La musica come passione: intervista con Fabio Rossi – di Toto Argento

Fabio Rossi da  molti anni ormai svolge la mansione di divulgatore in ambito musicale, collaborando anche con alcune importanti riviste di settore, deliziando con la sua firma anche la nostra. Il suo percorso lo ha portato a scrivere due libri che hanno riscosso il favore del pubblico e dei critici. Sto parlando di “Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Prog” (Chinaski edizioni 2015) e di “Rory Gallagher. Il Bluesman bianco con la camicia a quadri” (Chinaski edizioni 2017), due pubblicazioni che proprio in questi giorni sono arrivate alla ristampa. Il primo è una dettagliata analisi che, con parole semplici e scorrevoli, prova a ricostruire le caratteristiche conosciute e meno conosciute del genere musicale esploso alla fine degli anni sessanta e ne ripercorre la nascita, il picco di successo e la fine. Il secondo è un’intera monografia dedicata ad uno dei più grandi chitarristi Blues e non solo. Le tematiche sono decisamente interessanti e sono infinite le domande che vorremmo porre.
Forse per iniziare ti potrei chiedere com’è nata l’idea di affrontare la storia del Prog?
“La genesi del mio primo libro è un po’ singolare. Anni fa scrivevo per il sito www.metallized.it e mi era stato richiesto un breve articolo sul progressive da inserire in un più ampio contesto relativo a tutta la storia della musica rock. Tale pretenzioso progetto, tuttavia, non andò in porto e così mi rimase tra le mani il mio trafiletto in pratica inutilizzabile. Cominciai a tempo perso a ingrandirlo sempre di più, ma senza uno scopo ben preciso. A un certo punto, però, mi accorsi che i miei appunti a poco a poco si stavano trasformando in un libro vero e proprio. Ho pensato: “Perché non provare a realizzarlo per davvero?” Presi, perciò, la decisione di continuare a lavorarci sopra con lo scopo di scrivere un saggio sull’argomento e provare in seguito a pubblicarlo. Le cose sono andate esattamente in questo modo. La Chinaski, una casa editrice ligure, ha creduto fermamente in me e “Quando il Rock divenne musica colta: Storia del prog” ha visto la luce nel mese di settembre 2015
Quali sono i tratti caratteristici del Prog e perché così tante band si sono riconosciute in questo movimento? Perché secondo te è stato così potente?
“Le caratteristiche del prog sono molteplici. Consideriamone alcune: il superamento della forma canzone (strofa/ritornello/strofa) con conseguente allungamento della durata dei brani fino a coprire un’intera facciata del long playing o addirittura ambedue (come nel caso di “Thick As A Brick” dei Jethro Tull); l’adozione della formula del concept album, ovvero la trattazione di una singola tematica o sviluppo narrativo nell’arco della durata di tutto il disco; la sapiente commistione di più generi musicali (rock, folk, jazz, classica, psichedelia, medioevale, elettronica) con utilizzo di strumenti inusuali nella musica rock (fluato, sitar, oboe, sassofono, tastiere, anche in modo preponderante come nel caso degli Emerson, Lake & Palmer); l’uso di tempi dispari; cura dell’artwork delle copertine; tanta sperimentazione e… beh, nel mio libro troverete (spero) le risposte alle vostre domande esposte in modo semplice e conciso nonostante la vastità dell’argomento. E’ un genere che ha un fascino tutto suo e all’epoca era fortemente innovativo. I giovani musicisti volevano superare le barriere del blues revival e del beat impegnandosi a far progredire il rock verso lidi sconosciuti e impensabili. Gli anni dal 1969 al 1975 sono stati semplicemente fantastici e unici”.
Uno dei momenti di massimo splendore della musica italiana si deve proprio al progressive che negli anni settanta raggiunse livelli pari o superiori a quelli anglosassoni. Da “Collage” delle Orme in poi sono numerosi gli esempi di band che si sono lanciate in questo genere musicale… sei riuscito a raccogliere esempi di band poco note?
“Nel mio libro ho dedicato un intero capitolo al rock progressivo di matrice italiana, evidenziandone le peculiarità e l’importanza. I gruppi che ho citato sono molti: Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Area, Le Orme e tanti altri meno noti come Alphataurus, Campo di Marte, De De Lind, Panna Fredda ecc. Una band in concreto sconosciuta è quella dei romani Janus: questo gruppo proponeva una musica che s’ispirava a ideologie di destra in un contesto storico in cui la maggior parte dei musicisti rock nostrani era di sinistra”.
Tra queste o anche tra quelle d’oltremanica hai una tua band preferita di quel periodo?
“Bella domanda. Adoro il prog anglosassone degli anni settanta, quindi cito Genesis, Yes, Emerson, Lake & Palmer, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator, King Crimson, Jethro Tull e Pink Floyd. L’elenco è del tutto casuale: per me sono tutti al primo posto”.
Sei riuscito a darti una spiegazione su come sia stato possibile il declino di tale genere dopo tanto splendore?
