarra che tutti i solisti con Haley avrebbero dovuto replicare fin nei dettagli; e poi il sassofonista Rudy Pompilli, di origine marchigiana, il pianista Johnny Grande, di origine siciliana (come testimoniano le foto pubblicitarie, coi baffetti da “picciotto” che dovette radersi per le apparizioni televisive così da non apparire troppo etnico) e il contrabbassista Al Rex, vero nome Alfonso Piccariello. Come ciliegina sulla torta, aggiungiamo che alcuni dei Comets, lasciato Haley, incisero un brano, Clarabella, scritto da Mike Pingatore, ossia Michele Pingitore (di chiara origine laziale) brano finito poi nel repertorio di quattro ragazzi inglesi che non lo incisero mai su disco ma lo eseguivano volentieri alla radio; volete sapere chi sono? Be’, cercatelo nel primo volume di “Live At The BBC” dei Beatles… gli italiani arrivano proprio dappertutto.

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