“L’esaurimento della vena creativa dopo anni di capolavori assoluti e una certa propensione alla megalomania di molti artisti hanno agevolato l’avvento di generi minimalisti come il punk, la new wave e la disco music. Tutto ciò ha portato al conseguente inesorabile declino del prog.
In questi anni si è tornati a parlare enormemente del Prog. Pensi che sia tornato il momento di riproporre tale musica?
“C’è molto fermento, ma alla resa dei conti il fenomeno non riesce a decollare come avvenne tra la fine degli anni sessanta e la metà degli anni settanta. In Italia, ad esempio, il prog è relegato in un sottobosco dal quale non riesce proprio a emergere nonostante tante belle proposte”.
Anche su Rory Gallagher potrei farti la stessa domanda iniziale. L’idea era quella di dare nuova luce a un grande chitarrista spesso posto ai margini della storia della musica mondiale?
“Per il secondo libro volevo affrontare un argomento differente. Ritengo di avere ormai una cultura musicale piuttosto vasta con uno spettro che va dal blues all’heavy metal, passando per il prog, fusion, punk e via discorrendo. Nonostante ciò, ero ormai costantemente accostato al “prog” per via dell’ottima affermazione del mio saggio su questo genere musicale. Ascolto Rory Gallagher da tantissimi anni e ho sempre provato un po’ di fastidio nel vederlo relegare inopinatamente in secondo piano a fronte del suo immenso talento. Il fatto che, poi, qui da noi nessuno si è mai peritato di raccontare la sua storia è stata la molla decisiva: volevo essere il primo a farlo… e l’ho fatto”.
Quali sono secondo te le caratteristiche che lo rendono eccezionale?
“Rispondo a questa domanda con uno dei tanti aneddoti riportati nel libro raccontatomi da un fan che ha avuto la fortuna di vedere l’irlandese esibirsi dal vivo: “Rory era sul palco fisicamente, ma tanto era il feeling, il calore, il carisma che lui e la chitarra emanavano che ognuno dei presenti avvertiva il battito del suo cuore, come se stesse suonando singolarmente per ciascuno di noi”. Ecco, questa era l’essenza di Rory… un genio della sei corde che dava tutto se stesso quando suonava di fronte al suo pubblico… fino allo sfinimento più totale”.
Quando si scrive una monografia forse il lavoro più interessante è quello di reperire le fonti. A che livelli d’immedesimazione sei arrivato con il “Chitarrista geniale”?
“Ho talmente sviscerato la vita di Rory e la sua produzione artistica che la notte mi capitava di sognarlo. E’ un’artista che mi è entrato nel cuore e credo che vi rimarrà per sempre. Mi sono ripromesso di recarmi sulla sua tomba a Cork in Irlanda e credo che quando questo accadrà sarà uno dei momenti più significativi della mia vita”.
Sei un musicista anche tu?
“Ho suonato la chitarra classica per un periodo di tempo, ma poi ho smesso perché non ero abbastanza bravo. Amo definirmi un musicologo, ma non sono musicista”.
Quali sono gli altri tuoi chitarristi preferiti?
“Il mio podio: Jimi Hendrix, Duane Allman e… Rory Gallagher. Ho assistito a concerti di Gary Moore, Steve Hackett, Yngwie Malmsteen, Joe Satriani, Ritchie Blackmore, Tony Iommi, Jeff Beck… ma quanto rimpianto per non aver visto in azione quei tre extraterrestri”.
Vorrei chiederti l’impatto che il libro ha avuto sul pubblico e se è come te lo aspettavi…
“Era un libro atteso da centinaia e centinaia di fan silenti di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza. Alla presentazione ufficiale, avvenuta l’anno scorso a Cerea nell’ambito dell’8^ edizione del Blues Made in Italy, sono andate in un solo giorno quasi cento copie. No, Non me lo aspettavo. Si è parlato del mio libro persino a Ballyshannon in occasione del Festival annuale dedicato a Rory.
Infine, cosa puoi dirci delle nuove ristampe? Hai raccolto qualche altro aneddoto particolare o dei contenuti che puoi regalare a chi non ha ancora letto i tuoi libri?
“Ho apportato delle aggiunte e migliorie varie ad ambedue i libri senza stravolgerne assolutamente il contenuto. Nel primo ho inserito alcune chicche. Un esempio? Il brano The Knife dei Genesis in un primo tempo doveva intitolarsi The Nice, in onore della band capitanata da Keith Emerson. Nel secondo ho riportato, tra le altre cose, le collaborazioni di Rory Gallagher con Joe O’Donnell e Roberto Manes, nonché la sua partecipazione a un tribute album dedicato a Peter Green. Sono molto soddisfatto di come abbiamo operato con la Chinaski.
Grazie Fabio per esserti prestato a questa raffica di domande e per essere stato così esauriente.
Grazie dell’opportunità offertami e a presto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.magazzininesistenti.it/fabio-rossi-quando-il-rock-divenne-musica-colta-storia-del-prog-di-ivano-morandi/ 
http://www.magazzininesistenti.it/fabio-rossi-rory-gallagher-il-bluesman-bianco-con-la-camicia-a-quadri-2017-di-claudio-trezzani/

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